Ultimi bagliori.

Il conte Alberto Farigliano di Roccamare rientrava intirizzito dal nevischio pungente d’un uggioso pomeriggio di Febbraio. Gettati al servo pelliccia e cappello biancheggianti di diaccioli, traversò lesto l’appartamento in cui il calorifero diffondeva un tepore più che primaverile e giunse al remoto salottino di sua moglie. Era sicuro di trovarla laggiù. La contessa infatti pareva addormentata nell’ampia poltrona di broccato nero, quasi bocconi, col volto nascosto in un piccolo guanciale morbidissimo posato sul bracciolo. In quell’atteggiamento, coll’abito sciolto e lucente di felpa bianca dai riflessi madreperlacei, nella luce azzurreggiata dalle tendine abbassate, diede ad Alberto l’idea d’una perla nella sua nicchia. Egli inoltrò chetamente: nel ricco salotto ondeggiava un acuto profumo di cardenia. Non si vedeva nulla del volto di lei; solo l’ammasso dei suoi capelli fini, castani, allentati con un po’ di disordine, e le sottili mani aggrappate al cuscino. Alberto la contemplò lungamente. Poi si mosse per andarsene, ma nel movimento un po’ brusco urtò una sedia leggiera, fuori di posto, e la signora sussultò forte, levando il viso sbiancato e fissandolo sbigottita, come se nel primo momento non lo riconoscesse.

— Dormivi?

— Sì, forse... da quanto tempo sei qui, Alberto? — chiese alla sua volta lei, che abbozzò un sorriso, subito dileguato come un ombra sulle sue labbra tremolanti, e le bianche mani passarono e ripassarono sugli occhi. — Ho un po’ di emicrania oggi; — aggiunse con un fil di voce.

— Tieni troppo caldo e troppi fiori intorno a te, mia cara. Or’ora stavo per farne un fascio. Tu finirai per asfissiarti, esagerando così.

Essa stava immobile, con le mani serrate alle tempie, gli occhi fissi sui meandri del tappeto. Poi, risolutamente, si alzò e venne fin presso la scrivania d’un squisito stile del Rinascimento, sulla quale si mise a frugare senza scopo.

Nella penombra, fra i larghi fogliami esotici e i mobili artistici, quell’alta figurina bianca pareva svanire come una parvenza. Suo marito le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sè, dolcemente.

— Sai, Letizia, ho una cattiva notizia da darti. Mi tocca partire....

La contessa trasalì ancora, lo guardò rapidamente coi bellissimi occhi, e si sciolse dall’abbraccio.

— Dove vai?

— A Berlino... Sono incaricato di una missione di qualche importanza dal ministero e, capirai, col ministero non si scherza. Parto lunedì.

— .... Starai lontano molto tempo?

— Temo di sì. L’affare per cui vado non è da sbrigarsi in poche ore... Tre, quattro, cinque mesi.... ma poi vedremo.... Non ne so nulla insomma.

La contessa Letizia rimase a capo chino e fra loro vi fu un prolungato silenzio. Eppure era lo stesso impulso che lottava nei loro cuori con degli ostacoli suscitati dalla loro diversa debolezza: era lo stesso sottile sgomento pauroso per una parola ch’egli avrebbe voluto sentirsi dire da lei che rimaneva muta, per una parola che Letizia aveva terrore di sentirsi dire, in quel giorno, in quell’ora...

— Pensavo che tu potresti.... — la contessa ebbe un piccolo moto di altera meraviglia — tu potresti passar questo tempo dalla zia Fanny o pregarla di venirti a tenere compagnia. Per rispetto alle convenienze non sarebbe bene che tu rimanessi sola....

Letizia continuava a guardarlo come se pensasse a tutt’altro. — Sì, — mormorò poi; — riflettevo anch’io a questo.

— ..... allora siamo perfettamente d’accordo, — concluse Alberto con la sua freddezza solita. Ed uscì.

— Come sono vile, ah come sono vile! — disse in cuor suo la giovine contessa; e si lasciò andare sulla seggiolina della scrivania, tutta pallida, a occhi chiusi; mentre due grosse lagrime le rigarono le guancie e caddero in bollicine sulla sua cartella dalle cifre d’oro. Ma ecco che dinanzi alle palpebre abbassate, come se un velario fosse calato dinanzi alla realtà della sua vita per lasciarla vivere più intensamente nel sogno, le ricomparve repente la balda e bionda figura d’uomo, di un uomo che non era suo marito, fissa come l’aveva avuta inesorabilmente in tutta quella penosa giornata, ed essa, questa volta per cacciarla spietatamente, aperse gli occhi.

Fu un rimedio vano. Se la visione svanì, i suoi pensieri seguirono fluenti il loro corso, come l’onda del ruscello gira intorno ad un debole ostacolo messo per arrestarla....

Lo aveva riveduto dopo quattro anni, improvvisamente, quel giorno stesso, nell’uscire dal salotto d’un’amica, mentre egli vi entrava. E nello scoprirsi il capo biondo, cedendole il passo, l’aveva misurata con lo sguardo sàturo d’una tal curiosità volgare e galante che Letizia aveva arrossito. Ma aveva arrossito meno per l’indignazione che per il colpo di trovarselo lì dinanzi quando meno ci pensava, e con lo stesso fàscino irresistibile ch’era stato il tormento e il sorriso dei suoi sedici anni. Un vanesio, del resto, quel tenentino di cavalleria! Non aveva il capo che a far la corte alle signore eleganti, mentre le signorine gli sospiravano dietro: ella lo sapeva; lo aveva già giudicato col suo nascente senno di giovinetta, da quel contegno irragionevolmente mutevole con lei, innamorata di lui da morirne, sempre.

Era così spigliato, così attraente, così carino! Una volta, l’ultima volta che si erano incontrati le aveva giurato che se il padre di lui non desisteva dall’opporsi al loro matrimonio, si sarebbe ucciso... Uno spavento, un supplizio... una dolce e tremenda e insistente tentazione di fuggirsene davvero attraverso l’Europa, com’egli le proponeva.... Ma aveva troppo pensato al dolore dei suoi; le era mancato il coraggio. Poi quell’amore tempestoso, a pause, nutrito di stranezze che non capiva e di audacie che la rimescolavano, le faceva paura..... Era così ingenua e così giovine! Dopo, non si erano più riveduti, ma essa sapeva che non era morto, che viveva come prima, più di prima.

A diciotto anni aveva sposato, senza entusiasmo, ma con affezione profonda, il giovane diplomatico che suo padre le presentava. Quell’amore gentile, rispettoso, cavalleresco, quasi tutto fiori e delicatezze, le era parso un refrigerio, e la sua anima ancora un po’ malata e la sua gracile fibra di damina spirituale, vi avevano trovato una soavità infinita. Meno qualche vampata di quando in quando che le portava un palpito e un malessere d’un minuto, al tenente biondo non pensava più.

...... L’oscurità aveva invaso il bel salotto profumato di cardenie, quand’ella, levandosi svogliatamente, si avvicinò alla finestra e rialzò le tendine. A Roma la neve non dura; non se ne vedeva più traccia: pioveva. Pioveva monotonamente, tranquillamente. Letizia rimase con la fronte che bruciava, appoggiata ai cristalli, lo sguardo smarrito. Ancora una lotta. Anderebbe o no al Bal-en-rose dell’ambasciata di Francia, quella sera? Da un lato l’aspirazione alla pace, all’oblio, il presentimento vago di un pericolo....; dall’altro il desiderio stesso di questo pericolo, il fascino d’un’emozione nuova, il piacere acre di riaprirsi una ferita nel cuore per sentirlo palpitare più forte.....

— Il pranzo è servito, — annunziò la voce indifferente del domestico dalla soglia.

La contessa si scosse. Erano soli, suo marito e lei, quella sera a mensa. Dio! una lunga, penosa dissimulazione..... Si ravviò alla meglio i capelli, al buio, per non chiamare la cameriera e s’avviò, lenta, per le stanze illuminate verso la sala da pranzo.

***

Si fecero servire il caffè accanto al fuoco nella sala da pranzo vasta e severa. Letizia, seduta un po’ di traverso sul seggiolone dall’alta spalliera, appoggiava sul paracenere i piedi, piccoli, calzati di raso color madreperla, come l’abito a cui la fiamma prestava strani bagliori; Alberto, vestito come sempre, correttamente di nero, nella sedia di fronte centellinava il caffè fumante, odoroso. Erano soli, silenziosi; un’atmosfera di noia e di tristezza gravava. Durante il pranzo, fra il via vai dei servi, avevano scambiato qualche osservazione, qualche frase insipida; ma ora non si pigliavano neanche più la briga di fingere e la loro tormentosa preoccupazione rispuntava evidente.

— Riuscirà molto bene a quel che pare il bal-en-rose dell’Ambasciata francese, — uscì a dire finalmente Alberto, posando il tazzino; — le sale sono addobbate con buon gusto ed hanno trasformato la grande terrazza in una grotta fantastica dove sarà bello riposare. Tu ci vieni? — seguì col tono più naturale del mondo, ma che alla contessa Letizia, per la disposizione d’animo in cui era, parve un abile quesito indagatore. La lotta che ancora era in lei, cessò bruscamente.

— Sì, vengo, — rispose con alterigia senza alzare gli occhi.

— Hai dato gli ordini in proposito? — chiese il marito senza scomporsi.

— Sì... Ma perchè mi chiedi se vengo? Ti dispiace forse? — ribattè la signora sollevandosi un poco e ritirando i piedi dal paracenere, i piedini nervosi che s’agitavano continuamente, mentre negli occhi neri e grandi era una cattiva espressione di sfida.

— Perchè dovrebbe dispiacermi, Letizia? Te lo chiedo, ricordandomi d’averti sentito parlare di emicrania poco fa, e notando in te infatti un aspetto un po’ sofferente.....

Quella compostezza, quel tono di voce tranquilla le fecero dare una strappata ai cordoni del bell’abito dai riflessi di madreperla, irritata, impaziente. Sentiva dentro di sè un fermento di rivolta, un incalzante desiderio di ricatto, senza saper bene perchè.

— Invece io sto benissimo... — la sua voce risuonò stonata nell’ampia sala; — ti prego di credere che sto benissimo e che non ho punto bisogno di riposo....

— Quando è così, mia cara, — fece lui guardando l’orologio, — mi pare che faresti bene ad allestirti. Le signore ci mettono un po’ di tempo... — finì sorridendo.

La contessa si levò, gli passò davanti senza guardarlo, e quella vaga figurina bianca scomparve, come una visione luminosa, sotto l’arco dell’alta porta, dalla camera vasta e severa.

Alberto affisava il fuoco, immobile.

***

— ...... ebbene, contessa, si va all’assalto di cotesta grotta ideale? — le chiese con allegra baldanza il tenentino biondo, che non si era più scostato da lei dopo quella fine di valtzer ballata intensamente, in silenzio.

— Avanti, en marche! — rispose Letizia scherzosa, balzando in piedi.

Traversarono la gran sala da ballo, splendente, gaia d’abbigliamenti in tutte le gradazioni di rosa come un gran roseto vivente, ella al braccio di lui, animata, ridanciana, con uno scintillio negli occhi neri. Non era più la languida signora che qualche ora prima nascondeva la testa nei guanciali in atteggiamento sofferente; nel suo incedere, nei movimenti, nelle parole aveva un’insolita vivacità. Eppure, una delle mani sottili e bianche, nascosta ora dal lunghissimo guanto profumato, brancicava nervosamente fra le pieghe dell’abito e sgualciva alquanto l’ideale vaporosità della garza appena soffusa di color roseo, come un’aurora.

Quel monello di tenente non smetteva intanto di susurrare tante paroline belle col capo chino su lei fino a sfiorarle i riccioli, paroline belle e spiritose, forse, giacchè ella ne rideva di cuore, crollando la testa vezzosa e distribuendo saluti e sorrisi alle amiche e ai conoscenti che incontrava e che la osservavano con una punta di malizia negli occhi.

— Eccoci nel «regno delle favole» — canterellò sull’aria del Mefistofele il tenente De’ Falchi, entrando con la sua compagna, dopo un giro abbastanza lungo attraverso l’infilata di sale, sulla terrazza dove non c’era quasi nessuno.

Una ridente illusione. Una grotta scavata in qualche blocco enorme di cristallo rosa. La luce viva, diffusa, dietro le pareti, ne faceva spiccare il colore e la velata trasparenza. Rosai fioriti s’arrampicavano qua e là fra i sedili di pietra nera, e i fili d’argento delle fontane luccicavano misteriosi nei cespugli verdi, ricascando con un sommesso mormorio nelle vasche seminascoste dalle larghe e strane foglie di molli piante aquatiche. In terra uno spesso tappeto bianco, vellutato, che in vari punti i pètali delle rose sfogliate ricoprivano.

Quella luce opacamente rosea, dopo tanto sfolgorio di arazzi e di festoni, riposava l’occhio e faceva pensare ad un paese misterioso di sogni e di pace. Eppure Letizia non si sentì più tanto padrona di sè come laggiù nelle sale rumorose, dove aveva risposto coi frizzi e col sarcasmo brillante alle galanterie del giovane ufficiale. Le parve che in quel silenzio tutta la sicurezza, di cui s’era compiaciuta in segreto, vacillasse, e ne fu seccata. Ma non volle farlo supporre e si soffermò ammirando.

— Il regno delle favole...! E la regina? — diss’ella senza nessuna intenzione, ingenuamente, non dubitando di parer lei davvero l’incarnazione della bellezza, della gioventù, della poesia, così graziosa, bianca, delicata nell’abito vaporoso, stellato di brillanti. De’ Falchi non si lasciò sfuggire l’occasione per dirglielo e lo fece con parole così blande e così dolci che parevano carezze. La contessa con piccole mosse comiche d’esagerata modestia si velava il volto col ventaglio di trina. Poi, rannuvolandosi in un subito fra il gioco, ebbe un sospiro.

Anche lui era bello, bello come un giovine Nume! Anche lui pareva un eroe degli antichi tempi con la divisa luccicante, la bionda testa irrequieta, gli occhi vivi, il personale slanciato. Come era bello così! più bello nel suo meriggio di giovinezza, che quando, ancora adolescente, quasi, le aveva parlato d’amore.

La musica che si udiva lontanamente, come un’eco, aveva ripreso. Un crocchio di persone che conversavano laggiù si sciolse. La principessa Montegaudio, passando accanto ai due, ebbe un’occhiata severa, ma il vecchio generale ch’era con lei quasi sorrise. Letizia e De’ Falchi rimanevano soli.

— Ce ne andiamo? — diss’ella con un tono indolente simulato: e lo trasse con delicatezza dietro gli altri. Ma il tenentino fece due passi, poi s’arrestò.

— Guardate prima nel carnet, vi prego! — disse come se domandasse la proroga d’una sentenza crudele.

Guardarono insieme, mentre nella fretta del cercare le loro mani si sfioravano. Non c’era nessun nome. Egli ebbe un profondo respiro di sollievo.

— Non importa, non importa, — soggiunse Letizia, che pareva contrariata. — Andiamo in un altro luogo.

— Dove trovare un luogo più bello per la vostra bellezza?.... per la mia ammirazione?..... Io passerei la vita, qui, con voi....

— Prima di tutto le ho proibito assolutamente di darmi del voi! — e Letizia gli battè il ventaglio sulle dita, — damerino incorreggibile...

— Pardon, Contessa! — disse subito De’ Falchi con una lievissima intonazione ironica. — Ogni tanto mi dimentico che sei anni sono passati.... Ho la memoria un po’ logora, vedete..... in certi casi. E trovandoci insieme ancora, in questo luogo di sogno io sogno d’avervi ancora accanto libera, amante, mia....

Letizia, già presso alla soglia, si fermò ancora, tornò indietro. No, così non andava proprio. Darle del voi e rievocare il passato! Erano le condizioni del loro trattato di pace, queste? Un ufficiale dell’esercito mancare di parola così! Vergogna, cento volte vergogna!

Ma De’ Falchi s’impadronì della terribile manina e la imprigionò sotto il suo braccio senza staccarne la sua mano.

— Contessa Letizia Farigliano di Roccamare, — cominciò con quel suo fare tra ardente e sentimentale e scherzoso, irresistibile per lei, — mi dica dunque che cosa debbo fare per ottenere perdono...... Vuole tutte queste rose in omaggio? Vuole che le dica dei versi, dei bei versi? Una volta le piacevano e mi sgridava perchè non li sapevo mai... Ora ne so.

La signora ebbe ancora un moto di ribellione, di sdegno, ma non resistè al suo compagno che l’allontanava dalla porta d’uscita, stringendole più forte la mano.

— Senta, — continuò de’ Falchi, — sono versi che sembrano scritti apposta per lei e sembrano scritti da me, per dirli adesso. — Poi seguì a voce un po’ bassa, con appassionata dolcezza:

Sul viso il tuo respiro caldo m’aleggierà

Come un profumo; e come una soave musica

La tua voce divina mi darà pace all’anima

Accanto a te seduto, ne’ tuoi capelli biondi

Immergerò la mano, e dei dolci misteri

Del core io parlerò coi tuoi grand’occhi neri....

Lei lo lasciò dire, giocherellando col ventaglio e facendo un po’ la distratta e un po’ la disinvolta; in realtà sommergendosi nella melodia di quei versi, di quella voce, che le avevano messo nel cuore un palpito violento, stranamente delizioso.

— Di chi sono? — chiese poi, tanto per non star zitta, già smarrita.

— Sono d’un giovane poeta e appartengono a un poemetto, intitolato «La leggenda del cuore». Vede, anche là nella leggenda sono soli l’innamorato e la Diva, è in una specie di paradiso terrestre come questo... Solamente quella diva era più buona di questa.... si lasciava anche dare del tu.

La signora levò il capo e non rispose. Era seria, soffriva. Qualche cosa di estremamente violento, come un incantesimo, la teneva ora là, muta, ascoltando, mentre il seno seminascosto dai veli si sollevava frequentemente nel respiro breve, e la collana di brillanti nel tenue e ritmico movimento aveva un abbagliante saettio di raggi e di colori. Passando accanto a un rosaio ne strappò un fiore e fece per gettarlo nel bacino d’acqua accanto, ma De’ Falchi le impedì l’atto.

— Vede se è cattiva? — disse con una brusca tenerezza. — Che male le ha fatto, per esempio, quella povera rosa? Lei fa così di tutto, di fiori, di uomini...

— Io no; è il destino che sfoglia tutto intorno a me... — mormorò lei quasi piangente. E sedette sul sedile di pietra nera, l’ultimo sedile, appartato, nel fondo del poetico ambiente. Era come in una nicchia di rose: a’ suoi piedi la fontana; tutto intorno molto verde messo là per ragione di prospettiva, li isolava. Potevano credersi in un pianeta ideale.

De’ Falchi le sedette accanto e le cinse la vita con un braccio.

— Il destino siamo noi, — le disse dolce, insinuante; — e noi ci ameremo tanto, tanto; ci ameremo per tutte le ore perdute, per tutte le ore che mi hai rubato, che mi hai tradito. Sono io il tuo sposo, e tu sei mia. Nessuno dei due ha dimenticato, vedi? Nè tu nella pace, nè io nella tempesta dove cercavo di sommergere l’immagine tua. Sei stata la rovina della mia vita, tu, Letizia; non m’hai amato abbastanza... ma ora, quand’anche questo amore dovesse passare come un turbine sulle nostre esistenze, noi non ci separeremo più....

Letizia udì confusamente le ultime parole. Quell’accento di passione, quello sguardo che la bruciava, quel soffio che usciva dalle labbra del giovine a carezzarle la fronte, quel luogo fantasiosamente bello, tutto, tutto finiva di paralizzarla, di perderla...

Svincolò dolcemente le mani e si velò il volto impallidito: «Oh amore dei miei giovani anni... Oh mio ideale!» gemette l’anima sua, ed appoggiò esausta la testa fra le rose. Ma la voce insinuante la perseguitava, le rispondeva all’orecchio: «Oh, i fini capelli odorosi, la delizia e il delirio della mia giovinezza.... il mio tesoro rubato io lo riprenderò!» — E fra le rose, fra il profumo, ella sentì il suo bacio fra i capelli.... ma a quel contatto scattò, si riprese improvvisamente, mentre una nevata di petali rosati cadeva dai rami bruscamente scossi sul sedile di pietra nera.

— Oh no, Carlo è troppo tardi, — disse dolorosamente. E con un’improvvisa energìa si diresse sola, frettolosa, verso la porta. La musica cessava allora.

***

Rientrata in casa non si coricò. Si richiuse nelle sue stanze congedando la cameriera. Ritta, nella luce chiara e diffusa del piccolo spogliatoio parato a colori ridenti, dinanzi allo specchio alto e stretto che la rifletteva bianca e bella, così senza gioielli e senza guanti, ella si scioglieva il vestito lentamente, lasciando errare gli occhi pensosi fra gli accessorî del suo abbigliamento gettati qua e là alla rinfusa. E gli occhi neri, profondamente cupi, si posavano, senza sguardo, dal ventaglio prezioso di merletto al fazzolettino di Malines, dal carnet d’argento ossidato ai lunghi guanti che serbavano ancora l’impronta delle sue braccia scultorie, della sua tenue mano; dalla sciarpa di blonda profumata di violetta che le avvolgeva il collo, uscendo, all’iridescente splendore dei brillanti che si ammucchiavano nel cofanetto aperto. Mentre le scivolava ai piedi l’abito in una densità gentile di colori, come un nebuloso piedestallo, Letizia ne trattenne bruscamente un lembo accendendosi in viso. Nascosto e protetto da una piega, aveva trovato un petalo di rosa, fragile avanzo che tenne lungamente fra le dita convulse, immersa nel ricordo di quel momento di sgomento e di amore. Poi infilò una veste da camera, passò nel suo salottino, s’accertò se gli usci erano ben chiusi e sedette alla scrivania. Scrisse due pagine, senza interrompersi, alla luce oscillante di un candelabro; ma incontrando cogli occhi un ritratto, si gettò indietro nella seggiolina, col respiro mozzo, le tempie umide di sudore gelato. Cacciò il ritratto in un cassetto e si rimise a scrivere, poi rallentò, posò la penna, e mise il volto nelle mani. Perchè le venivano quelle idee adesso? Suo marito dormiva inconscio....... forse non aveva neanche osservato Carlo De’ Falchi fra la folla; certo non lo conosceva, ed ignorava l’idillio fuggitivo della sua primavera..... Riprese la penna; lo stianto d’un mobile la fece balzare in piedi nascondendo il foglio vivacemente..... poi si rassicurò dandosi della grulla. Gli usci erano chiusi, la casa addormentata in un fitto silenzio. Chi poteva immaginare ch’essa vegliava scrivendo delle lettere d’amore?

.... E lui? Che faceva lui a quell’ora? Sognava la sua diva dai fini capelli odorosi?.... Ah, se avessero detto alla poveretta dove e come lui finiva la notte.....

«Ancora pochi giorni, scriveva, poi saremo liberi di vederci quando ne abbiamo voglia, senza timori, senza sorveglianze.... Il mondo? Che importa a noi del mondo? Ci amiamo, il mondo siamo noi! Era destinato così....» E ripensando a quelle parole ardenti, s’interrompeva fremendo ancora d’emozione. Nessuno le aveva parlato mai così appassionatamente, con quella veemenza pazza ed inebriante; nessuno! Alberto? Oh, Alberto così freddo, così severo, così compassato, preoccupato solamente delle convenienze, semplicemente deferente e cortese con lei, senza scatti, senza entusiasmi per la sua bellezza, Alberto che la riguardava come un oggettino d’arte raro e fragile di sua proprietà — bisognava pur dirlo — non sapeva amare! O forse non l’amava, non l’aveva mai amata! «Forse anche m’inganna, forse ha un’amante», concluse Letizia; e nell’eccitamento di nervi in cui si trovava, si ripetè che allora essa poteva ben riamare chi l’adorava; che era nel suo diritto!.... Ma queste teorie che volevano pur convincerla ondeggiavano confusamente nella sua povera mente smarrita e non acquetavano le piccole serpi che la mordevano al cuore....

***

— Letizia, — disse suo marito entrando il pomeriggio seguente nel salottino profumato, — ti porto una vecchia conoscenza. Il marchese Carlo De’ Falchi che mi dice di averti conosciuta da signorina e che ieri sera mi si rivelò come il fratello di un mio carissimo amico di collegio, morto. Ecco due titoli che gli danno diritto alla nostra amicizia.

De’ Falchi, che seguiva Alberto, si inchinò ossequiosamente alla contessa; ed ella, sollevandosi un poco, tutta bianca nel viso, gli tese la mano senza parlare. Aveva un abito di raso nero molto semplice, un gioiello antico al collo, una rosa alla cintura; abbigliamento severo che le dava una grazia tranquilla e dignitosa. Egli però la preferiva come la sera prima, con le spalle e le braccia nude, rosate, fra la sfumata trasparenza dei veli; ma si guardò bene dal lasciarlo apparire in quello sguardo balenante che le gettò attraverso il viso come un bacio rovente.

La giovane contessa era sul punto di tradirsi: nascose le mani tremanti; ma il sangue le pulsava violentemente al cuore, le ronzava negli orecchi. Cinque minuti prima avrebbe dato dieci anni di vita per rivederlo, ma non così, non in presenza di suo marito, non terzo nella loro intimità. Perchè non aveva aspettato, benedetto ragazzo? Ma era possibile che avesse tanto impero su se stesso da non svelare mai, nè con uno sguardo, nè con una parola imprudente, il loro segreto? Non doveva sentirsi ribollire il sangue alla vista di quell’uomo che la possedeva? Non doveva avvampare di sdegno, di gelosia, di amore, udendolo parlarle famigliarmente — entrando nella casa in cui vivevano in comune — dove doveva sentire l’eco dei loro baci?.... E come queste passioni tumultuanti non lo avrebbero perduto? E allora cosa accadrebbe tra quei due uomini?... Questo l’ingenua contessa si chiese angosciosamente. Ma De’ Falchi fino dalle prime frasi mostrò una disinvoltura, una calma, una naturalezza invidiabili. Fu cordiale ed espansivo verso Alberto; gentile e rispettoso con lei, e non un momento lasciò languire il dialogo. Fece con arguzia la rassegna della festa; parlò d’un romanzo francese che faceva il giro dei salotti, dell’equipaggio nuovo del duca d’Arce, di un ritratto all’antica fatto dal celebre ed estroso Fides alla principessa Montegaudio, di un matrimonio dell’aristocrazia, di una acconciatura della Regina.

Letizia lo guardava fissamente ascoltando, e taceva. Quella disinvoltura dileguava le sue paurose fantasticherie, sì, ma vi lasciava un fondo di tristezza e di dolore. Taceva.

De’ Falchi chiese a un punto se la signora contessa fosse sofferente.

— Sì, — diss’ella bruscamente, — soffro... — Ma la voce le morì nell’incontrare gli occhi di suo marito che le parve volessero scrutarle nell’anima.

— Soffri? È naturale, — osservò Alberto con perfetta calma. — Anche ieri non ti sentivi punto bene. Dovevi prevedere le conseguenze di un ballo nelle tue condizioni di debolezza e di squilibrio nervoso.

La contessa si arrovesciò lentamente nella poltrona abbassando gli occhi a passarsi in rivista le unghie opaline. Uno sgomento strano le aveva stretto il cuore a quelle parole, di cui credette afferrare un secondo significato noto a lei sola. Si sentiva morire.

— Sarebbe un quadro antico questo? — chiese improvvisamente l’ufficiale levandosi a osservare un ritratto fiammingo appeso alla parete.

— Si, un Van Dick, — rispose il conte alzando alquanto le tendine della finestra. La luce chiara battè loro sul viso e li circonfuse. Alberto, alto, bello, nobile, con le mosse e l’aspetto principeschi; De’ Falchi molto meno attraente della sera innanzi, al chiarore del giorno che gli metteva in evidenza le rughe precoci sul volto scialbo ed avvizzito; le occhiaie livide che gli cerchiavano gli occhi gonfi, senza splendore. La giovine signora lesse in pochi minuti su quel viso tutta la storia d’una bassa vita corrotta, poichè un senso di fredda ragionevolezza le era filtrato nel cuore. Perchè? da quando? Lo ignorava; ma in quei pochi minuti sentì che si risvegliava dal suo splendido sogno, senza scosse, senza spavento; ma si risvegliava, irreparabilmente.

— Eccellente, eccellente, e conservato, poi!

Nell’ammirare, de’ Falchi colse un momento favorevole per sussurrare a Letizia: Scrivetemi! Poi si congedò, inchinandosi e salutandola militarmente con gli occhi ridenti che lo tradivano. La contessa ebbe appena la forza di fare un cenno col capo, e quando furono usciti, suo marito e lui, s’abbandonò ad un pianto convulso tutto scosse e sussulti, un pianto lungamente represso che prorompeva disperato e violento. Era l’addio ad una larva del passato, era rimorso del sogno, era vergogna di quella realtà prosaica piena d’ipocrisia e di viltà. Oh! il suo vaneggiare di quei due giorni! il vaneggiare dolce e doloroso! la lotta per difendere l’invasione del proprio cuore! il turbamento sfumato in languore soave nel sentirlo cedere a poco a poco a quell’onda di passione rinascente che le offuscava la ragione.... quella pagina d’amore fra le rose, la lunga lettera folle, scritta e non inviata, i rimorsi soffocati dal ricordo di quella stretta e di quel bacio, la fisima di un amore purificatore, sublime, che dovrebbe redimere l’amato e fargli ricominciare la vita per lei.... che rimaneva di questo?...

Il prisma scintillante e variopinto era ridivenuto un vetro volgare. Ella sarebbe divenuta l’amante di quell’ufficiale di cavalleria che conquistava con un astuto opportunismo il cuore di suo marito per poterla corteggiare a suo comodo: sarebbe vissuta dividendosi prosaicamente fra quei due uomini, menando una triste vita di finzioni, di lotte, di rodimenti, di bassezze; tormentata dalla memoria de’ suoi anni di vita illibata e serena per guadagnarsi infine lo sprezzo e l’abbandono dell’uomo al quale faceva il sacrifizio della sua dignità. Tale fu la tetra visione che la sua anima onesta e candida intravide in un lampo di cruda luce e dalla quale rifuggì inorridita e salva. Era guarita, lasciando brani di sè al ferro e al fuoco; ma che importa? Era guarita.

***

Dovette mettersi in letto, affranta. La sua delicata fibra di donna fu la sola parte di lei sconfitta nella terribile prova. Ebbe una lunga e acuta crisi di nervi, poi nel meriggio seguente migliorò e volle alzarsi. Ma era ancora così debole che fu obbligata a lasciarsi andar subito sulla chaise-longue per appoggiare la testa indolenzita. Di là guardava intorno tranquillamente coi grand’occhi cerchiati di nero, occhi innocenti e mesti di bimba malata, come se rivedesse dopo un lungo e pericoloso viaggio quelle pareti del suo santuario d’affetti e di ricordi. Frattanto una gran pace, una dolce pace succedeva alla dilaniante agitazione di poche ore prima; una pace feconda di buoni propositi che si lasciavano dietro un profumo di fiori che sbocciano sotto un sole caldo e luminoso. E carezzava tutto intorno con lo sguardo quel nido tepido di raso e trine; accarezzava la poltroncina dove Alberto era solito sedersi, dove lo aveva veduto anche in quelle dodici ore di strazio, con la faccia pallida, senza respiro, senza movimento se non per accostarsele a farle odorar l’etere, o rinnovarle il ghiaccio, o darle qualche sorso di cognac, carezzando con la bella mano aristocratica quelle di lei brancicanti fra le coltri.... Vedeva il cofano scolpito, custode dei suoi gentili ricordi di infanzia e di adolescenza, dello spensierato tempo lontano che raggiava mitemente in una luce rosata e nebulosa, a cui ella volgeva l’occhio sempre intenerito. Aveva conservato un ricordo di tutto: dei giorni di palpiti, di speranze, d’angoscie, di lutto, di solitudine, di esultanza; poi le giornate gioiose piene di canti e di fiori della fidanzata, lieto poema terminato da un giorno di smarrimento che era passato lasciando nello stipo un fascio di fiori d’arancio e un lungo velo bianco. Poi venivano i mobili e le pareti ingombre di gingilli ognuno dei quali le rammentava un’attenzione delicata del suo compagno, una frase affettuosa, un bacio, un anniversario dolce, tutta la storia del presente ricco d’amore, d’amore vero, refrigerante e sicuro, ch’era idolatria e protezione ad un tempo. E là, dirimpetto, i grandi ritratti de’ suoi morti che la guardavano fiso, cogli occhi animati da una così strana luce di tenerezza e di malinconia che le fece mormorare cento volte: Perdono, perdono, perdono....

Infine si levò, risoluta, calma, seria, come se stesse per compiere un dovere od obbedisse ad una ispirazione superiore; e scrisse poche righe su un cartoncino liscio, con la sua elegante calligrafia di signora:

«Credete a me, Carlo, è meglio che non ci rivediamo mai più. Ho dei gusti borghesi, compatitemi! preferisco rimanere semplicemente una donna onesta che diventare la Diva di qualche leggenda. Addio. — Letizia.

Chiuse il cartoncino in una busta con l’indirizzo e la fece impostare subito dalla cameriera. Poi tornò a fissar gli occhi de’ suoi morti.

Quando si riscosse, il sole sul tramonto lambiva le trine del soave nido serico e una nota voce risuonava nell’anticamera. La contessa si avvicinò allo specchio e si ricompose i capelli.

Suo marito entrò soffermandosi sulla soglia.

— Già levata? brava! ti senti dunque meglio? — e mosse verso di lei premuroso, un po’ triste.

— Guarita, Alberto, guarita! — Letizia ebbe un impercettibile sorriso sibillino. Poi gli mise lentamente le braccia al collo e gli nascose la testa sul petto, contro il cuore.

— Dì, Alberto, — susurrò, — mi perdoni le mie bizze, la mia musoneria? hai veduto? non stavo bene, erano i nervi...

— Già i nervi, quei benedetti nervi... — Alberto le carezzava adagio i capelli, ninnandola come una bimba.

Erano nella spera di sole che traversava obliquamente la stanza e s’insinuava nel letto, fra le cortine: Letizia rialzando la leggiadra testa la ebbe tutta intrisa d’un oro ardente.

— Dimmi, Alberto, quando parti? — gli chiese con risolutezza.

Egli esitò un istante.

— Ma... dissi lunedì, e lunedì è dopodomani. Avresti qualche cosa in contrario? Mi dispiacerebbe perchè non posso differire...

— .... io no, anzi... — rispose lei tutta rossa e palpitante; — gli è che.... volevo saperlo.... te l’ho domandato, — aggiunse rapidamente — perchè vorrei venir con te! Oh, Alberto, portami via con te!

Gli ricadde sul cuore tutta commossa. Alberto rimase un minuto in silenzio, immobile; poi il signore serio, rigido, sempre dignitoso e corretto la strinse fra le braccia con uno slancio di giovane innamorato ripetendo a voce bassissima:

— Sii benedetta; grazie, grazie....

Ma, di colpo, le prese tutte due le mani, obbligandola a rimanere là dritta dinanzi a lui come dinanzi a un giudice. I suoi lineamenti avevano assunto adesso un’espressione autorevole, severa, quasi di durezza.

— Hai scelto dunque? — le disse lentamente, fissandola negli occhi. — Non te ne pentirai?

— Ah, Alberto! — Era un grido di dolore, ma Letizia sostenne quello sguardo risoluta, orgogliosa.

— No? — continuò lui scosso più che non lo volesse parere; — no, proprio? Ebbene, sono contento, Letizia, perchè è quello che mi aspettava da te. Poichè, vedi, — seguitò freddamente, — avendo la coscienza di valere di più, ho voluto che tu ci vedessi accanto, per paragonare, per sce...

— Oh no, per pietà, Alberto, non la ridire l’orrenda parola! — gridò lei svincolando le mani per posargliele sulla bocca. — Mi crederai se ti dico che fu un sogno? solamente un sogno della mente malata? un breve sogno di cui ho rimorso, ma di cui non debbo arrossire? Che sono ancora degna di te, della tua stima, del tuo amore, del tuo nome.... Mi credi?

Alberto la guardò negli occhi neri che raggiavano.

— Ti credo, — disse semplicemente.