IX.
20 MARZO (LUNEDÌ).
Evviva l’Italia!... tremate o stranieri!
Su... via... ricalcate gli Alpini sentieri;
Fuggite... già l’ora del sangue è suonata...
Reclama vendetta la madre oltraggiata:
E i figli han giurato—nei liberi deschi,
Morte ai Tedeschi.
I volontari Napoletani in Italia.
Non ci attristi più lo sguardo
L’abborrito giallo e nero;
Sorga l’Italo stendardo
E sgomenti l’oppressor.
Sorga, sorga e splenda altero
Il vessillo tricolor.
L. Carrer.
Ad una cupa e silenziosa notte interrotta da qualche grido di all’erta, da qualche colpo di fucile tien dietro un giorno che si presenta a noi sotto un aspetto molto tristo, e per la dirotta pioggia che cade, e pel continuo suonar a stormo, e per l’incessante tuonar del cannone. Pure i nostri animi non si abbattono, ed i nostri cuori, come spinti da forza ignota, si abbandonano ad insolita gioja, foriera di quella vittoria che andiamo a conquistare.—I trionfi dei due giorni precedenti han rinfrancato il nostro coraggio. Tutto seconda le nostre brame. Iddio è con noi! Pio IX ha benedette le nostre armi! Iddio è con noi! ripetiamo questo grido. «La croce sanguigna sia il nostro vessillo. O Tedesco infesto alla nostra nazione, odi quel funereo suono de’ sacri bronzi? Egli ti annunzia la tua miserabile fine!—Maledetto da Dio, maledetto dagli uomini, in chi speri tu ancora? Tu fuggirai, ma il marchio d’infamia che t’improntarono gli Italiani, al mondo intero ti farà manifesto e tutti i viventi malediranno e fuggiranno in te il ladro, l’infame assassino dell’Italia.—E tu, o Radetzky, ben degno condottiere di questa masnada, saldo appoggio del vacillante trono Austriaco, perchè non isfoderi quella vantata spada che per sessantacinque anni sfolgoreggiò a difesa del tuo principe? temi forse spezzarla contro i nostri petti di bronzo? N’hai ragione, noi non dobbiamo incontrarci. Tu non devi morire per mano di un prode. Vile come le orde che tu comandi, te ne stai intanato co’ tuoi satelliti a preparare la nostra distruzione coll’armi del tradimento.—E chi ponesti a presidio del Palazzo di Giustizia, dell’Arcivescovile, della Corte, della Direzione di Polizia, della Piazza de’ Mercanti? Vigliacchi tuoi pari che rifiutando di combattere, ci presentano il bianco vessillo di pace per coglierci nella rete e piombarci poi addosso coll’arma dell’assassino.—Ma la giustizia divina ci ha salvati tutti, noi abbiamo vinto: voi siete nelle nostre mani! Ora ci domandate la vita in dono, ci domandate del pane?... Avrete tutto. L’Italia è un popolo di leoni, tanto valoroso quanto magnanimo. Le vostre ossa andrebbero tritolate come il grano turco: ma questa fatica l’affidiamo al diavolo, se pure vorrà addossarsela.
Veniamo alla narrazione storica.
Di buon mattino tutti i soldati che si trovavano di presidio al palazzo vicereale, e con essi molte famiglie, dietro invito del generale Radetzky, nel massimo disordine fuggivano a ritirarsi in castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo a quel rumore si fe’ addosso alla truppa e si portò al detto palazzo dov’era già entrato un corpo di Poliziotti, che spaventati dallo strepito dei nostri stivali si era nascosto in una cantina[39]. I nostri scorrono tutto il palazzo deserto e svaligiato. Frugano ogni parte per trovar arme da fuoco o da taglio: ma trovano solo venti alabarde dei Trabanti. I Poliziotti dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte escono dal loro nascondiglio e depongono vilmente le armi.—Gli ammalati che si trovavano nelle infermerie di quel palazzo, intimoriti si nascosero sotto i loro letti, da dove tratti, furono assicurati da qualunque molestia, e vennero accompagnati all’Ospedale, preceduti da un vessillo con l’iscrizione, rispetto ai feriti. Tutto quanto stava nel palazzo fu rispettato, e soli sei cavalli che vennero condotti via nel trambusto, furono restituiti in capo a pochi giorni.
Verso alle ore otto e mezzo la Congregazione Municipale pubblicava i seguenti due avvisi:
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTA’ DI MILANO.
Milano, 20 marzo 1848, ore 8 antim.
Considerando che per l’improvvisa assenza dell’Autorità Politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corr. della Vice-Presidenza di Governo, col quale si attribuisce al Municipio l’esercizio della Polizia, non che quello che permette l’armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s’incarica della Polizia il signor delegato Bellati, o in sua mancanza il signor dottor Giovanni Grasselli, aggiunto; assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il general Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe Durini.
Firmato Casati, Podestà.
Firmato Berretta, Assessore.
Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici che avrà luogo immediatamente.
Firmato Casati, Podestà.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTA’ DI MILANO.
Milano, 20 marzo 1848.
In aggiunta all’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati ugualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.
Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parocchia, ove si organizzeranno in compagnia di cinquanta ed eleggeranno provvisoriamente il loro capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.
Casati, Podestà.
Berretta, Assessore.
Poco dopo sventolarono i vessilli tricolore sulla maggior guglia del Duomo, piantati dai valorosi cittadini Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso, e le campane della Cattedrale fanno eco a quelle delle principali chiese della città.
L’esempio dato dai soldati posti a custodia del palazzo Vicereale, fu imitato anche dai Poliziotti, o polizai, come il popolo li chiama, forte baluardo posto a difesa del palazzo della Direzione Generale di Polizia. Come s’impossessassero i nostri di questo infame nido, quali atti magnanimi usassero coi vinti, l’arresto di Bolza e di Galimberti ci vengono descritti con molto garbo dall’autore delle lettere che portano il titolo di Infamie e crudeltà austriache, valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848; ed io crederei di far torto a quel distinto scrittore (che ci vuole tacere il nome) se dovessi servirmi altrimenti che delle sue parole per quest’importante fatto della giornata.
«Appena fatto chiaro il lunedì 20 marzo, molti della contrada S. Margherita fecero occhiolino dalle imposte spiando cautamente lungo la via, e non veggendo alcun poliziotto, e non scorgendo alcun soldato, si fecer coraggio ad allungare il capo fuori dalle finestre, e non conoscendosi assaliti nè minacciati da armi da fuoco, si azzardarono a farsi brevi domande e brevi risposte coi vicini di contro. Sono andati, pare?—Indietro, potrebbero essere in agguato!!—Che vi possa essere un tradimento?—Sono Tedeschi!—Ei Pietro, Rosina, indietro, vi è un tradimento.—Ma un coraggioso che venia ornato di coccarda e munito di bastone dalla Piazza dei Mercanti, annunziando che le Piazze del Duomo e dei Mercanti eran vuote, fece sorgere un cicalio, una gioja, un coraggio da non dire. Giù dalle scale, fuori dalle porte, eccoti non pochi correre all’ingresso del covacciolo del lupo. Ma.... e se vi è un tradimento?.... Un giovane dello speziale di fianco all’abbandonata Polizia, si fa animo, entra inerme....Ritorna poco dopo recando un fucile ed una giberna dei fuggiti Poliziotti: allora non vi fu più freno; il correre, l’entrare, l’escire, chi con uno schioppo, chi con una sciabola, chi con una accetta, chi con un piccone, chi con una pentola, chi con un secchio, chi con una cazzeruola, chi con una montura da poliziotto fu un punto solo; i portanti le prime corsero diffilati nelle vicine contrade a chiamar gente, onde vengano ad armarsi: chi recava le seconde, ed erano robe del custode delle carceri, le gettano per terra, le calpestano, le stracciano, le fracassano. Gli antivegenti però ed i più cauti traggono invece subito a far barricate; tavole, panche, sedie, casse, tutto si pone insieme. Una mano dei più ardenti prontan le scale per istrappare l’abborrita aquila, il pesante stemma della Polizia; e senza istrumenti tanto fanno, che alla fin fine la smuovono, la fanno cadere, e fra i fischi e gli urli la collocano arrovesciata a far parte della più vicina barricata. La contrada allora prende un carattere nuovo; dal silenzio, passa repentina ad un fracasso forsennato: chi con zappe comincia a strappar i ciottoli, chi con leve cerca alzar i lunghi marmi del selciato, chi grida, chi ordina, chi consiglia, chi lavora, chi getta dalle finestre materiali ad ingrossar le barricale, sembra insomma una vera Babilonia».
«Una voce sonora però nel frastuono si fa sentire a chiedere: Ed i prigionieri?—Fuori i prigionieri, libertà ai prigionieri!—fu la risposta in coro. E pochi minuti appresso, eccoti le prime vittime. Chi erano mai? Erano.... quelle donne della gioja.... quella peste della società.... No, no, fuori i prigionieri politici, sentesi a gridare, e voi, o donne, a casa....Vengono invece faccie pallide, brutte, sinistre, le quali appena sortite da quella porta vi sporgano la mano cercando pane confessando che sono 40 ore che non mangiano! fra le quali due, padre e figlio che dicono essere un anno che penano, e che non fu nemmeno loro cominciato il processo, e che ignorano la causa della loro carcerazione!!—Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un quarto d’ora si sente rispondere—Che s’ignora ove si trovino.—Allora l’oste della contrada dei Due Muri, che nel suo commercio vendeva vino e commestibili ai custodi dei detenuti, e che da loro sapea il numero della stanza nella quale erano rinchiusi, grida che questi si trovano nelle carceri ai numeri 18, 30, 36 e 37. Rinvenute le chiavi, eccovi persone civili, fra le quali il marchese Villani, il sig. Ravizza, il sig. Marcora ed altri precipitar da quel crudo ingresso. Al loro apparire grida di gioja gli accolgono, tutti corron loro incontro, i conoscenti balzan loro al collo, gli baciano con calde labbra, gli stringon tutti con quella consolante allegrezza, che anche i cuori i più indifferenti avrebbe mosso a dolci lagrime. Se avesti veduto, o Torresani, le tue vittime come venivano accolte, e con qual giubilo! Tu, uom senza cuore, anzi col cuor da tigre, avresti....Ma che dico? Ti narrerò invece, amico lettore, un altro tratto della bontà di cuore del prelodato Torresani. Spogliata la Polizia dell’armi da fuoco che saran state 22, o 15, e di un centinajo di armi da taglio, si passò a correre le camere degli ufficj, alcune delle quali si trovarono spoglie di libri, e specialmente la segretaria, che, come dissi, furono bruciati nella notte della domenica, come ne fanno fede le rinvenute ceneri, e gli illeggibili avanzi quasi tutti scritti in francese. In altri locali si trovarono gli effetti rubati, che la paterna Polizia non restituiva mai, o quasi mai ai proprietarj, e nella chiesuola del locale 5 cadaveri di poliziotti uccisi, un altro di costoro morto in sul solajo, e tre feriti, in fine penetrarono i cittadini nelle eleganti stanze da dove imperava il Torresani: dato mano a rompere ed a fracassare qualche mobile, passarono di là in un elegante gabinetto, nel quale trovarono giovine signora vestita di seta nera, stringentesi al seno una bambina con a lato una cameriera, entrambe pallide, tremanti stavano ginocchioni. Mandò questa uno straziante gemito all’entrar del primo, credendosi vicina ad essere sacrificata, poichè misurato il cuore di questi dal cuore del suo suocero, giacchè dessa era la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio del Torresani con il frutto di tale malaugurato connubio, si credette perduta e morta colla sua bambina. Ma l’entrato, che era munito di fucile da caccia a due canne, il cui nome ignoro e che volentieri pubblicherei accompagnandolo della lode che bella si merita, confortandola invece, e dato ordine che con modesto sciallo si coprisse la testa e la faccia lagrimosa, presala sotto il braccio, e chiamato un altro cittadino armato in suo ajuto, disceser le scale per escire. Alla insperata moderazione degli occupanti si fecer animo anche le donne del portinajo del Torresani e qualche servo di casa a seguire quei pietosi cittadini armati, i quali apertasi la via tra la moltitudine, guidarono quel derelitto convoglio alla casa paterna dei conti Giovio, ma trovatala chiusa, lo ripararono presso la famiglia dei signori Morandi.»
«La moglie poi del Torresani caduta anch’essa in potere dei nostri, non che una fra le tante concubine dello sporco Radetzky sono trattate con tanta amorevolezza da chi le ricovera, che se lo sapessero i nemici nostri, come lo sapranno, dovrebbero non arrossire, ma morir di vergogna nel confronto. Io qui ti fo riflettere, o cittadino lettore, se il Torresani avesse almen sentito i dolci vincoli della famiglia, avrebbe potuto abbandonare, e la propria donna e colei che per unirsi al suo figlio abbandonò la propria famiglia, i propri parenti, i propri amici, il proprio nome, il proprio onore, giacchè chi prima era famigliare della giovine contessina Giovio, non la riconobbe più fattasi moglie al figlio di un Torresani? Ma non ragioniam più oltre di lui, se la mano degli uomini non lo potrà afferrare, la mano di Dio graviterà sicura sul suo capo; ed il rimorso, il più fiero dei martirj, lacererà a quest’ora quell’anima, se un’anima informa quel crudele.—Chi lo dice nel seguito della fuggitiva armata austriaca, chi lo dice nascosto ancora qui in Milano, chi lo dice fuggito per altre vie sotto mentite spoglie. Ove sarà, un dì lo sapremo.»
«Si posero allora all’opra i sempre crescenti armati cittadini ad inseguire il nemico che vilmente abbandonava i posti, ed a far caccia de’ sparpagliati oppressori della caduta Polizia. Primo tra questi ultimi che smaniosamente si cercava era il famigerato Luigi Bolza. Scorsero alcune ore avanti averne notizie, ma spiato da due suoi dipendenti, che coraggioso era corso a nascondersi nel fieno sulla soffitta in un ripostiglio vicino alla sua dimora, lo trovarono difatto dopo un’accurata indagine pallido, contraffatto, coi capegli irti, chiedente, pietà, misericordia, quella pietà e quella misericordia che mai sentì per gl’infelici che per tanti anni da vero carnefice tormentò ed uccise. Lo trovaron, dissi, sotto un forte strato di fieno. Cavatolo di là apparve la sua grottesca figura: e fatte sulla sua persona le diligenti inquisizioni se avesse armi, onde non potesse tradire, od uccidersi, giacchè lo si credeva un coraggioso, capace di bruciarsi le cervella, gli si rinvennero invece le tasche colme di pane e formaggio!! Figurati, lettore cittadino, la faccia scomunicata di quel laido vecchio, smorta e sbasita, con quella bocca puzzolente che grugnisce come il porco, e quella persona tremante, coperta tutta di pagliuzze di fieno, che colle braccia aperte si lascia frugare nelle tasche, e ne cavano invece di stili o di pistolle, ne cavano pane e formaggio!! L’ira dei più accaniti, si volse in riso, e dimenticando che avrebbe meritato una fine più crudele di quella data al Prina lo si condusse invece in casa dei Conti Borromeo, ove dimorò sino al giovedì, dopo fu tradotto in casa Vidiserti, sorvegliato e custodito dal Marchese Villani, quello stesso uscito poche ore prima dalle carceri politiche di santa Margherita, e dopo tre giorni, di notte fu tradotto alle carceri del Criminale, ove, in onta a’ suoi meriti, è trattato con quella generosità che è propria dell’attuale Governo Provvisorio, generosità che lo rende a tutta l’Europa chiaro e riverito.»
«Nella contrada dei Due Muri, all’albeggiare della Domenica si sentirono dei colpi di martello nel muro sopra la prima finestra dell’abitazione del Garimberti, e poco dopo si vide cader calce e pezzi di quadrello, poi una mano a strappare un grosso mattone, tenerlo sospeso nell’aria per qualche tempo, sino a che un passaggiere si avvicinasse, e credutolo a tiro, fu scagliato, ma non rasentò che alla distanza di due dita lungi la testa dello sfortunato passante: era il Garimberti o i servi del Garimberti che da quel momento fatta pria la breccia, e coi rottami di questa fattine altrettanti mezzi di morte pei cittadini, finiti questi bersagliarono tutta la domenica sui passaggieri, come dissi, ed anche nella giornata del lunedì con armi da fuoco, specialmente da un grosso fumajuolo. Ma corso tutto il palazzo della fuggita Polizia, e non trovato il Garimberti, alcuni armati cittadini vennero nella contrada de’ Due Muri, ove aveva la sua abitazione, tentando con una trave atterrarne la porta: il che non potendo ottenere perchè era per di dentro ben fortificata, e sentito un colpo di fucile, che fu scaricato dal buco suddescritto, posero l’allarme in tutta la stretta contrada. In questo il facchino dello spedizionere Pezzoni diede ai cittadini una leva a ruota, e questi poggiandola inclinata verso la porta, e ben assicurata contro il selciato, con forza tale ne girano il manubrio dell’interna ruota dentata, che alla fine la sgangherano, e s’impossessano dell’ingresso, vicino al quale catturano il servo del Garimberti. Minacciato costui, promise additar loro il padrone, qualora lasciasser loro la vita, ed assicurato di ciò, li condusse di sopra in una stanza, nella quale erasi in quel momento riparato il Garimberti. Intimatolo di arrendersi e costituirsi prigione, mordendosi le labbra, cedette e venne tradotto nella casa dei Conti Borromeo.—Tu, amico, mi tacciasti che io sono inviperito contro gli agenti della tirannica cessata Polizia, ma dimmi tu dopo il detto, che si merita il Garimberti?»
Jeri abbiamo veduto come il Console francese sia stato il primo a promovere la protesta alle minacce del Radetzky, e come abbia invitato gli altri consoli ad aderirvi. Qual effetto poi producesse nel gran Feld Maresciallo, non lo sappiamo, ma è facile immaginarselo. Egli avrebbe voluto far un mucchio di pietre di questa città ribellata che non si ricordava più del valore delle sue truppe del gennajo.—Egli lo avrebbe fatto, ma ostava la responsabilità verso le estere Potenze che reclamavano; imprudentemente lo avrebbe fatto, ma, signor Maresciallo, come stavate di munizioni di guerra, che da tutti credevasi vi trovaste all’ablativo?
Intanto colla seguente lettera spera di prender tempo.
Signori!
Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse a loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatriotti. Il governo dì S. M. l’Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all’improvvista, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatto nessuna provocazione.
Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere ed uccidere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo potere di firmare, e che non appartengono che al Sovrano.
Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d’onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l’uno nè l’altro, come obbliga il mio dovere verso l’Imperatore.
Sta in voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo di cui furono assaliti, e a me il sentimento dell’odiosa sorpresa cui si sono serviti verso di loro.
Ad ogni effetto, per rispetto ai Governi di cui siete l’organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all’indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.
Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.
Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane.
Conte Radetzky.
Ai signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera.
Milano.
Nel corso della giornata d’oggi, furono pubblicati ancora i seguenti proclami:
PRODI CITTADINI
Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que’ miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.
Basti per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent’anni furono il flagello delle nostre famiglie e l’abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un’offerta a PIO IX.
Viva PIO IX! Viva l’ITALIA!
FRATELLI!
La Vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al Castello ed ai Bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi ed abbracciamoci. Dateci intanto notizie di voi e del Mondo politico.
VIVA L’INDIPENDENZA ITALIANA!
VIVA L’EROICA MILANO!
CITTADINI!
La bandiera italiana sventola sui portoni di Porta Nuova. I cittadini vi si fortificano e fanno prodigi.—Le truppe non osano avvicinarsi. Costanti saranno vincitori e liberi. Non vi stancate di far barricate lungo il corso di Porta Orientale e di Porta Nuova siccome sono le posizioni che più premono ai Tedeschi. Fra un giorno o due i nostri nemici lasceranno questa sacra terra ai buoni Italiani. Ogni cittadino questa notte rimanga alla propria barricata, la custodisca, la rinforzi, che Iddio protegge la nostra causa, e in questo modo conserveremo i vantaggi di quest’oggi. Vigilanza e coraggio.
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
Innumerevoli sono i tradimenti dei nemici in questo giorno, gli strattagemmi ed i tentativi per incendiar le barricate: ma sono inutili sforzi; mentre gli uomini cogli archibugi, colle tegole e coi sassi vi scacciano i soldati, le donne coraggiose vanno gettandovi sopra dell’acqua.
Porta Romana. Alcuni Croati che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, messi in fuga da un drappello di cittadini, si rifuggirono sul far della notte nelle vicine ortaglie di Quadronno. I valorosi Nova e Grilloni, con altri, li inseguirono, e fermatisi ad una voce che gridava pietà, entrarono nella casa di un ortolano, dove fecero prigionieri cinque Croati, che condussero in casa Trivulzio. In quella casa si trovò mutilato in modo orrendo il corpo di una donna e di tre suoi figli ancor fanciulli.
Porta Tosa. In questo giorno il numero de’ combattenti va ingrossandosi sempre più, ed intrepidi al continuo fuoco del cannone stringono il nemico da tutti i lati. I contadini al di fuori fanno altrettanto. Il primo numero del giornale Fratellanza, ci riporta il seguente fatto successo mentre fervea più accanita la pugna. «Un ragazzo di 12 o 14 anni al più, si distingueva fra gli altri, salutando colle beffe e coi fischi ogni colpo di cannone e la grandine delle palle austriache».
«Allo scherno aggiungeva la disfida; onde arrampicatosi sul ciglio di una barricata fra le più vicine al nemico, vi si pose a cavalcione, e col gesto usato dal basso popolo allorchè esprime il piacere d’averla fatta o di volerla fare a qualcuno, andava provocando quei soldati ad avvicinarsi a coglierlo».
«In quello stesso tempo un altro giovinetto di qualch’anno più avanzato in età, stava intento come a sollazzo, unitamente a varj suoi coetanei e più vicini, a raccogliere le palle che d’ogni intorno piovevano a terra, quando a poca distanza vide cader di rimbalzo dal muro dell’attigua casa una palla di cannone. Correr dietro a quella, fermarla e prenderla fu l’opera d’un momento; d’un salto si trasse alla vicina barricata, e di colà con quanta forza potè adoperare, rigettolla verso i cannonieri a più riprese, loro gridando: tornate a mandarla giacchè non andò bene; sarebbe munizione perduta.»
Le campane di S. Pietro in Gessate cominciarono a suonare a stormo verso le ore dieci antimeridiane, ed intanto dietro le barricate verso il borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio, l’ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altra scelta gioventù ed alcuni arditi pompieri, incominciarono un fuoco, che andò sempre crescendo, di schioppi da caccia e moschetti contro i Croati e la cavalleria, che in vari drappelli, percorrendo i bastioni dal borgo di Monforte alle case di questo dazio, e dietro il muraglione del magazzino Cagnola, moschettavano sui nostri combattenti.
Due volle il nemico tentò di rinforzare questa porta con due altri cannoni che conduceva da porta Orientale, ed altrettante fu respinto dal continuato fuoco della compagnia del valoroso Vernay. A più riprese si combattè dai diversi drappelli de’ nostri contro i Croati. Partiti i cannoni, Vernay colse l’occasione per correre co’ suoi bravi a dar l’assalto alla porta e vi giunse vittorioso[40].
Porta Nuova. Narra la Gazzetta officiale di Milano del giorno 8 aprile, i seguenti due fatti: Il giorno 20 marzo alle ore otto di mattina i valorosi della nostra patria costrussero una barricata in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, onde impedire alla guardia del palazzo del Genio la ritirata, e precludere al presidio del Comando Militare la via di soccorrerla, indi i pochissimi nostri tiratori, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre confortavanli a combattere, si avanzarono dirigendo le palle dei loro archibugi al Palazzo del Comando Militare, cui presidiavano una compagnia di granatieri ungaresi ed un’altra del reggimento Raisinger. Questi mandarono allora un officiale con bandiera bianca a chieder pace; ma poscia, tosto che un animoso giovane si fu presentato al loro capitano intimando che cedessero le armi, venne scoperta l’insidia di quel messaggio, il capitano ricusò di far deporre le armi alla soldatesca, e tradimento! fu il grido che risuonò per tutta la contrada, tradimento! Nè quel grido falliva, perchè non erasi appena finita la barricata, che il fuoco della moschetteria nemica si avanzava dalla contrada dei Fiori, e ne fu colpito alla mano sinistra ed alla coscia l’ex militare Luigi Perdoni, ultimo a dipartirsi dall’opera: raccolto però in una casa nella contrada di Brera, il Perdoni ebbe tosto ajuto, poichè il dottor Buzzi con le cure pronte dell’arte lo avviò a sicura guarigione.
In questo stesso dì verso le ore due e mezzo dopo il mezzo giorno, una banda di quei soldati masnadieri sfondò le porte dell’antica osteria di Brera, Lorivoli, sull’angolo del Monte di Pietà, ed entrativi misero tutto a sacco e ruina sotto la condotta del proprio colonnello.
Porta Comasina. Verso il mezzogiorno un Maggiore ungarese, preceduto da una truppa di gente, dal castello si avanza al Ponte Vetro, agitando in aria un fazzoletto bianco e gridando pace, pace, ed assicurando che a Porta Comasina aveva fatto sospendere il fuoco a’ suoi Ungheresi, e che non avrebbe riprese le ostilità, purchè le sue truppe non fossero molestate. Vado dal Generale in Capo in castello per un accomodamento: chi vuol venire con me si farà persuaso. Il sacerdote D. Pietro Mauri, della parocchia di S. Tommaso, accompagnò il Maggiore insieme con un altro ufficiale degli Ussari che era venuto in quel mentre.—Alcuni asseriscono di aver osservato un Tirolese di picchetto all’imboccatura della contrada, che dimenando il capo faceva segno di non fidarsi.—Poco dopo un Poliziotto, disarmato scortato da tre militari italiani col moschetto abbassato e senza bajonetta, si porta dal prestinajo in contrada del Baggio a prendere un gran cesto di pane di formento che fa portare con sè. Questo momento fu propizio anche per gli abitanti che andarono a provveder pane e commestibili.—Il Poliziotto ritorna di nuovo per prendere dell’altro pane, ed intanto quelli che aspettavano il prete, non vedendolo a ritornare, afferrarono il poliziotto e gliene dimandarono conto. Costui risponde che stava parlando col Maresciallo; ma le guardie civiche non fidandosi di queste parole, trattennero il soldato di Polizia, rimandando gli altri soldati a prendere il Prete, intimando loro che se non ritornavano presto avrebbero fatto a brani il Poliziotto. Il Prete ritorna poco dopo dimenando il capo e gridando al consiglier Decio, che lo stava aspettando: siamo traditi! Ed il fatto non andò a lungo a verificarsi, mentre poco dopo i soldati ripresero le ostilità, e le moschettate ed i colpi di spingarda ripresero il loro corso[41].
Atroce caso successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed entrati uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni foggia; poi arrostiti vivi due bambini, e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa e quindi si ritirarono nel palazzo del General Comando.
Porta Ticinese. La caserma dei Poliziotti a S. Bernardino alle Monache cedette al valore de’ nostri, che dopo accanita pugna giunsero ad incendiar la porta esposti ad una pioggia di moschetteria. Solo il picchetto che trovavasi a S. Simone in guardia della Polizia, dopo di avere spiegata una bandiera bianca in segno di pace, colse il popolo festante sotto le finestre, e quindi i traditori scaricarono contro i loro fucili, per modo che de’ nostri, due restarono morti ed uno ferito. Così infame tradimento, invece di avvilire, accrebbe il coraggio dei cittadini che si portarono sin sotto alle finestre, ed ivi bersagliando que’ tristi, li costrinse cedere al loro valore.
Siccome in questo giorno, come abbiamo detto, la città venne in possesso, mercè la prodezza de’ nostri combattenti, di varj palazzi che si era appropriati il cessato governo Austriaco, il Municipio pensò bene di metterli tutti con le cose in essi contenute, sotto la salvaguardia delle Guardie civiche, col seguente proclama:
CITTADINI
Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici Stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si contengono e soprattutto le carte che possono essere preziose per le famiglie.
D’ora in poi tutte le cose che erano del Governo, sono nostre. Dunque conserviamole.
Ordine e Concordia!
In questo stesso giorno si lessero pure affissi sugli angoli della città i due proclami che seguono, col primo dei quali si stabiliva un Governo Provvisorio alla direzione d’ogni cosa.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA R. CITTA’ DI MILANO
Milano, 20 marzo 1848, ore una pomerid.
Le terribili circostanze di fatto per le quali la nostra città è abbandonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione Municipale debba assumere in via interinale la direzione d’ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a’ cittadini che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose al fine desiderato dell’ordine e della tranquillità. Ai membri ordinari della Congregazione vendono aggiunti in via provvisoria i signori.
Vitaliano Borromeo.
Francesco Borgia.
Alessandro Porro.
Teodoro Lecchi.
Giuseppe Durini.
Avv. Anselmo Guerrieri.
Avv. Enrico Guicciardi.
Gaetano Strigelli.
Casati, Podestà.
Beretta, Assessore.
CITTADINI!
Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recato notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell’ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie a Gallarate, Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmato le truppe, preso sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli del contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! ringraziamo Dio. Gridiamo:
VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!
Il Governo Provvisorio
Casati.—Giulini.—Greppi.—Beretta.
L’ecclisse totale di luna che successe nella precedente sera, 19 marzo, spargeva colla cupa sua oscurità lo scoraggiamento ed il terrore nelle truppe austriache, era cagione di qualche risata tra noi, chè alle barricate dalle guardie si gridava, che la luna era dalla nostra parte, e si aveva messa ella pure la coccarda. La notte susseguente in generale fu del continuo agitata da spari d’archibugio per mantenere le scolte all’erta, e da qualche scaramuccia, ma non di grave momento.