XII.
LA VITTORIA.
Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta ai loro mortali fratelli d’Italia.
Govean, La battaglia di Legnano.
Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del grand’impero, cessò affatto. Il Feld-Maresciallo credette di usare questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva coperto il terreno.
Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della riportata vittoria si sparge tosto per tutta la città. I nostri accorrono al Castello ed alle porte. Un grido di fuori i lumi, i Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria, viene ripetuto per tutte le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto. Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono insieme, e gridano: Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce, Viva l’Italia libera! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica Roma.
Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.
AI PARROCI
E A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.
Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.
Il Presidente del Comitato di Guerra
Pompeo Litta.
CITTADINI!
Milano, 23 marzo 1848.
Il maresciallo Radetzky che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi.
Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.
Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.
Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.
VIVA L’ITALIA.
Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.
Casati, Presidente.
Borromeo Vitaliano.
Giulini Cesare.
Guerrieri Anselmo.
Gaetano Strigelli.
Durini Giuseppe.
Porro Alessandro.
Greppi Marco.
Beretta Antonio.
Litta Pompeo.
Correnti, Segr.
COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZA
Milano, 23 marzo 1848.
CITTADINI!
L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronata colla costanza, ma dev’essere perfezionata coll’ordine.
Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati.
S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.
Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.
Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.
VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!
IL COMITATO
FAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.
I Segretarj, Ancona.—Cominazzi.
ITALIA LIBERA
W. PIO IX
ESERCITO ITALIANO
Milano, 23 Marzo 1848.
I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.
Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremo Legione Prima, l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.
I difensori della città si chiameranno Legione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana: Guardia Civica.
Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochè l’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.
Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.
Il Comitato di Guerra
Pompeo Litta—Giorgio Clerici—Giulio Terzaghi Cattaneo—Carnevali—Cernuschi—Lissoni—Torelli.
Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo, nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».
Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque giorni, riportiamo il seguente:
PROCLAMA
IL GOVERNO PROVVISORIO.
Milano, 25 marzo 1848.
Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta Italia, e sarà!
Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana.
Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.
Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà.
Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione.
Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.
Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari.
Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità.
Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.
Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.
Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.
Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo un’altra volta, e per sempre.
Casati, Presidente.
Borromeo Vitaliano—Giulini Cesare—Guerrieri Anselmo Strigelli Gaetano—Durini Giuseppe—Porro Alessandro Greppi Marco—Beretta Antonio—Litta Pompeo.
Correnti, Segret.
Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana. Ecco il tenore dello stesso indirizzo:
IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO
ALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.
Beatissimo Padre!
La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia.
Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere; scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate; nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la gioja de’ nostri cuori a Dio che ha vinto in noi la sua battaglia.
Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo, che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta, noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro Nome che suona mansuetudine e perdono, non ci siamo abbandonati all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza, e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico.
Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli, giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli. Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati. Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta autorità, la Vostra parola propiziatrice.
Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa conquista dell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta, la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità, senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai.
Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre, come in Cristo che francò tutte le nazioni della terra. Aggiungete alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni: benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare dall’Alpi ai due mari:
Viva l’Italia libera ed una. Viva Pio IX.
Milano, il 25 Marzo 1848.
Casati, Presidente.
Borromeo—Durini—Litta—Strigelli—Giulini
Beretta—Guerrieri—Greppi—Porro.
Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:
PIVS PP. IX.
AI POPOLI D’ITALIA
SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.
Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri.
E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni.
Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più grande e più difficile cosa che il vincere. Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli.
Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina.
Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII, Pontificatus Nostri Anno secundo.
PIVS PP. IX.
Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la celebrazione di un solenne Te Deum nella cattedrale di quella città, cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un continuo e forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la sera vegnente.
A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’. Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida di Viva i fratelli Piemontesi, Vivano i Prodi Lombardi, Viva l’Italia libera, venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.
Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe, e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana, che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.
Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa spada nella guerra per la libertà d’Italia!
Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.
Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delle Melodie Italiche, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.
AI VOLONTARJ GENOVESI.
CAPITANATI DA G. DE CAMILLI
E PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANO
Fratelli!
I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampo dalle carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti.
Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo: giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire.
E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’ suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio consumatore della tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione di ogni popolo.
Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi, abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della Provvidenza per noi.
Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavano la terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione.
Il 12 aprile, 1848.