V.

SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHI
o
IL GIRO DI TRE SECOLI.

Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.

Di Pradt, Sulla ristaurazione del
Governo reale in Francia.

Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensione di stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.

Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca, ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.

L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta, per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni. Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio della monarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.

I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.

Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governo della quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede. Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.

Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti del Primo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:

I. Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.

II. Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo che il prelodato Primo Console come generale in capo dimorava in Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesima e li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità competenti.

III. Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare divisione di partito e di sentimenti.

IV. In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente: eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi come traditori e nemici della patria.

V. Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro.

VI. Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati.

Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del glorioso Eroe che le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi.

Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII (4 giugno 1802).

L’Amministrazione Provvisoria

Marliani
Sacchi
Goffredo
}Delegati

Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].

Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.

Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:

«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».

«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»

Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.

Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.

«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore del Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.

In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama il Grand’Uomo, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.

Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.

Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.

Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.

Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.

Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.

Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo-Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.