MDCCIC
| Anno di | Cristo MDCCIC. Indizione II. |
| Pio VI papa 25. | |
| Francesco II imperadore 8. |
Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.
Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i cortigiani.
Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e per la fresca perdita del morto figliuolo.
La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi, oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a temere che i soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Franzesi poca speranza di salute.
La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di Girgenti.
I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse.
Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimolando, tutti gridavano! Muoiano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano, accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando: Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior terrore: Viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.
Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.
Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli, già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per poco stette che non facessero Moliterni a pezzi gridandolo a furore assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese: facevansi della barbarie gioia.
Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile ed atterravano le file intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico, per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.
Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio; il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori, insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.
Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava, deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei Franzesi e chi per timore del volgo.
Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.
Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet, dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.
Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità dei tempi. Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principii astratti con astrattezze maggiori.
Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati, come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza, sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica.
Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati, ogni regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.
Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe. Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet all'ardimento del commissario e lo cacciava soldatescamente di Napoli. Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.
Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, e perchè non contento all'aver rincacciato dallo Stato romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno di Napoli, mentre esso direttorio desiderava di temporeggiare, e perchè si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominii; il quale intento toccava certi tasti molto reconditi del ministro Taleyrand, sì che questi, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. Prese allora Macdonald il governo supremo dei Franzesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i poveri Partenopei.
Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo Stato, manco ancora i Franzesi, e siccome tutti avevano bande di bravi che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano che, sebbene fossero vezzeggiati in quei principii del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero pruomovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi; quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali, dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati o per necessità o per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti e condottisi nelle provincie, quivi con le parole incendevano e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata che, dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi od erano mandati dalla Sicilia appunto con l'intento di sostenere quei moti che si manifestavano sulla terra ferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate turche e russe che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di gente da sbarco in favore de' regii. Questi aiuti, parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni che già avevano concetti.
Dimostravano quanto fossero deboli nelle provincie i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire che di combattere: ma il moto si fece d'importanza: accorrevano buoni e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere l'autorità del re.
Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinal Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear e l'uditor Fiore. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura e produceva un moto che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re o le vendette o il sacco, a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi, seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria esteriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava e gli dava in mano tutte le Calabrie insino Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.
Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le provincie, anche le più vicine a Napoli, più quiete; gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati, commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa, antico soldato, uomo tanto audace quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per sè, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle abruzzesi rive avevano adito le armate russe, ottomane ed inglesi, e sì perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodriva la popolosa Napoli.
A questo modo, nonostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del re, quantunque i modi che si usavano non fossero degni nè del re nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Franzesi, per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore.
Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza) a fare due spedizioni, una contro la Puglia, l'altra contro la Calabria, commettendo la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, la seconda al generale Olivier. Accompagnava Duhesme, da parte del governo napolitano con una legione napolitana ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce e capace di tentare qualunque difficile e pericolosa impresa. Dopo varie vicende, era venuto con Championnet, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanche se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come nè contro chi, o repubblicani o regi che si fossero: soldati e denari per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era il solo uomo capace di puntellare quello Stato cadente: l'avrebbe anche fatto, ma forse per sè, non per la repubblica.
Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa e dell'astuto ed animoso cardinale. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e di assalti improvvisi in un paese sollevato; marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro marciavano i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono incontanente uccisi. Così dall'un canto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizii contro i regi, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi suplizii contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Marciava Duhesme spartito in due colonne. Vinte parecchie città, si deliberava ad andare all'assalto di San Severo, perchè distrutto quel nido principale, sperava che gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltarli di fianco e alle spalle, si calarono con grandissimo ardire ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Durò lunga pezza, con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regi di numero, prevalevano i repubblicani in perizia. Infine andarono i primi in volta, e già al punto stesso il generale Forest arrivava alle loro spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione. Tre mila soldati vi perdettero la vita: tutti o la più parte l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed istantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti.
La fama della vittoria di San Severo ridusse all'obbedienza le contrade vicine, aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei Franzesi. Intanto licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, e non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso Napoli. Le quali cose saputesi dai regii, inondavano di nuovo la provincia e tagliavano le strade dalla Puglia a Napoli. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistare le terre perdute ed a rompere quella testa di regii, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove; pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti a difendersi. S'incamminava l'assalto da Andria: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.
Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minore animo si difendevano gli assaliti, nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Andria. Precipitaronsi i Franzesi; a loro si accostavano i napolitani. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regi. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino se non alla distruzione totale della misera terra. Sei mila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli, e nè anche tutti, furono risparmiati.
Trani tuttavia si teneva pei regi, nè lo sterminio d'Andria gl'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con otto mila difensori usi alle armi, accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì franzesi che napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano dunque all'assalto di Trani. I regi, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarli al luogo minacciato. Ardeva la battaglia e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutti intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendosi i repubblicani, se ne impadronirono e voltarono i loro cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regi continuavano a difendersi ostinatamente, essendo come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezza. Finalmente sparso molto sangue in una pertinacissima difesa i regi abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite per fuggire. Ma nemmeno in queste trovarono scampo; poichè i Franzesi, avendo preveduto il caso, avevano armato alcune navi che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli che o portavano o potevano portar armi, mandati a fil di spada. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie.
Schipani mandato a combattere i sollevati ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà d'unirsi con le bande del cardinale Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevata a rumore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Franzesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale che a conquistare le provincie. Schipani, tentato invano le Calabrie, se ne giva a far la guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Ma i popoli lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Franzesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lauriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno; e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gli Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo che li combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che per essere situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno la signoria a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, s'incominciava a temere che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regii poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le cose e gli edifizii tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitanti e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratelli contro i fratelli, e per fino mariti contro le mogli e mogli contro i mariti. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori, a dì 4 marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.
Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani instituiti in Italia e contro i Franzesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse che, nate ora in un luogo ed ora in un altro, travagliavano lo Stato romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto; già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorchè con palle infuocate la combattesse. Stroncone e Alatri parimente rumoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava; ogni luogo era o mosso con le armi impugnate o poco sicuro anche nella quiete.
Nonostante i pericoli che correvano, il direttorio di Francia, o non curandoli o facendo sembianza di non curarli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale, prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze e fecene di lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della costituzione proposto dalla congregazione napolitana e di cui abbiamo di sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio; imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in sè di cattivo, correggeva con le persone: chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanesi, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi e di non ordinaria virtù.
Diede ancora Abrial prova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Franzesi; imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti dei poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Vollero riconoscere la conservata salute, offrendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si credea, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del porta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo, un immenso benefizio. L'accettava di buon animo Abrial e molto caro se lo serbava, dolce e pietosa conquista.
Restava che i due fiori d'Italia, Lucca e Toscana, si guastassero. Entrava sul principiare del presente anno in Lucca, accompagnato da quattrocento cavalli, Serrurier: tosto pubblicava le solite lusinghe. Il fine primo ma non primario dell'invasione lucchese era il prestito di due milioni di franchi che dai Lucchesi si richiedeva pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno se non approvato da Serrurier. Miallis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennaio tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello Stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forastiere.
Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e, cedendo al tempo, stanziarono che fosse abolita la nobiltà, che il popolo lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una costituzione democratica secondo il modello di quella che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti, la maggior parte nobili. I democrati pazzi non vollero udire parole italiche; però fecero accettare le forme franzesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerie d'armi, i granai di vettovaglie; in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza lucchese furono dissipati e guasti. Quindi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese e chi unito alla Cisalpina. Si aggiunsero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere alloggiare, pagare i soldati forastieri che andavano e venivano o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Franzesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente, la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali e ne fu desolata.
Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo che non si saprebbe con qual nome chiamare, si conobbe tostamente che le recenti mutazioni non erano grado dei popoli. I soldati massimamente non si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Franzesi, e questi in grado di vinti tenendoli, non li trattavano da compagni. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era dunque in Piemonte quiete apparente e sostanza minacciosa. Grande scapito aveva patito il governo e per lo spoglio del palazzo del re, non da' Piemontesi, e per aver mandato i capi di famiglia di primaria nobiltà come ostaggi, e pei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, e poi il risecava di due terzi, il che fu grave ferita a coloro che li possedevano. Sobbissava il Piemonte sì pei debiti, nè poteva bastare alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forastieri. Rovinava a precipizio lo Stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigii piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva: la desolazione e la solitudine erano imminenti.
Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto. Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.
I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.
Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.
Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti piemontesi, si moltiplicavano e s'inasprivano. Chi voleva esser Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito della unione con la Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo parlato con singolare eloquenza, da quell'uomo d'ingegno piuttosto mirabile che raro ch'egli era, e confermato il suo favellare con raziocinii speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito; non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volontieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè, essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con sè tutto il paese. Si mandarono commissarii nelle provincie a far gli squittini per le unioni. I popoli non l'intendevano e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo e la presenza dei Franzesi facevano chiarire i magistrati in favore. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore e di gran fama in Piemonte; ma vissuti, discordi a Parigi, produssero discordia nella patria loro.
Questa risoluzione del governo lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forastieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fu anche non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo che nobile e pericoloso nella provincia d'Aqui. Dieci mila sollevati, compromessi molti luoghi, si disperdevano e della loro imbecillità pativano i danni Strevi, Aqui, ed altri comuni ancora.
Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè vi ordinasse il paese alla foggia franzese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degli Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate, chiamava a sè Prina, che molto ed anche troppo se n'intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando timori e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.
Così, come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Meglio Genova e Milano si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor della adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano apparecchiate le occasioni alla tempesta, che già si avvicinava ai confini d'Italia.
Le arti dell'Inghilterra, delle quali abbiamo altrove parlato, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutt'Europa novellamente si muoveva a danni della Francia e dei nuovi Stati che ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso aveva operato che la parte che nei Grigioni inclinava a suo favore la chiamasse a preservar il paese dall'invasione dei Franzesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperadore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia; era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre germaniche e molto amato dai soldati. In tal guisa l'Austria si preparava alla guerra.
Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperadore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania ed erano destinate a fare con gli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso, per l'incredibile suo ardimento, a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli della guerra. A tutta questa mole, già di per sè stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia, e della Turchia, le quali, l'Adriatico dominando ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste di Italia subiti trasporti e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Franzesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti, sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo Stato od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.
Dall'altro lato era intento del direttorio di far guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno di assaltare la Baviera, che s'era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri, facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e, camminando avanti, di dar mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato proposto alle genti italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli Stati ereditarii. Aveva con sè congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire e l'esperienza di governar questa guerra, aveva chiesto licenza, ed il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, molto volentieri glie l'aveva conceduta. Compariva Scherer, non senza parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare che le opere del peculato avessero peggio che prima a ricominciare: ognuno stava di mala voglia.
Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le parti, perchè il direttorio, prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi, aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, costretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro la Francia e dagli Stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe la cosa il direttorio, e però si determinava del tutto allo guerra, volendo prevenire quello che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva, per dar principio alle ostilità che l'udire che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno del primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltare il nemico.
Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del granduca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto di cacciarlo da' suoi Stati. A questo fine, toccato prima che avesse dato asilo al papa e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati ai danni della repubblica, Scherer ordinava che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì 25 di marzo, conducendo con sè un grosso corpo di cavalleria con qualche nervo di fanteria e col solito corredo di artiglierie e di salmerie, faceva, qui trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà divenne occupata da insolite e forestiere soldatesche.
I trionfatori disarmavano i soldati toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia, del palazzo vecchio e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del granduca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini inglesi e napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli ufficii in nome della repubblica franzese. Disfatto dai repubblicani il governo di Toscana, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il granduca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo Stato di portar con sè parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e scultura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà; pure non si fecero tanti schiamazzi come altrove.
Il dominio dei Franzesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Franzesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furono senza remissione cacciati. Restava papa Pio che, vecchio, infermo ed ormai vicino all'ultimo termine della vita, se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, e poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di sè per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo, era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza del Delfinato: quivi condusse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso ufficio.
Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Franzesi, partiti in tre schiere, affrontavano vigorosamente, il dì 26 di marzo, i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Ad un punto preso, tutte tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupare le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Franzesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per la strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarii. Urtarono genti fresche i Franzesi in parecchi luoghi, ma principalmente a San Pietro, dov'erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, li costrinsero a piegare ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano al punto di seguitarlo. Ma sopraggiunte a Kray erano le novelle che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucia dall'un de' lati e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia si continuava a combattere; un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento e molto temendo dei Franzesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona, s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottersheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in due ridotti, in frecce, trincee di campagna e teste di ponti. Urtarono i Franzesi con tanto impeto tutte queste opere, che, sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona e quella parte degl'imperiali che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza.
Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bossolengo, Serrurier, più oltre e più su distendendosi a stanca aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò aiutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Mentre si combatteva sull'Adige, i Franzesi assaltavano Wukassovich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti padroni di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi di Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il 27 e 28, e l'assicurava.
I due eserciti, stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi e cura ai secondi. Continuavano i Franzesi in possessione della riva sinistra dell'Adige, ed era forza o che i Tedeschi ne li cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Franzesi erano cacciati dalla riva sinistra era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni e agli altri la necessità del combattere. Adunque alle dieci della mattina del 30 marzo, i Franzesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor s'innoltrava verso i luoghi superiori della valle ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti, ai quali si appoggiavano i Tedeschi e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Franzesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori otto mila soldati, e, partitigli in tre colonne, li sospingeva ad urtare i Franzesi. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Franzesi pensarono al ritirarsi non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto, per frenare l'impeto del vincitore e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavalleria piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavalleria e rottili per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti fu in questa guisa superata e presa.
Risultava dalle due battaglie di Verona che gli Austriaci passarono l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi; aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiargli sui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Franzesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra austriaca con soldati corridori era comparso sul Po, aveva messo a rumore le due sponde, precipitato in fondo le navi franzesi e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara o in Ostiglia.
Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito, scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer che Suwarow, ritardato solamente dalle pioggie insolite che avevano fatto gonfiare oltremodo i fiumi ed i torrenti, si accostava; il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico, se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Per tutto questo, nè mancando anche d'animo per sè medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona.
Dall'altro canto il generale austriaco, non fuggendo di tentar la fortuna da sè solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi, tanto più imbaldanziti delle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate mentr'era ancor fresca la memoria delle sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno dei suo animo desiderava una nuova battaglia per operare che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivassero il generalissimo Melas ed il forte maresciallo di Paolo.
Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì 5 aprile. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Franzesi fossero inferiori di numero, guadagnarono nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Serrurier, sospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con uguale prudenza e valore, Victor e Grenier sforzavano San Giacomo e vi si alloggiavano.
Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girare un grosso corpo a fine di attaccar il Franzese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro passo Moreau s'ei non fosse stato quell'esperto capitano che egli era; ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare direttamente; si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa mossa gli Austriaci furono rotti e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne; già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi; ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu quest'urto dato con tanto ordine ed impeto che i Franzesi, svelta loro di mano per forza la vittoria, se ne andarono rotti in fuga. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperiali e fugivano Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Serraronsi i freschi battaglioni alemanni, adoprandosi virilmente Lusignano sui Franzesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la costanza tedesca prevalse all'impeto franzese: i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intera e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico non senza scompiglio nelle ordinanze pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierie ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare se non quando sopraggiunse la notte. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti; la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.
Scherer, scemato il numero de' suoi, scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze russe, per guisa che sommava a settanta mila combattenti, non noverati quelli di Wukassovich e di Kleneau, mentre il suo, tolti i presidii ch'era obbligato a lasciare a Mantova ed in Peschiera ed in altre fortezze di minor importanza, non passava i venti mila. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie tedesche e dell'arrivo dei Russi, gente strana e riputata d'invincibil valore. Queste sommosse molto mutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarii, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Franzesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.
Arrivati i Franzesi sulle sponde dell'Adda fiume assai più grosso e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, vi si alloggiavano, ordinandovisi nel modo che giudicavano poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una gran mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani, stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti di animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine della Francia già si appresentava alla mente dei più, e quelle terre italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Franzesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva disposizione dei proprii soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per niun altro modo potevano riaccendersi che con quello di mutar il capo e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose e, conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in mano di Moreau e con pregare il direttorio che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti franzesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia.
Recavasi Moreau in mano il governo di genti vinte e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente non era possibile: ma andò considerando che il cedere senza un nuovo sperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore; ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivarono alcuni aiuti venuti di Francia, del Piemonte e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltare il viso al nemico e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda che su quello dell'Adige.
Arrivava Suwarow a fronte del nemico e, senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Divideva, come i Franzesi, i suoi in tre parti; commetteva la prima, che marciava a destra, al generale Rosemberg, che aveva con sè Wucassovich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana, guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Franzesi a Cassano. Franzesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion dal mondo.
Serrurier, dopo di aver combattuto e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte del 26 aprile Wukassovich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardia di sorte alcuna. Passato, correva Wukassovich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate e Carate. Ciò nonostante, molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler, generale dell'imperatore Francesco, capitano audacissimo e di molta esperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però, fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò che alle tre della mattina del 27 mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori che vi si appiattavano, senza che i Franzesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezzana schiera armata alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassovich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma raccolti subitamente i suoi, anche quelli ch'erano fuggiti da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non bene ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale, valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inchinar la fortuna in favor degli alleati; perchè, dopo un sanguinoso affronto, cacciarono i Franzesi da Pozzo, e li misero in fuga. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè, assaltato dagli Austriaci e Russi, fu rotto ancor esso ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù ed intieramente separato dalle altre parti dell'esercito.
Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas, che, sebbene fosse già molto innanzi cogli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri la testa di ponte sul canale Ritorto, e, ad onta che ne fosse parecchie volte ributtato, superava tutti gl'impedimenti e si rendeva padrone del passo. Istessamente fece del ponte sull'Adda, testa molto fortificata, dove i soldati freschi dei confederati, spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le baionette in canna superarono il passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che, animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo, virilmente si difendevano. Ma già tutte le schiere superiori erano o separate o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas, una novella squadra urtava i Franzesi per fianco; già Moreau medesimo era in pericolo d'esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogni intorno.
Pure, pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e, perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Così si vede che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi uniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e, sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece che si condusse intero a Verderia, e quindi, affortificatosi con molta prestezza ed arte, attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierie nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti e li conseguì molto onorevoli.
La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia ed il Piemonte.
Le genti russe, più affaticate delle austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano, già vinto prima che occupato. Importava altresì che un paese austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione d'animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare in suo pro. Sapevano i capi della repubblica quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose dicevano, ora di vittorie franzesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze: la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano, scortati da qualche squadra di cavalleria, alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro che, o nei gradi fossero o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con sè denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara; venne poco dopo in potere degli alleati.
Arrivava il vincitore Melas il dì 28 aprile in cospetto della città. Gli andavano incontro sino a Cresenzano l'arcivescovo ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva che tutta la città si versasse a vedere ed a salutare le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza. La bontà del popolo milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di questi uomini facinorosi in paese tanto reputato per dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni la allegrezza comune. Avvisava inoltre che chi non obbedisse sarebbe gastigato. Volendo Melas ed il commissario imperiale Castelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano che al governo solo si apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private o turbasse il pubblico sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Arrivava intanto Suwarow; il riguardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che li vedeva volentieri; che solo desiderava che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti.
Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po e la catena di questi monti.
Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì 11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau, avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento, dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.
Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di gente, sul destro dorso degli Apennini
Partiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte creata da Moreau, passando per Torino, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti, cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli seguitavano le parole.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè, essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in poter d'Austria del tutto, perchè su quel primo giungere le truppe contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano.
Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili; i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re.
Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.
Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.
La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.
Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.
Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiunto col furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.
Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.
La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.
Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.
Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.
Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.
Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.
Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10 giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.
Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicuro sulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.
Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti. Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.
Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si fossero congiunti.
Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.
Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno e scannassero gridando urrà, urrà. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma, essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.
Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.
Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.
Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai particolari è da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.
Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato.
Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi, cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.
Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli assediatori di Tortona e di Alessandria. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che potessero.
Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.
Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.
Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.
Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.
Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.
Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.
Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono ed alzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.
Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.
Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.
Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.
Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.
De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.
Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio, avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.
I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne, la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi; gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente, durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa battaglia.
Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente; un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi inesorabilmente dai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di Novi!
Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Franzesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno, soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni di agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè, stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde, continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori, tanto fecero che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte di grosse e triplicate volte non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante, un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri e nelle artiglierie della fortezza. I Franzesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva che molta fatica e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne di arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì 22 agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero per venti giorni le offese, obbligandosi il Franzese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe a tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì 11 settembre non essendo comparso aiuto da nissuna parte, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominii del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi franzesi con rompere la forza di Championnet e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti russe per alla guerra elvetica.
Partito Suwarow dalle terre italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzi che arrivassero nuovi rinforzi dagli Stati ereditarii, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli aiuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che, per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Franzesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era il conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, ch'era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con poche forze fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto, non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: la somma fu che il forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia, e soggetto principale di contesa, finalmente cadde in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi di Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'inoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere di assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'Occidente.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si trovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Melas ponderate tutte le cose che accadevano, lasciando Kray alla guardia dei paesi in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che, posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti che potessero fare i Franzesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda e dalle valli della Stura e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andare a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Franzesi ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità, suprema sopra tutte le genti che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito, dei liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a sè la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.
Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra, fin allora sparsa e vaga, si riscontrava in un solo punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quest'ultimo atto dell'italiana contesa ed il destino di Cuneo. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani: il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì 9 novembre. I primi ad attaccarsi furono Grenier ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Fu lunga e forte e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerie (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Franzesi costretti a ritirarsi a Savigliano, e di là cacciati, a retrocedere, incamminandoli a Genola. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano, aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Franzese gli rispose con tanta gagliardia, che, quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno, e fino sforzato a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano; donde poi uscendo di nuovo, per usar l'occasione, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e, dopo un lungo conflitto, se ne impadroniva. Ritiravansi i Franzesi parte a Centallo, parte a Marozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale franzese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.
Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava che l'usassero. Il giorno seguente sforzarono a darsi un grosso squadrone lasciato a Ronchi, indi una schiera più grossa che stanziava a Murazzo. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra della Stura per dar addosso a Lemoine; ma inteso che i Franzesi avevano fatto due campi, con intenzione di preservare Cuneo, condusse le sue genti vincitrici contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Franzesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Se non che, premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè l'oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, li perseguitava da tutte bande; li cacciava sino all'erto giogo di Tenda, occupava le Barricate e l'Argentiera, Dronero, e sforzava Duhesme e tornarsene nella valle d'Icilia, alle radici del monte Ginevra. Restava che gli Austriaci togliessero ai Franzesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè, sloggiati i Franzesi sforzatamente da due subborghi e dalle eminenze che dominano la città, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Franzesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti fino al ponte di Nava, ch'è il passo più difficile e quasi la chiave della strada che porta su quelle alture. Per tal guisa i varii corpi di Championnet, che, partendosi da diversi punti di una larga periferia, eran venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e l'uno dall'altro discostandosi di nuovo, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferia ritornarono. Ritirossi il capitano del direttorio, Championnet, a Nizza, dove, tra varie cagioni di cordoglio e l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, passò da questa all'altra vita.
Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano questa importanza i generali dell'imperatore, e però, sebbene la stagione già divenisse sinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo.
Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di due mila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia; oltre a questo, non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca nè da guerra, perchè e per le ingordigie solite e per l'angustia dei tempi non era stata mai sufficientemente empiuta. Ciò nonostante, Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierie contro coloro che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi, che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallela e vi si piantarono diciannove batterie pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il 2 dicembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto allo interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori l'occasione, facendo, la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco, rapidamente distendendosi, minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio; la tempesta mandata continuamente dal nemico accendeva l'intero; tanta era la quantità che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe e di granate reali. Mandarono i Cunesi, pregando che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachè eglino non combattevano. Rispose non farsi alcun divario, quando si oppugnano le piazze, fra chi combatte e chi non combatte: capitolasse il Franzese; cesserebbe la tempesta.
Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai 5 dicembre che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli Stati ereditarii, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. A questo modo fu domato per forza, in men di dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691 e nel 1744.
La presa di Cuneo e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato in nome del re, non si consentì mai ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta vi comparisse.
Intanto molto doloroso fu questo anno alla famiglia reale di Sardegna per mali veri e per le speranze vane; perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane di ottima natura e di costumi dolcissimi.
Ma dobbiamo tornare alle cose del regno di Napoli, dove gli accidenti sono fierissimi e pieni di sangue.
Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia, lasciando Napoli in mano dei Franzesi che badavano ai fatti loro ed ai Napolitani, amatori di libertà che sognavano la repubblica. Ma non se ne stava il governo regio senza speranza che le sue cose avessero presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era ordita in Europa contro la Francia, e sapeva che i dominii dei Franzesi nei paesi forastieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze che facevano o volevano far la guerra ai Franzesi. Già fin dall'anno ultimo l'aveva stipulato con l'Austria; aveva anche il re contratto amicizia con la Gran Bretagna, e Nelson vittorioso molto confortava le siciliane speranze; medesimamente un trattato erasi concluso con l'imperadore Paolo di Russia. Perchè poi quella repubblica franzese, che era per sè stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi Turchi, con avergli il Gran Signore promesso che manderebbe, ad ogni sua richiesta e senza alcun suo aggravio, dieci mila Albanesi in suo aiuto: a questo dava favore e facilità la conquista di Corfù fatta dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli aiuti loro erano divenuti più necessarii al re Ferdinando. Era arrivato il tempo propizio a conquistare il regno per la ritirata di Macdonald da Napoli. Non aveva la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel duro dominio dei repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli di Napoli, e sì finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.
Sperava adunque Ferdinando negli aiuti degli alleati e nelle inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi, aveva in Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo in Calabria. Già abbiamo narrato come il cardinale, creato l'esercito con gli aderenti proprii, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani, aveva mosso a rumore e ricondotto all'obbedienza le due Calabrie quasi tutte, la terra d'Otranto, la terra di Bari ed il contado di Molise. Erano accorsi con le bande loro al cardinale Proni, Mammone, Sciarpa, Fra Diavolo, Decesari, gente ferocissima. Un'altra mossa popolare era sorta che molto aiutava il cardinale per istigazione del vescovo di Policastro, contro il governo repubblicano, la quale, su le rive del Mediterraneo correndo, minacciava Salerno e Napoli. Anche il conte Ruggiero di Damas correva le campagne con uomini speditissimi, e sollevava a furore quelle popolazioni tanto facili ad essere concitate.
Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo a maggiori imprese. Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel pingue granaio della Puglia, e facilitare anche in quelle spiaggie gli sbarchi dei Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè, andando all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio di forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli fu risposto arditamente da quei di dentro che niun'altra risposta volevano dare se non d'armi. Diede il cardinale furiosamente la batteria, e quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la breccia, vi entrarono i cardinalizii per estrema forza, e recarono in mano loro la terra. Qui, le cose che successero mettono tanto raccapriccio a descrivere che non si vuole raccontarle; solo diremo che se Trani ed Andria furono sterminate dai repubblicani, con uguale immanità fu esterminata la miseranda città d'Altamura. Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più incrudeliva e mescolava gli scherni, le risa, gli orribili oltraggi alla crudeltà, era miglior tenuto: queste erano le opere dell'esercito che col nome di cristiano s'intitolava. Ad uguale sterminio fu condotta la città di Gravina, prossima ad Altamura, e posta sulla strada per la Puglia.
Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue stanze ad Ariano nel Principato ulteriore. Quivi le città principali di Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina, spente le insegne della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re, concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Tutto lo stato della repubblica ruinava, e ritornavano con grandissimo impeto della fortuna a Ferdinando tutte le terre e le fortezze principali. Solo Foggia, capitale, assai fiorente e ricca, popolosa e piena di amatori dello stato democratico, ancor si teneva; ma l'essere tornata tutta la provincia alla devozione del re diede facilità ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del golfo di Manfredonia nel novero di circa mille quattrocento condotti dal cavaliere Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter loro. Correva un giorno di fiera quando vi entrarono: i popoli, spaventati al vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e di feroci, sparsero tosto le triste novelle pei paesi circonvicini. Il terrore dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica, questo concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il vincitore.
Parte dei soldati forastieri si congiunsero col cardinale in Ariano, e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il vescovo di Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i repubblicani. Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che, valorosamente guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia delle turbe indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di frenarle. I rinforzi condotti da Micheroux rendettero superiori i regi; anzi tanto s'avvantaggiarono, che, non ostante che i repubblicani con frequenti e forti battaglie cercassero di arrestarli, arrivarono, conquistati i passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura di Salerno, e se ne impadronirono. Già tutte le provincie avendo obbedito o per amore o per forza alla i fortuna del vincitore, la guerra si avvicinava a Napoli. Il cardinale, per istringerla, era venuto, calandosi da Ariano, a porsi a Nola, mentre Micheroux erasi alloggiato a Cardinale. Eransi anche i regi fatti padroni della Torre del Greco. Da un'altra parte, Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il nome del re. Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua, in cui Macdonald, partendo, aveva lasciato un presidio di due mila soldati. La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni, sollevato prima l'Abruzzo superiore, dove, ad eccezione di Pescara, in cui si era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter suo, scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu ristaurata sino prossimamente a Gaeta, munita di un presidio franzese. Per tal guisa furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre comparivano le navi inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e che nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola, nido allora d'immanità orribilissime. S'aggiungeva a spavento dei repubblicani che in Napoli s'era scoperta una congiura in favore del re.
In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o di perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i repubblicani facevano ora più ora meno di quanto i tempi richiedessero. I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa parte, come avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già cadente. Fu proposto che un magistrato di censura si creasse, che avesse diritto e carico di scrutinare i membri del direttorio e quei del corpo legislativo, e chi fosse stimato sospetto cassasse, e proponesse in luogo loro cittadini puri ed incorrotti. Fu creato il magistrato: questi creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro. Instituissi intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il crimenlese, e di cui fu nominato presidente Vincenzo Lupo: entrarono con lui i repubblicani più vivi.
Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato coi loro nomi.
In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro. Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le preci; fin la protezione di san Gennaro.
Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo, ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani, che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.
Ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi conoscendo la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.
Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.
Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè, si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli, ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena.
Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato; si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi, combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato, e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata, ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Pure l'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono: questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.
Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere, se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena, Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo: repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.
I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco sorgere grida di viva il re alle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano, sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche, come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.
Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi al castello.
La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena ed il coraggio smisurato dimostrato in tutti i fatti dai democrati avevano dato molto a pensare a Ruffo, il quale si era persuaso che senza molto sangue e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe poluto riuscire a fine della sua impresa. Considerate e maturamente ponderate tutte le cose che allora accadevano, stimando che non si convenisse mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse rimesso il pericolo che sovrastava al navilio d'Inghilterra per la flotta di Brest già comparsa allo stretto di Gibilterra. Il cardinale, per mezzo di Mejean, comandante per Francia del castello di Sant'Elmo, col quale aveva avuto qualche pratica, mandò dicendo ai repubblicani che, se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello che era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e, risolvendosi al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo e Castel dell'Uovo, non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, e penava al ratificarle. Infine, stringendo il tempo, temendo vieppiù della vita dei suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dell'avvicinarsi della flotta franzese, con pari consentimento degli alleati, si risolvette ad accettarle. Furono queste: fossero Castel Nuovo e Castel dell'Uovo dati in potere dei comandanti del re delle Due Sicilie e de' suoi alleati il re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie e la Porta Ottomana, e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da bocca, con le artiglierie ed altri arnesi che si trovassero nei forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le proprietà sì mobili che stabili di ognuno che si appartenesse ai due presidii si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua che loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero e s'intendessero concedute a tutti coloro fra i repubblicani che nelle battaglie succedute fra loro e le truppe del re o de' suoi alleati fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino detenuti nei castelli si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di Stato si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli se non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcarli.
Fu la capitolazione approvata e sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperadore di tutte le Russie, da un Bonjeu per la Porta Ottomana e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regi nei due castelli. Il cardinale a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi vivere in lontane e forastiere contrade. Mandava espressamente il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per sua sicurezza dai regi.
I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoverata ne' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpa loro, molto ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.
Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.
Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. Un Fiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.
Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Piementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.
Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?
Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.
La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.
Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliarii del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.
Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.
Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente si incamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.
Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo; commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.
Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo; aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato, ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati: gran numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè, oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai Napolitani, era compresa da un altro terrore.
Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.
Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani che le anconitane muraglie.
Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato, risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia.
A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle che Froelich conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.
Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe quello che era impossibile che non succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.
Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso, ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della piazza.
Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.
Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il Franzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da questa all'altra vita.
Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.
Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.
In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.
Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.
Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamente lo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.
Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.
Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.
A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.
Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre stata la guerra della Vandea, nella quale con infinito furore combattendo e repubblicani e regi, avevano sterminato popolazioni intere, desolati paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste, gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta spegnere, perchè irritava; le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo quanta grazia acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto sangue franzese: applicovvi l'animo; venne a capo dell'impresa. Fra il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di osservare la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più oltre, vennero i capi della Vandea ad una onesta composizione: la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi maravigliato vedeva i capi della vandeese guerra. Ammiravano i popoli il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.
Forti amminicoli a quanto macchinava pensava che fossero gli uomini di Chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle racquistarli. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molto altre prometteva segretamente. Si aggiunse che onorò con pietosi uffizii Pio VI, papa morto, che aveva perseguitato vivo. Il suo favellare maravigliosamente piaceva a coloro che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei. Già non solo vincitore e riformatore generoso del governo di Francia, ma ancora instaurator pio dell'antica sua religione il chiamavano. Vacando il trono pontificale per la morte di Pio VI, eransi a questo tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo che si cercasse un pontefice troppo avverso agl'interessi di Francia e proprii; perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente pronosticare da questi primi favori ch'ei volesse venirne, quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale che si fosse dimostrato troppo contrario a lei.
Ma primo ed universale desiderio della Francia, tanto rotta e sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva conferente a' suoi pensieri. Stimava che a' suoi fini molto valesse e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re Giorgio. Rispose acerbamente per bocca del ministro Grenville il re Giorgio. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò consegui il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.
Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra Francia e Russia; A questa non fu avaro di promesse e di protestazioni Buonaparte; Paolo si lasciava muovere; il consolo, per fargli dar volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto e rimandava liberi al loro signore i soldati russi fatti prigionieri nelle guerre di Svizzera e di Olanda. Parve atto generoso ed arra conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, il riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando non volere più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti che ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di Francia.
Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste faccende, perchè ottenne facilmente che Federico Guglielmo, perseverando nell'amicizia fermata a Basilea, consentisse alle ultime mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo franzese riconoscesse.
L'Austria restava sul continente contro la Francia. Tentava il consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alla capitolazione di Campoformio con quel di più che si negozierebbe per sicurezza delle monarchie e delle possessioni austriache in Italia. Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime vittorie, nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte. In questo mezzo si accostarono le istigazioni dell'Inghilterra, molto intenta a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato altresì che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia. Godeva Buonaparte parimente dell'offerta e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così, fermando la maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze, conseguiva che l'universale dei Franzesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto si bramasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti confidavano che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e felice in pace.
Quanto alla guerra, ottimamente considerati furono i suoi consigli: mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau, confermato da lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del suo aiuto, od in Italia, se il generale dei Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau e la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè più pruovati, nè più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.
Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte ai suoi soldati:
«Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi; voi siete quegli uomini medesimi che conquistaste l'Olanda, il Reno, l'Italia, voi quegli stessi che, già vicini, forzaste alla pace la spaventata capitale nemica. Soldati, avete voi ora ben altro carico che quello di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici territorii. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che, per vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare i danni d'un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato della repubblica, il poter dire alla Francia attenta: Questi sono i più disciplinati, i più bravi sostegni che si abbia la patria. Sarò, soldati, quando sia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi l'Europa che voi siete quella valorosa stirpe che già tante volte a maraviglia la costrinse.» Così, aggiungendo impeto a valore, faceva uomini fortissimi alle battaglie.
L'esercito italico, afflitto dalle disgrazie, titubava; i soldati rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia. Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le voci dei loro ufficiali; lasciano, la diecisettesima sopra tutte, le insegne. Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di Newmarket? Avrebbero essi eletto il perire piuttosto che abbandonar le insegne. Voi parlate di provvisioni manche: che avreste fatto, se, come la quarta e la vigesimaseconda leggiere, la diciottesima e la trigesimaseconda grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua, a mangiar ridotte carni di sozzi animali, trovati vi foste? La vittoria, dicevano, ci darà pane, e voi disertate le insegne! Soldati dell'esercito italico, un nuovo generale vi governa; quando più splendeva la gloria vostra, ei fu sempre il primo fra i primi. In lui fidatevi; con lui andrete a nuove vittorie. Sarammi, così comando, dato conto di quanto ogni legione farà, massime la diciasettesima leggiera e la sessagesimaterza grossa: ricorderannosi della fede che già ebbi in loro.»
Queste parole maravigliosamente accendevano quegli animi valorosi. Era l'esercito italico, in cui si noveravano poco più di venticinque mila soldati, distribuito nelle stanze in modo che la destra, governata dal generale Soult, da Recco in riviera di Levante sino a Cadibuona e Savona si distendeva: presidiava Gavi e Genova, in cui alloggiava, il generalissimo Massena. La sinistra, che obbediva al generale Suchet, custodiva la riviera di Ponente da Vado sino al Varo, con presidii posti nei principali luoghi e nei sommi gioghi delle Alpi marittime; fronte certamente troppo lunga per potersi guardare convenientemente con sì poche genti. Ma Genova necessitava i consigli dei Franzesi, perchè importava ai disegni ulteriori del consolo ch'ella si tenesse lungamente, e voleva Massena conservarvi un campo largo per le tratte delle vettovaglie, di cui penuriava, il che l'aveva fatto risolvere a non cedere le riviere se non quando a ciò fosse sforzato.
Da un'altra parte Melas, abbenchè fosse guerriero avveduto e sperimentato, e forse appunto perchè era, non poteva persuadere a sè medesimo che le genti raccolte in Digione fossero una tempesta che avesse a scagliarsi contro l'Italia. Non misurava egli bene la prontezza di Buonaparte, nè la docilità dei Franzesi a scorrere là dove il nome suo e la sua voce li chiamavano. Laonde ei se ne viveva troppo alla sicura su quanto potesse succedere alle spalle e sul suo destro fianco.