IV.
GIROLAMO OLGIATI.
Dal Visconteo castello
Ove ogni fe’ tradì,
Già l’Attila novello
Dal ferro ultor fuggì.
Fur di Milano i figli
Eroi più che guerrier....
E li dicean conigli
Dell’Austria i masnadier!
Di schiavi in man le spade
Non son che un giunco, un stel;
In man di libertade
Son fulmini del ciel.
O. T....
Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia. Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili dai Visconti. Sì gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della libertà.
La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.
Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11] e di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo Maria. Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare le sue piaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le conseguenze d’una spirata libertà[12].
In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune. Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13]. I suoi successori ora ambiziosi e deboli, ora crudeli e capricciosi, rinnovarono le triste scene dei Visconti.
Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto. Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana da sè, fu costretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del 1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione, li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole: Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà la memoria.
Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni, perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre, ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero. Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.