X.
21 MARZO (MARTEDÌ).
Ora che il vil conoscemi
Agghiacciar dovrai d’orror!
Col pugnal dell’assassino,
Al favor di notte oscura,
Egli assale il Pellegrino,
Ove passa incendia e fura....
Da sua man la morte scende,
Ei presiede ad orgie orrende,
Fra i singulti di chi langue
Fa danzare la sua gente,
Nelle tazze mesce il sangue,
Ride ai lagni del morente....
Mortedo, Dramma lirico.
E sempre nuovi tradimenti! Ecco i tristi e codardi capitani austriaci in maschera, alcuni da prete, altri da donna con grandi coccarde tricolore al petto, che procurano di penetrare e d’introdursi colla impostura ove non riescirono colla forza. Quali sono le prove del vostro coraggio? Fremo d’orrore al solo ricordarle, e lo dicano per me le tante giovani vituperate, le spose vedove e desolate, i figli orbati de’ loro genitori, i teneri bambini ed i cadenti vecchi su i quali, perchè incapaci alla difesa, si scatenò più accanita la rabbia dell’assassino..... Lo dicano i tanti villaggi e le case arse e saccheggiate....Lo dicano le tante famiglie che tuttavia si trovano nel pianto e nello squallore. Chi può risovvenirsi delle atrocità commesse a Porta Tosa, a Porta Vercellina, a Porta Comasina ed a Porta Ticinese senza essere compreso d’un tremendo fremito d’orrore, nunzio di vendetta sterminatrice contro que’ barbari? E come mai l’immortale Pio IX, in nome del quale combattemmo per l’indipendenza Italiana, dopo tanti eccessi, come principe temporale e spirituale non ardisce di apertamente sostenere in faccia all’Austria quanto fu giurato da lui fino ad ora in secreto. Un raggiro gesuitico o dell’Austria stessa lo sgomentò forse sotto pretesto d’uno scisma, o furono le frequenti insulsaggini dell’Allgemeine Zeitung che lo arrestarono sul più bello della sua impresa? Questo nuovo genere di politica non è in correlazione co’ suoi fatti. Ritorni Pio IX, Dio è con noi ed il grido di viva Pio IX sarà il nostro grido di guerra, ed in nome di Dio noi vinceremo: la nostra patria sarà libera dagli oppressori.
Ritorno al mio officio di narratore:
Alle ore 5 del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata. Il Feld Maresciallo non aveva mai osato mostrarsi alla valorosa gioventù di Milano durante la pugna dei tre giorni precedenti, poichè i traditori si guardano molto dal porre in compromesso il loro grado. Egli esponeva la bandiera bianca e chiedeva un armistizio, ed anche proponeva la pace e lo sgombro di tutte le sue truppe dalla città a patto che i Milanesi dovessero levar le coccarde, la bandiera italiana, gridar viva Ferdinando e dargli trenta milioni di lire austriache. Questa stolida proposizione venne rigettata dal nostro governo dopo lunga discussione, come ben si doveva aspettare. Non abbiamo altra prova di questo che nei Racconti di 200 testimoni, negli editti del Municipio e nella seguente dichiarazione dei Consoli, diretta al Feld Maresciallo alle ore quattro pomeridiane di questo stesso giorno. È a desiderarsi che questo sunto di storia risguardante uno dei principali fatti della rivoluzione sia trattato da penna più dotta della mia: perocchè infruttuose mi riescirono tutte le indagini in proposito, essendoci chi la racconta in un modo, chi in un altro, e tutti, secondo loro, furono testimoni oculari. Ecco dunque l’unica prova che posso dare:
A S. E. IL SIGNOR MARESCIALLO RADETZKY
Signor Maresciallo
Abbiamo il dispiacere di dire a V. E. che la sospensione di ostilità, dietro la domanda che vi abbiamo fatto nella conferenza di questa mattina, che ci avete incaricato di proporre all’autorità municipale della città di Milano, non è stata accettata. I membri componenti la municipalità dopo averci domandato di deliberare sulle proposizioni, che noi abbiamo lor fatto da parte vostra, ci hanno or fatto conoscere questa determinazione. Abbiamo l’onore di trasmettere a V. E. la copia della loro risposta.
In tale stato di cose, dietro le grandi manifestazioni di umanità che V. E. ha voluto farci, e di cui prendiamo nota, speriamo che le misure che ella vorrà prendere non saranno della natura di compromettere l’esistenza e le proprietà dei nostri nazionali a Milano, se diversamente fosse noi stessi saremmo in caso di reclamare quanto ha promesso questa mattina di accordarci il tempo e i mezzi necessarii per metterli in sicurezza; noi ci proporremmo di proteggere la loro uscita accompagnandoli in corpo sino ad una delle porte; e domanderemmo inoltre a V. E. delle Salvaguardie scritte per le nostre abitazioni e cancellerie consolari.
Preghiamo V. E. di risponderci subito in proposito e di aggradire, ecc.
Milano, 21 marzo 1848, alle ore 4 pomerid.
(Seguono le firme dei Consoli).
La pugna va crescendo, ed in questo giorno che a noi si presenta vestito di così splendido sole di quali trionfi non saremo noi testimonj? I nostri cittadini combattono da veterani colle armi, e colla più fina arte strategica s’impossessano dei posti non ancor nostri ed impediscono agli Austriaci d’unirsi fra i loro corpi diversi e già quasi tutti dalle nostre armi decimati e sgominati.
Diversi comitati nelle urgenti circostanze si sono formati, i quali devono sorvegliare alla pubblica difesa, alla vigilanza e sicurezza personale, alla guerra ed alla finanza[42].
Il bisogno di far conoscere la nostra condizione agli abitanti delle terre circostanti, ci suggerì l’uso dei palloni areostatici, e ben più di venti si videro verso le 10 ore antimeridiane svolazzare per l’aria, i quali portavano i seguenti due proclami:
ITALIA LIBERA
Ormai la lotta nell’interno della città è compiuta. È tempo che le città vicine si scuotano e imitano l’esempio di questa. Noi invitiamo tutte e ciascuna a costituire un consiglio di guerra, che lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipj costituiti in Governi Provvisori. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da tutta l’Italia. Invitiamo tutti i consigli di guerra a limitarsi a questo—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle e intelligenze per mezzo di Commissari che abbiano animo degno dell’impresa.—Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d’Italia una piccola deputazione di baionette, che guidate da qualche buon Capitano venga fare una giornata d’assemblea generale a’ piedi delle Alpi, per far l’ultimo e definitivo nostro comento coi barbari.—Si tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente dall’altra parte delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.
VIVA PIO IX.
Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna, 21 Marzo 1848.
Cattaneo.
Terzaghi.
Clerici.
Cernuschi.
A TUTTE LE CITTA’ E COMUNI
DEL LOMBARDO-VENETO
Milano vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabile.
Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le Città e tutti i Comuni ad armarsi immantinente in Guardia Civica facendo capo alle Parocchie, come si fa in Milano, e ordinandosi in Compagnie da 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e provveditori per accorrere ovunque la necessità della difesa impone.
Ajuto e Vittoria.
W L’ITALIA, W PIO IX.
Entro il circuito del naviglio, non rimanevano a prendersi che il palazzo del Genio Militare, quello del General Comando, e la caserma di S. Francesco, e questi posti, ad eccezione di quello del General Comando, furono le conquiste di questa giornata pei nostri valorosi combattenti. Una lunga serie di editti vengono in oggi pubblicati; alcuni raccomandano la quiete, altri il coraggio e l’unione, altri cercano di regolare la formazione della Guardia civica, ed altri infine vanno pubblicando tutti i nostri vantaggi sul nemico e le circostanze interne ed esterne della città, onde ogni individuo sia istrutto del progresso di questa santa guerra. Ne riferirò alcuni de’ principali a schiarimento della mia storia.
CITTADINI!
I fratelli persistono nell’eroica loro risoluzione.
L’armistizio offerto dal nemico è stato rifiutato. Coraggio e perseveranza; la vittoria è immancabile.
W PIO IX.
I cittadini si sono impadroniti di tutti gli stabilimenti pubblici e delle casse tutte. I detenuti politici sono liberati. La Città è animata dal più vivo eroismo, e va cacciando il nemico alle porte.
Armatevi e venite a soccorrere i vostri fratelli.
FRATELLI!
La vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al castello ed ai bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi ed abbracciamoci. Dateci intanto notizia di voi e del mondo politico.
VIVA L’INDIPENDEZA ITALIANA
VIVA L’EROICA MILANO
CITTADINI!
Il Generale Austriaco presiste, ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe che egli avventa sulle nostre case sono l’ultimo saluto della tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell’orrore della schiavitù.
Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni trattenuti dall’onor militare domandano un istante a deliberare, applicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.
Cittadini, perseverate sulla via che correte. Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.—Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere.—Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de’ suoi destini. Ella non appartiene che a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure,—per le famiglie povere provederà la patria.
CITTADINI!
I nostri avamposti verso Porta Tosa sono già negli orti della Passione, ove i nostri bersaglieri cominciano a spazzare i bastioni.
Verso Porta Vercellina i nostri sono giunti vittoriosamente sino alle Grazie. Alcuni acquedotti, che passano sotto i bastioni, sono stati asciugati e ci mettono in comunicazione coll’esterno.
Il locale del Genio Militare fu preso dai nostri colla baionetta.
In tre giorni hanno già imparato a battersi come veterani.
Al di fuori cinquanta uomini di Melegnano hanno sorpreso con un’imboscata un battaglione di cacciatori, che credendosi in faccia a un corpo numeroso si diede a precipitosa fuga abbandonando morti e feriti.
Il nemico manca di viveri, gli ufficiali furono visti con pezzi di pane nero in mano.
Il nemico diede un armistizio, certamente per potersi raccogliere e ritirare, ma è troppo tardi. Le strade postali sono ingombre d’alberi abbattuti, la sua ritirata diviene già molto difficile.
Coraggio, avvicinatevi d’ogni parte ai bastioni; date la mano agli amici che vengono ad incontrarvi; questa notte la città deve essere sbloccata da ogni parte.
Alcuni fatti degni d’esser ricordati successero in questo giorno e mi è grata fatica il poterveli riferire, o benevoli lettori.
Porta Nuova. Nella sera del 21 dalle ore 7 alle 10 di notte, moschetti, cannoni, obizzi, razzi e quanto d’infernale il nemico aveva, tutto fu volto a vomitar morte e sterminio nella contrada di Brera, e i nostri prodi gli tengono fronte con soli archibugi da caccia, lo fanno indietreggiare, e lo costringono a rifuggirsi ignominiosamente nel palazzo del Comando Militare. Trascorse alcune ore di continua pugna, i cannoni che, posti avanti alla casa Carpani, sparavan lungo la contrada, furono rivolti verso quella casa e con tre colpi orribili giunsero a spezzarne la porta, facendo cadere tutti i vetri della casa con indescrivibile spavento degli inquilini. Tosto che i soldati furono padroni della casa incominciarono a devastare, a saccheggiare tutti gli appartamenti che trovarono vuoti, per essersi tutti i vicini rifuggiti nell’appartamento Carpani. Entrati poscia in quest’ultimo appartamento fecero soffrire a tutti gli astanti un’ora e mezza di penosa agonia, minacciandoli colle bajonette di passarli da una parte all’altra, mentre un officiale comandante si divertiva suonando dei waltzer sul piano-forte. Vi volle tutta l’eloquenza dei signori consiglieri Riva e Salvetti e della signora Carpani, non che tutto l’oro che avevano con sè tutti gli aggressi per frenare quell’orda di assassini. Nel mentre che alcuni si erano impossessati degli abitanti della casa, e che l’offiziale comandante continuava il suo divertimento, gli altri, scorrendo l’appartamento, fecero un saccheggio generale, e quello che non poterono portar seco, devastarono e distrussero in modo orrendo. Si voleva condur prigione il signor Salvetti, come quello che aveva più denari indosso, ma la moglie, che era incinta, avendolo preso per un braccio, giurò che non l’avrebbe abbandonato. Titubava l’ufficiale nel concedergli la libertà, ma il suono della ritirata che dal vicino Comando Militare si fece sentire, fece ritirare quegli assassini, e la vita fu miracolosamente a tutti salvata.—Il signor Carpani, mal reggendo a quella spettacolosa scena d’orrore, colse il destro di poter fuggire, ed andò a nascondersi arrampicando sulla canna del cammino della cucina, da dove per un’ora e mezza soffrì, sentendo al di sopra le grida di tutta la famiglia che credeva di trovar assassinata. Un suo figlio, con altri trovarono rifugio colla fuga in giardino, sebbene perseguitati da continue moschettate. Altri si salvarono sui tetti, ed altri in cantina.
Porta Ticinese. Verso le ore 5 della sera una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell’ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.o 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando: fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s’erano rifuggite; e qui vi senz’altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d’anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d’anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, e riunitisi quei mostri in numero sovrabbondante gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio che aveva per l’importo di lir. 653, poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d’averno gli si avventa addosso, e duro freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l’infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo, lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione.
A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l’inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l’inimico alla fuga, lasciando tre de’ suoi morti sul campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.
Narrasi nei citati 200 racconti, che una banda di Zingari scesero verso le ore 11 dalle gradinate verso il tombone di Viarenna, e schierati portaronsi per ispaccare la porta presso il monumento Sforza, quando alzati miracolosamente gli occhi verso il monumento che rappresenta la Madonna del Duomo, e, quasi colpiti da terrore, proseguirono il loro cammino fino alla casa Dacomo, al civico n.o 3577, ove trovata sgraziatamente aperta la porta, si introdussero in numero di nove.—Alcuni dopo di avere spezzato varj usci, si portarono ad ispiare sul tetto se mai vi fossero persone nascoste; altri discesero nella cantina, ed ivi rinvenute nascoste più di venti persone, scaricarono contro loro diversi colpi di moschetto e ne uccisero e ferirono tre. Uno degli uccisori fu ammazzato dai vicini, e gli altri fuggirono.
Porta Tosa. Ad alcuni de’ nostri venne fatto d’uscire dalla città guadando un’acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa, e di concerto con varj paesani entrarono nella casa dell’osteria delle Asse, dalle cui finestre poi fecero fuoco crivellando di palle anche la casa della Birreria in possesso delle truppe, come abbiamo veduto.
Circa le ore 4 pomeridiane gli alunni e le alunne del Conservatorio di Musica per ordine del loro direttore conte Borromeo furono condotti a ricoverarsi nel palazzo del conte Vitaliano Borromeo scortati da dieci Guardie Civiche. Fino dalla mattina tutti i ricoverati nel Conservatorio, non tenendosi sicuri in questo luogo, erano passati nelle case vicine, e specialmente nella casa Archinto, ove lautamente venivano trattati il signor Prevosto ed i Coadjutori della Passione, le famiglie Cardani e Frasi, e molti altri.
Il casamento del Conservatorio, dietro i progetti proposti dall’ingegnere Grassi, venne destinato a servir di appostamento ai nostri bersaglieri onde tener di colà distratti i soldati dai due lati, ed in tal modo facilitare la presa di Porta Tosa. Quello che avvenne di poi in questo luogo ci viene descritto nei citati Racconti di 200 testimonj, dai quali prendiamo quanto segue:
«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale per l’esecuzione del suesposto progetto».
«Io con un lumicino accompagnai l’ingegnere Cardani e diversi altri armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate all’uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno, e nelle diverse scuole e nei dormitorj si apostarono i valorosi.
«Intanto alcuni zappatori diretti dal signor Borgocanti entrarono per la parte della cucina nel giardinetto sotto posto. Io procurai loro una leva di ferro ed altri attrezzi necessarj per aprire una breccia nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non essere scorti dal nemico. L’ ingegnere Cardani, fattosi loro guida li condusse colle scale della Chiesa della Passione, per le ortaglie sui bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura, onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno, sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»
«Ad un’ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari posti di guardia dietro le piante sul bastione; questi risposero colle loro solite fucilate, poi si videro dei picchetti partire da Porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e frequenti d’archibugi si continuò per più di un’ora, quando a un tratto cominciarono le cannonate».
«Un cannone di Porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nell’atto opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e ne menarono fiera rovina.»
«Ma Dio vegliava su noi, poichè dei tanti nostri, che per ben cinque ore di seguito continuarono al combattere in questa località, due soli restarono feriti sul detto quartiere delle alunne: uno fu certo Poletti Carlo, che, colpito da una palla di fucile, fu trasportato da prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono soccorso d’ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove morì il 25. Un altro Antonio Donzelli addetto allo studio del signor avvocato Lissoni restò ferito egualmente, mentre l’ingegnere Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tutt’ora essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che guarirà. Alcuni de’ nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e di là sino sul bastione con una scala della chiesa, ma dovettero poi ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.
«Una cosa che ha veramente del miracoloso si è ammirata e si ammira tutt’ora da quanti la videro e la veggano, e si è che, mentre nel detto quartiere delle alunno si raccolsero più di 20 palle di cannone di vario calibro, e alcuni pezzi di palle di obizzi e di razze alla Congréve caduti sul tetto e nel dormitorio dov’erano tutt’ora dieciotto letti coi piumaccini e pagliaricci, pure non vi fu alcun segno d’incendio».
«Di più un quadretto rappresentante la Sacra Famiglia, attaccato alla parete di una stanza, che serviva come sala da lavoro o da ballo alle alunne, dove solevan recitare la terza parte del santissimo Rosario, si vide tutt’ora intatta; mentre una grossa palla di cannone forò la muraglia da parte a parte, e colpì la parete opposta della sala.»
«Varj piccoli quadretti ed acquasantelli posti sopra i letti nel dormitorio si veggono interamente intatti ai loro posti, mentre le pareti a cui sono appesi è tempestata di ogni sorta di palle di fucili e di cannone».
«La cappella del Conservatorio che stava al disotto colle finestre guardanti sul giardino verso il bastione, rimase egualmente intatta, tranne che fu colta da due palle nelle finestre dalla parte della cappella delle alunne; e così pure intatte le finestre della sagrestia della Passione, mentre le altre finestre al di qua e al di là, di sopra e di sotto sulla stessa facciata, furono tutte guaste e ruinate dalle archibugiate e dalle cannonate.»