I. Mattutino.
La camera è piccola, bianca, tutta bianca; velata di bianco al letto, alle finestre socchiuse da cui entra il pallore dell’alba. Pochi mobili, fragili, leggieri, sgombri. Su una pelle d’ermellino a piè del letto langue un mazzetto di viole; nel letto riposa un piccolo essere: una bimba, un fanciullo, una giovinetta: un viso roseo, una testa bionda; l’espressione è cancellata dall’abbandono del sonno, le palpebre velano l’anima. Nell’angolo più oscuro qualche cosa di massiccio, di cupo, di enorme si determina in quella tenuità; qualche cosa che s’agita, che vive in quel mistero blando. Sono due gattini che ruzzano su un antico seggiolone di cuoio. Due gattini color di nebbia, dagli occhi di turchese che si provocano, s’assaliscono, si rincorrono, si guatano con delle mosse inconsulte, grottesche; ignoranti la loro stessa volontà; comici nella leggiadra del nastro rosso troppo largo di cui hanno ornato il collo e che all’uno di essi è passato sotto il mento come una cravatta in caricatura; piccoli e deboli nell’ampio seggiolone austero che parla di forza e di grandezza.
L’alba inoltra una luce incolore nella stanza; quella giovinezza bionda respira placidamente, ritmicamente nell’incoscienza della vita. Uno dei gattini, nella vivacità irreflessiva delle mosse, è caduto dentro una scarpetta abbandonata ai piedi della poltrona e di là incrocia lo sguardo con l’avversario, che sosta sul limite del sedile guardando in giù con commiserazione profonda. Gioco, riposo, raccoglimento, candore, gracilità nella piccola stanza che pare un’oasi d’avvenire, dove il passato veglia in un canto, nell’ombra, solo come una sicurezza, un augurio.
L’aurora rosata è imminente nella camera bianca, tutta bianca. Fuor dei vetri pispigliano gli augelli su un ramo di mandorlo in fiore e tintinna il mattutino.
L’uno dei gattini mordicchia il nastro della scarpetta con una specie di voluttà; l’altro è sceso dal seggiolone, e coi movimenti snelli e feroci di una giovane tigre, si balocca con le viole morte fra l’ermellino....