XI.
22 MARZO (MERCOLEDÌ).
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco
Bevè col Cosacco,
Ma il sen le bruciò.
Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
Italia chiamò.
Mammeli.
Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte. Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno. Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava: Colle armi a Porta Tosa, chi S’apre la Porta Romana, e simili. Intanto spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate, come erasi fatto di quelle del Vicerè.—Due obizzi e due razzi si trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di Brera.
Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche circolare i seguenti tre proclami:
CITTADINI!
Milano, 22 marzo 1848.
L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere.
Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.
Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.
Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.
La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.
Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti viene così proclamato.
Firmat. Casati, Presidente.
Vitaliano Borromeo.
Giuseppe Durini.
Pompeo Litta.
Gaetano Strigelli.
Cesare Giulini.
Antonio Beretta.
Marco Greppi.
Alessandro Porro.
CITTADINI!
Mercoledì, 22 marzo.
La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro coraggio!
Viva l’ITALIA-Viva PIO NONO
CITTADINI!
Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendono il servigio di dare pronti schiarimenti quando ne fossero richiesti.
La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli.
Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati come vuole l’onore italiano.
VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX.
Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848.
Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo giorno, come vado narrando:
S. Luca, Collegio Militare. Già da tre giorni si dava l’assalto a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140 alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere. I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal sabato al mercoledì sono nutriti con tre once di pane al giorno. Vedi barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!
Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione. I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte citato libro dei Racconti di 200 e più testimoni oculari.
Porta Nuova. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra, presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe, tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera, e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi, proteggevano la propria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla difesa del benemerito suddetto Palladini.
Porta Tosa. Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio, l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto della notte senza bisogno del lume[43].
In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque giornate.
I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in proposito al primo nel n.o 4 nel giornale il Lombardo, in quanto al secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sue Reminiscenze, come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo e da persone che v’ebbero parte.
1.o Dal giornale il Lombardo:
«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso timore, fuggendo esclamano: Siamo perduti! Siamo perduti! Intanto duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora i fuggiaschi gridando: Chi non è traditor della patria mi segua, e precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje. Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori furono fatti, da dove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione, collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso, abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto, un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione. Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro liberatori.»
«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso. Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il Conservatorio, corre verso quella parte: innalza una barricata nel mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi sgombrare».
«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».
2.o Nelle Reminescenze del dottor Osio si legge:
«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coi moschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».
«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».
«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate del Dazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».
«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».
«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte le sue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».
«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimento Reisingher, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori; sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria, come pure conservo un pezzo di cartoccio di ferro, entro cui i barbari racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria, vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia, devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».
«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la vita».
«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili, monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente, spinte dai nostri valorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»
«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di prima».
«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa 150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso, della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla porta; i soldati dispersi continuavano a tirare su di noi, e coi fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore, e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta, e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra, rigenerata ormai col sangue dei prodi».