MDCCXCVIII
| Anno di | Cristo MDCCXCVIII. Indiz. I. |
| Pio VI papa 24. | |
| Francesco II imperatore 7. |
Avutosi da Berthier il comandamento di marciare incontanente con tutto lo esercito a passi presti contro Roma, quantunque se ne vivesse molto di mala voglia per essergli venute a noia le rivoluzioni, si metteva in assetto per mandarlo ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni, gli comandava che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della battaglia a Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse discosto dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con Rey, con mandato di osservare le bocche d'Ascoli per le quali si va nel regno di Napoli, e di far sicure le strade degli Appenini fra Tolentino e Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona Dessolles, con avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese e tenerlo purgato dai contadini Urbinati che, portando grande affezione alla sedia apostolica, erano sempre inchinati a far moto in suo favore. Metteva alle stanze di Rimini quattro mila Polacchi sotto la condotta di Dombrowski, e con questi anche le legioni cisalpine, le quali nissuna cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti di cui quei popoli si erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte all'ultima uccisione se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di Francia. Così il sacco e la rapina erano usati in Italia non solamente dai forastieri, ma ancora dagli Italiani.
Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori Berthier da Ancona, il dì 29 gennaio, un manifesto, in cui tra le altre cose diceva che un esercito franzese movevasi ora contro Roma, ma che solo si muoveva per punire gli assassini del prode Duphot, per punire quegli assassini medesimi ancora rossi del sangue dell'infelice Basville, per castigar coloro che si erano arditi disprezzare il carattere e la persona dell'ambasciatore di Francia; che la Francia sapeva, essere il popolo romano innocente di tanta immanità e perfidia: che l'esercito franzese il terrebbe indenne e sicuro da ogni oltraggio. Poscia, rivoltosi ai soldati, gli ammoniva ed avvertiva che il popolo romano non si era mescolato nelle scelleraggini di chi li riggeva, l'amassero pertanto, il proteggessero; sapessero che la repubblica comandava loro che rispettassero le persone, le proprietà, i riti ed i templi di Roma; darebbesi pene asprissime a chi si dasse al sacco.
Ciò detto, moveva le schiere al destino loro. Le genti repubblicane, preso Loreto e commessovi qualche sacco, posto a taglia Osimo che si era levato a favor del papa, varcati prestamente gli Appenini, alla appetita Roma si approssimavano. Era in questo estremo punto l'aspetto della città vario e per ogni parte pericoloso; alcune condizioni riguardavano le passate cose, alcune le presenti; generavansi sette ed umori molto diversi. Il trattato di Tolentino aveva tolto al papa gran parte della riputazione e della riverenza che prima gli portavano. Il vedere poi la magnifica Roma spogliata dei suoi ornamenti più preziosi partoriva sdegno ne' popoli non solamente contro gli spogliatori, ma ancora contro il pontefice; giudicando essi sempre dagli effetti e non dalle cagioni. Trovavasi inoltre il pontefice ridotto alla necessità, per le stipulazioni del trattato, d'aggravare con nuove tasse i sudditi, a fine di poter bastare alle somme esorbitanti ch'era tenuto di sborsare alla repubblica. Quindi, speso tutto il tesoro di San Pietro, si era dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati, gittar nuove cedole con maggiore scapito così delle vecchie come delle nuove, ed ordinare una tassa del cinque per centinaio su tutti i beni. Di più si venne alla vendita del quinto dei beni ecclesiastici, il che parve grande attentato contro le immunità ecclesiastiche, e questa rivoluzione fu molto dannosa al pontefice, perchè gli tolse il favore di coloro sui quali principalmente si fondava la sua potenza. Le casse piene di gentilezze antiche, quelle che contenevano i denari estorti con tanta difficoltà dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente partendo e la sembianza e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani rappresentando, accrescevano la mala contentezza e rendevano il papa spregiato ed odioso. Nè era nascosto che le gioie stesse per la valuta di parecchi milioni erano state poste in balia del vincitore. Per le angustie dell'erario aveva il papa molto rimesso da quelle pompe e da quella magnificenza con le quali era stato solito vivere. Mancato questo splendore, si cambiava l'affetto in disprezzo.
In tanta mutazione d'animi le antiche querele si rinnovavano. I servitori soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarii, si lamentavano e facevano, sfrenati, un parlare perniziosissimo. Si arrogevano i discorsi dei politici e degli amatori dell'antica disciplina della Chiesa, gridavano quelli contro il governo di preti inesperti, ed affermavano doversi lo Stato commettere al freno di uomini prudenti e conoscitori delle umane cose; se Roma spirituale periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale. I secondi dimostravano dannosa la potenza terrena dei pontefici; esser tempo di ridurre i costumi trascorsi della Chiesa alla semplicità antica, e la potenza dei papi ai limiti primitivi. Le dottrine pistoiesi, mostrandosi più spacciatamente, acquistavano maggior credito ed i fautori loro nutrivano speranza che lo Stato della Chiesa si avesse a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quelli degli Apostoli.
Ma i democrati, che non amavano meglio una religione riformata che uno stato regolato, confortati da apparenze tanto nemiche al papa, ed avendo ardente desiderio della vittoria de' Franzesi, pigliavano novelli spiriti, e, più vivamente operando, minacciavano prossima la ruina al reggimento antico. Sentivano e vedevano i raggiratori della turbata Roma queste cose, ma meglio desideravano che potessero porvi rimedio. Pure mandavano fuori provvisioni contro lo sparlare, ma il tempo era più forte di loro e la proibizione accresceva la licenza. Così lo stringere e l'allentare il freno era parimente esiziale al papa, crollavasi lo Stato già prima che Francia gli desse la ultima spinta. Il pontefice, abbandonato da que' primi rumori da quasi tutti i cardinali, trovava un debole conforto di parole nel cardinale Lorenzana, protettore del reame di Spagna, nel principe Belmonte Pignatelli, mandato a lui dal re di Napoli, e finalmente nel cavaliere Azzara, ministro di Spagna. Vedutasi dal papa la ruina inevitabile, ordinava ai capi de' suoi soldati, facessero nissun moto di resistenza, e si ritirassero con quel passo con cui i Franzesi si avvicinavano; pensava alla quiete di Roma, ingrossando il presidio; perchè non voleva che l'anarchia precedesse la conquista.
Il dì 10 febbraio molto per tempo si mostravano i repubblicani sui romani colli: ammiravano una tanta città. Tagliavano trincee, piantavano cannoni. Per accordo stipulato per parte del papa da Azzara e da alcuni cardinali, entravano nella magnifica Roma il giorno medesimo e, fatto sloggiare dal Castel Sant'Angelo il presidio pontificio, l'occupavano. Pretendevano anche, condotti da Cervoni, i principali posti della città. Poi, accompagnato da' suoi primi ufficiali e scortato da grosse squadre di cavalleria, entrava il dì 11 trionfando Berthier. Al tempo medesimo i manifesti promettitori di rispetto alle persone, alle sostanze, ai riti, alla religione si affiggevano su per le mura. Alloggiava Berthier nel Quirinale, mandava Cervoni al Vaticano per far riverenza al pontefice, assicurandolo della persona e dell'antica sovranità. Scriveva il dì medesimo del suo ingresso a Buonaparte, che un terrore profondissimo occupava Roma, e che lume nissuno di libertà appariva da nessun canto; che un solo democrata era venuto a trovarlo offrendogli di dar libertà a due mila galeotti. Dava speranze e faceva promesse d'aiuto ai novatori, piuttosto per ordine che per voglia. Queste promesse e questi incitamenti sortivano lo effetto; il giorno 15 di febbraio, correndo l'anniversario della incoronazione del pontefice, che a quel dì medesimo compiva ventitrè anni di regno, si levava subitamente per tutta Roma un moto grandissimo di gente che chiamava la libertà, e, mossa fin su quel primo principio da servile imitazione, traendo seco non so qual fusto di pino, s'incamminava a calca verso Campo Vaccino. La folla, le grida, la veemenza crescevano ad ogni passo. Molti correvano per vedere, alcuni per aiutare, nissuno per contrastare, perchè le pattuglie repubblicane che giravano, impedivano ogni moto contrario. Giunta che fu quella immensa frotta dirimpetto al Campidoglio, crescendo vieppiù le grida e lo schiamazzo, a fronte del famoso colle rizzava l'albero con una berretta in cima, e viemmaggiormente infiammandosi a tale vista, gridava libertà, libertà! nè contenti a questo, i capi givano ad alta voce interrogando gli astanti, se volessero viver liberi: risuonava tutto Campo Vaccino del sì. Seguitavano capi a domandare: È volontà questa del popolo Romano? Di nuovo risuonava il Campo Vaccino del sì. Cinque notai richiesti rogavano l'atto, siccome il popolo romano sovrano e libero aveva vendicato i suoi diritti, che libero e franco si dichiarava, che al governo del papa rinunziava, che in repubblica voleva libero vivere e libero morire. Qui le grida, gli strepiti, il gittar dei cappelli, l'abbracciarsi, il confortarsi, il pianger della gioia, il rider per pazzia che sorsero, non son cose che da umana penna si possano agevolmente descrivere. Poi i motti contro i preti, contro i cardinali, e le ipotiposi sui vizii della corte romana andavano all'eccesso. Gli atti e gli scherzi che si fecero, non sono da raccontarsi.
Rogato l'atto, si eleggevano dal popolo convocato uomini a posta perchè l'atto medesimo portassero a Berthier e gli raccomandassero la novella repubblica. Eravi solennità: entrava a guisa di trionfatore per la porta del Popolo il generale di Francia, con magnifico corteggio dietro ed intorno di splendidi ufficiali e di cento cavalli eletti da ciascun reggimento. Suonavano con grandissimo strepito gli stromenti della musica militare; l'affollato popolo applaudiva. Non così tosto compariva alla porta del Popolo, che era presentato di una corona dai capi in nome del popolo romano. L'accettava, protestando ch'ella di ragione apparteneva a Buonaparte, le cui magnanime imprese avevano preparato la libertà romana. Salito in Campidoglio bandiva la repubblica Romana solennemente, la riconosceva in nome della Francia, lodava la libertà, chiamava i Romani figliuoli di Bruto e di Scipione. Queste cose si facevano veggendo ed udendo dalle stanze del deserto Vaticano il canuto ed infermo pontefice. Erano tutto il restante giorno e la seguente notte canti, balli e rallegramenti di ogni forma.
La Cisalpina repubblica a questi sovvertimenti si rallegrava; scriveva il direttorio nella solita lingua servile, per mezzo del presidente, ai legislatori cisalpini mille esagerazioni. Queste erano le poesie, o, per parlare con Buonaparte, i romanzi dei tempi.
Fra mezzo a tanta ruina continuava a starsene nelle sue stanze del Vaticano papa Pio VI con qualche apparato di sovranità. Ma in quello stato di Roma non poteva più un papa sussistere, nè per lui, per la dignità, nè pei repubblicani per la sicurezza. In oltre, l'opera del direttorio doveva consumarsi intiera. S'incominciavano a mandar carcerati in Castel Sant'Angelo, o confinati nelle proprie case, alcuni cardinali ed altri personaggi di nome e d'autorità. Toglievasi quindi dal Vaticano la guardia svizzera con dolore vivissimo del pontefice, che non se ne poteva dar pace; vi surrogavano la guardia franzese. E qui la verità vuol che si dica che il venerando Pio, ridotto in caso di sì estremo abbassamento, non andava esente da parte di alcuni repubblicani di Francia da scherni tali che l'ammazzarlo sarebbe stato poco maggiore mancamento. Agli scherni succedeva l'esilio: Cervoni, avutone comandamento da Berthier, introdottosi nelle stanze del pontefice, in nome della repubblica Franzese gl'intimava che si dispogliasse della sovranità temporale. Rispondeva Pio, avere la sua temporale sovranità ricevuto da Dio e per libera elezione degli uomini; non potere nè volere rinunziarvi; alla età sua di ottant'anni potersi bene fare mali grossi, ma non lunghi; essere parato a qualunque strazio; essere stato creato papa con piena potestà; volere, per quanto in lui fosse, papa morire con piena potestà; usassero la forza, poichè in mano l'avevano, ma avvertissero che se avevano in poter loro il corpo, non avevano parimenti l'animo, il quale, in più libera regione spaziando, di accidenti umani non temeva; esservi un'altra vita per lui oggimai vicina, in lei nulla gli empi, nulla i prepotenti potrebbero.
Restava, poichè l'animo non avevano potuto vincere, che vincessero il corpo. Il pubblicano dell'esercito, che al suono delle romane finanze era prestamente accorso, appresentatosi al pontefice, gl'intimava, tempo due giorni, da Roma si partisse. Rispondeva Pio, non potere resistere alla forza; ma volere che il mondo sapesse che sforzato il proprio gregge abbandonava.
Il dì 20 febbraio sforzavano i repubblicani il papa a partire. Lasciava Pio l'antica sede, cui non era per rivedere più mai. L'accompagnavano solamente, miserande reliquie di corte tanto sontuosa, oltre alcuni addetti ai servigi domestici, monsignor Incio Caracciolo di Martina, suo maestro di camera, e l'abbate Marotti, professor di retorica del collegio romano, suo segretario eletto. Uscito da porta Angelica s'incamminava verso Toscana. Lo scortavano e guardavano diligentemente soldati repubblicani a cavallo. Accorrevano dai luoghi vicini e dai lontani i popoli riverenti ad inchinare il pontefice cattivo: muovevanli a rispetto ed a compassione la dignità, l'età, la malattia, la sventura. Per tal modo, vecchio, infermo e prigioniero lasciava Pio Roma, caso non più veduto dappoichè Borbone ne cacciava Clemente; lasciava Roma cui aveva abbellito con opere magnifiche e che doveva fra breve essere spogliata di quanto la durezza dei patti Tolentiniani vi aveva lasciato d'intero e d'intatto; lasciava Roma, già padrona per opinione del mondo, ora serva per opinione e per baionette di nuove repubbliche. Singolare città che o padrona o serva, o magnifica o saccheggiata, ebbe sempre per destino di provare i due estremi in cui gli umani casi si concludono. Trovava il pontefice ricovero, contuttochè sempre gelosamente fosse custodito, nel convento degli Agostiniani di Siena, e confortato negli ossequii del granduca e nelle lettere consolatorie scrittegli da tutta la cristianità. Il tentavano spesso i repubblicani perchè rinunziasse alla potestà temporale; il che egli costantissimamente sempre ebbe negato. Per questa cagione si ordinava che strettamente si custodisse, e se gli restringeva la facoltà di veder gente; rigore tanto più da condannare quanto più non era di nessun frutto, ed aveva per fine una rinunzia per forza. Succedeva poscia un caso spaventoso, che tremava per terremoto il convento, come se Dio volesse provare sino all'ultimo la costanza del desolato pontefice. Distrutta parte della casa, gli fu forza sloggiare; raccolto prima nel palazzo Venturi, poi nella villa Sergardi, si riduceva finalmente ad abitare nella Certosa di Firenze. Ma la sua presenza sul continente, particolarmente in paese sì vicino a Roma, dava sospetto ai repubblicani. Perlochè ordinavano che si trasportasse in Cagliari di Sardegna. Ma, tra per le rappresentazioni delle persone benigne che continuavano ad avergli affezione, e per la ritrosia del re di Sardegna che abborriva dal divenir custode di un papa, era infine Pio lasciato stare nella Certosa infinochè, venuti in Italia tempi pericolosi pei repubblicani, lo trasferivano in Francia.
Roma, priva del pontefice, perdeva anche per sacco, parte violento, parte frodolento, le sostanze, e gli ornamenti più preziosi dello Stato. Nè in questo gli spogliatori portavano più rispetto alle sacre che alle profane cose, alle private che alle pubbliche, nè le rapine avevano termine che con le stanze dei repubblicani. Cominciava lo spoglio da alcuni capi sì militari che civili; scendeva per l'esempio nei soldati. Solo incorrotti si mantennero la maggior parte degli ufficiali di mezzo, i quali ne fecero un solenne risentimento. Giravano nello Stato romano ventisette milioni di cedole; fu ridotto al quarto il valore loro; ma questa legge savissima in sè stessa, fu crudele perchè promulgata subito dopo che gli agenti del direttorio avevano speso per le loro provvisioni sì pubbliche che private tutta quella copia di cedole che avevano trovato nelle casse papali; e fu anche aggiunto che se ne stampassero in fretta in fretta per altri sei milioni e si gittassero nel pubblico.
Oltre le cedole, le romane finanze consistevano in una quantità di beni assai considerabile, che appartenevano allo Stato, e questi in nome della repubblica franzese occupavano i suoi agenti. Poi ponevansi al fisco della repubblica i beni del collegio della Propaganda, quelli del Sant'Officio e dell'Accademia ecclesiastica, le paludi Pontine e le tenute della Camera apostolica. Ciò spettava agli stabili; ma i mobili non si risparmiavano: qui fuvvi non confiscazione, ma sacco. Quanto di più nobile e più prezioso adornava i palagi del Vaticano e del Quirinale fu involato. Fu la cupidigia degli agenti del direttorio veramente barbara.
Fu, come il Vaticano, spogliato Montecavallo, fu spogliato Castel Gandolfo, fu spogliata la nobil sede di Terracina. Come gli arnesi più squisiti, così il più misero vasellame di cucina furono involati, nè più risparmiati i sacri che i profani arredi. Passava il sacco dai palazzi dello Stato e del papa a quelli de' suoi parenti, ed anzi a que' di coloro, o principi romani o cardinali che si fossero, che più si erano dimostrati costanti nel far argine alle dottrine che avevano servito di mossa e tuttavia servivano di fondamento alla rivoluzione. Il palazzo della città, quei del principe e del cardinale Braschi, quello del cardinale di York furono con eguale avarizia depredati. Soprattutto miseramente guasto e devastato fu quello della villa Albani, di cui era signore il cardinale e principe di questo nome. Quanto in lui si trovava di più prezioso per materia e per lavoro, fu tocco e rapito dalle avare mani dei forastieri. Il giardino stesso dell'Albani fu guasto e deserto, gli aranci e le altre piante odorose o rare vendute a vil prezzo. La rapacità che si usava in Roma e nei contorni si dilatava in tutto lo Stato romano, ed ogni sostanza sì pubblica che privata era posta a mercato. Nè dal sacco andarono esenti le chiese appartenenti alla nazione spagnuola ed austriaca, sebbene una alleata, l'altra amica della repubblica vivessero a quel tempo. Al sacco succedevano le tasse, le quali qualche volta si convertivano in sacco segreto assai più vile del primo. Erano enormi, ma vi era modi di riscatto nascosti, e qualche volta a bella posta si mettevano perchè i modi del riscatto si usassero. Si tassava la sola famiglia Chigi di più di dugento mila scudi; l'incisore Volpato di più di dodici mila, e fra dodici ore avesse a pagargli. Talvolta si minacciavano le confische per aver denaro; talvolta si addomandava denaro per avere o quadri o statue od altre simili gentilezze preziose. Per tal modo Roma, già consumata dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata per la presenza dei repubblicani.
Non ostante tanti spogli e tante rapine, se ne viveva l'esercito bisognoso di ogni cosa, e mentre le cassette piene di cose preziose che appartenevano agli agenti del direttorio, s'incamminavano alla volta di Francia, o segretamente od anche apertamente, perchè a tale di sfrontatezza si era venuti, i soldati non avevano le paghe corse da molti mesi, e laceri e scalzi, e privi di ogni bene, accusavano l'ingordigia di coloro che, preposti al vitto ed al vestimento loro, credevano dover convertire in benefizio proprio le ricchezze dei paesi conquistati con le fatiche e col sangue loro. Ciò produsse una gran lite degli uffiziali subalterni, ai quali stava a cuore l'onore di Francia, ed infinitamente cuocevano i raccontati disordini contro Massena, surrogato a Berthier, e cui imputavano di molte estorsioni fatte, come dicevano, in tutti i paesi italiani venuti sotto il di lui governo, massimamente nel Padovano, e contro Huller, cui principalmente accusavano delle italiane espilazioni e della franzese miseria.
Massena intanto era uscito di Roma ordinando, lasciato solamente un presidio di tre mila soldati in Castel Santo Angelo ed in altri luoghi forti, che tutto l'esercito il seguitasse, così sperando di scioglier quel nodo degli ufficiali contro di lui. Ma quelli insistevano; scrivevano a Berthier, ripigliasse il freno delle genti; protestavano a Massena, non volergli più obbedire. Pensò dunque a ritirarsi, e, lasciato il governo a Saint-Cyr e a Dallemagne, se ne andava in Ancona.
I Romani, osservato lo scompiglio delle genti franzesi ed essendo sdegnati per tante vessazioni, nè potendo più oltre portare sì dura servitù, perchè oramai un popolo di quasi due milioni d'anime era ridotto alla fame, tentavano un movimento più temerario che considerato. I primi a romoreggiare furono i Trasteverini, gridando: Viva Maria. Avviatisi verso San Pietro in grosso numero, uccidevano una guardia franzese, s'impadronivano di Ponte Sisto e delle strade che mettono capo in esso. Al tempo medesimo le campagne tumultuavano; Velletri, Albano, Marino, Cività di Castello si muovevano; la mossa era grave. Già i Franzesi erano uccisi alla spicciolata, e già le più grosse squadre si trovavano in pericolo. Ma essendo gente valorosa, usa all'armi ed ai tumulti improvvisi, poste dall'un de' lati le dissensioni loro, muovendoli il pericolo comune si ordinavano tostamente alle battaglie contro quei popoli spinti piuttosto da furore che da disegno bene ordinato. Vial muovevasi contro la gente tumultuaria di Roma, Murat contro quella del contado. Fu fatto in queste battaglie molto sangue, perchè i Franzesi coi loro squadroni agguerriti combattevano virilmente, ed i Romani, mossi da furore e da zelo religioso, menavano ancor essi le mani aspramente. Infine, prevalendo la disciplina e l'opera delle artiglierie bene governate dai repubblicani, di cui mancavano i Romani, acquistarono i primi con molta preponderanza il vantaggio. Dispergevansi gli avversarii e si nascondevano chi per le case e chi per le campagne. Fecero i contadini, ritiratisi ai monti, una testa grossa, ma Murat, penetrando coi soldati armati alla leggiera in quei riposti ricoveri, gli sperperava. Di centocinquanta prigioni, parte furono mandati al remo, parte giustiziati con le palle soldatesche. Roma, piena di terrore, d'orrore e di sangue, lagrimosamente si querelava. Si toglievano con diligente cura le armi ai popoli. Accagionaronsi, come fautori di questo moto, i cardinali ed altri prelati sospetti di affezione verso il papa. S'intimò ai primi, o rinunziassero alla dignità cardinalizia o andassero carcerati. Rinunziarono Antici ed Altieri; ricusarono Antonelli, Giuseppe Doria, Borgia, Rovenella, la Somaglia, Carandini, Archetti, Mauri, Mattei; fu dato bando ai due ultimi dalle terre della repubblica romani. Gli altri, prima posti in carcere, poi condotti a Cività Vecchia ed imbarcati su navi sdruscite, furono mandati a cercar ricovero in paesi stranieri. Il cardinal Rezzonico, come infermo di mal di morte, fu lasciato stare: Albani che più d'ogni altro desideravano di avere in poter loro, fu fatto correre dai cavalli leggieri, che il seguitavano, ma giunse a salvamento nel regno. In questo modo quanto avea la Chiesa cattolica di venerando per età, per dignità, per dottrina, era disperso e calpestato.
Gli accidenti romani fin qui narrati sapevano di tumulto e di confusione, siccome quelli che succedevano sulle prime alla militare conquista. Restava che la oppressione e la servitù si ordinassero sotto ingannevole forma di governo regolare, come se fosse intento dei conquistatori di fare scherno alla libertà e di metterla in odio a tutti coloro che l'amavano. A questo fine aveva il direttorio mandato a Roma quattro suoi commissarii, che furono Faipoult, Florent, Daunon e Monge, uomini che facevano professione di amore la libertà. Deliberarono fra di loro di dar una costituzione alla repubblica Romana. Ed ecco pubblicarsi un corpo di costituzione, il quale altro non era che sotto nomi romani la costituzione franzese; imperciocchè sotto nome di consolato, di senato, di tribunato, di tribunale di alta pretura e di alta questura, vi era un direttorio, un consiglio degli anziani, un consiglio dei giovani, un tribunal di cassazione, e commissarii dei conti. A questi si aggiungevano gli altri fastidii servili delle amministrazioni centrali per ciascun dipartimento della repubblica, e di una amministrazione centrale per ogni cantone. Si noveravano otto dipartimenti, del Tevere, del Cimino, del Circeo, del Clitunno, del Metauro, del Musone, del Trasimeno, e del Tronto: avevano per capitali Roma, Anagni, Viterbo, Spoleto, Macerata, Sinigaglia, Perugia e Fermo. Erano questi i magistrati; le leggi come quelle di Francia. Dalle leggi passava l'imitazione insino agli abiti; perchè i magistrati furono ordinati vestirsi alla franzese, mutato solo pei consoli, senatori e tribuni il color rosso in nero; la forma simile a quella dei quinqueviri, degli anziani, dei cinquecento di Francia.
Si crearono consoli per la prima volta Liborio Angelucci ed Ennio Quirino Visconti da Roma, Giacomo Dematteis da Frosinone, Panazzi e Reppi da Ancona. Ma variarono molto nella breve vita della repubblica Romana i consoli, perchè si scambiavano ad un primo capriccio del generale o del commissario di Francia. Fu instituito segretario del consolato un Bassal, il quale già mandato da Buonaparte a fomentare la rivoluzione di Venezia, se n'era venuto a fomentar quella di Roma. Chiamaronsi ministri un Torriglioni, un Camillo Corona, un Mariatti, un Bremond franzese.
I quattro commissarii inserirono però nella costituzione romana questo capitolo, che si avesse a fare al più presto un trattato d'alleanza tra la repubblica Romana e la Franzese, il quale sino a che fosse ratificato, tutte le leggi fatte dai due corpi legislativi romani non potessero essere nè pubblicate nè eseguite senza l'approvazione del generale franzese che stava al governo di Roma; e che il generale medesimo potesse di sua propria autorità fare tutte quelle leggi che a lui paressero necessarie, conformandosi non ostante alle instruzioni del direttorio. E questa, oltre gli spogli, le tasse violenti, ed il rimanente, era la libertà di Roma.
Era nella costituzione un capitolo che ordinava di giurar odio alla monarchia, fedeltà ed attaccamento alla repubblica. Papa Pio aveva udito dal suo ritiro della Certosa di Firenze che il governo della repubblica esigeva questo giuramento da tutto il clero e dai parrochi di Roma. Volendo per regola delle coscienze definire questa materia, e parendogli che non si convenisse ai ministri della religione il giurar odio ad alcuna forma di governo, scrisse un breve a monsignor Passeri, vicegerente di Roma, ammonendolo, non esser lecito prestar puramente e semplicemente il giuramento suddetto, ed ordinandogli di notificare agl'intimati questa sua decisione pontificia e di avvertire che la eseguissero. Ma siccome, continuava a discorrere, interessava anche moltissimo che la repubblica fosse persuasa della rettitudine delle massime del clero di Roma relativamente al repubblicano governo, conformi in tutto agl'insegnamenti della cattolica religione, così statuiva che ciascuno potesse con sicura coscienza giurar fedeltà e soggezione alla repubblica che attualmente comandava, essendo stato unanime insegnamento dei santi Padri e della Chiesa che sia dovuta fedeltà e subordinazione a chi, secondo la varietà dei tempi, ha in mano le redini del governo, o sia a chi attualmente comanda. Definì inoltre che ciascuno potesse giurare di non prendere parte in qualsivoglia congiura, trama o sedizione pel ristabilimento della monarchia e contro la repubblica: e potesse altresì giurare odio all'anarchia, essendo questa uno stato di disordine. Finalmente deliberò che si potesse giurare fedeltà ed attaccamento alta costituzione, salva per altro la cattolica religione. Pensava papa Pio che i magistrati della repubblica non avrebbero rigettato questa formola, giacchè era in tutto conforme, come si esprimeva, all'atto del popolo sovrano del 15 febbraio del presente anno, con cui il popolo riunito innanzi a Dio ed al mondo tutto, con un sol animo ed una sola voce aveva dichiarato, voler salva la religione quale di presente venerava ed osservava, cioè la religione cattolica. Ma partito da Roma monsignor Passeri e succedutogli nella carica di vicegerente l'arcivescovo di Nassanzio, quest'ultimo di propria autorità e contro le intenzioni del papa, diede una seconda instruzione per cui i professori del collegio Romano e della Sapienza si credettero autorizzati a prestare, come fecero, il giuramento tale quale era prescritto dalla costituzione, solo facendo qualche protestazione a voce. Udì gravemente il papa quest'accidente, e rescrivendo all'arcivescovo, lo ammonì di nuovo delle sue intenzioni, gli comandò richiamasse la seconda instruzione, e si lamentò che per essa e per l'esempio dei professori soprannominati sembrasse che Roma, già maestra di verità, si fosse fatta maestra dell'errore. Savie, prudenti e conducenti alla quiete dello Stato erano queste sentenze di Pio. Intanto questa faccenda dei giuramenti, per l'ordinario tanto gelosa, si rammorbidì facilmente, sì per la prudenza del papa come per la sopportazione dei magistrati della repubblica, nè produsse, come si temeva, o movimenti o persecuzioni d'importanza.
Creata la repubblica Romana, si spegneva l'Anconitana, la quale non era stata mai altro che un appicco contro il papa. I suoi territorii, salvo San Leo, si incorporarono alla Romana.
Il dì 20 marzo, si celebrava nella vastissima piazza del Vaticano la confederazione della repubblica Romana a guisa di quella che fu da noi già descritta della Cisalpina. Furonvi archi trionfali, sinfonie, illuminazioni, canti, balli; magnifica festa, ma con molto schiamazzo e molte satire alla Romanesca. Saliva con grande apparato sul Campidoglio Dallemagne, chiamava i senatori, apriva il senato, spiegava al vento la romana bandiera. Poi instituiva il tribunato, quindi i consoli sulla piazza del Vaticano; bandiva la costituzione, dichiarava Roma libera; i consoli dall'alto della scalea giuravano. Si coniava, poscia, pure romanescamente al solito, la medaglia adulatoria, bella assai e con questi motti: Berthier restitutor urbis; e Gallia salus generis humani.
Qui sarebbero da descrivere alcune maggiori cose per cui mutossi inopinatamente lo Stato d'Europa, quel d'Africa turbossi, le ottomane spade chiamaronsi ad insanguinar l'Italia, ed il dominio di questa combattuta parte d'Europa passò da Francia a quello che di nuovo lo combatterono: ma non ci è dato che toccar di volo i principali fatti. Concluso il trattato di Campoformio, si riposava la Francia in pace con tutte le potenze del continente, ed, oltre a ciò, aveva per alleate la Spagna, il Piemonte, le Cisalpina, l'Olanda. Le vittorie conseguite, il nome de' suoi generali, il valore e la costanza de' suoi soldati, avevano dato timore a tutti. Per la qual cosa, quantunque tutti vedessero mal volentieri confermarsi in Francia, cioè nel centro dell'Europa, principii contrarii alla natura dei governi loro, contenuti dal timore, nissuno ardiva di muoversi ed aspettavano tempi migliori. Perciò la Francia, non avendo nissun sospetto vicino al continente, poteva voltar tutte le sue forze verso l'Inghilterra. A ciò fare ella si trovava molto ben provveduta d'armi, di navi, di capitani, d'alleanze, e di quanto potea condurre a prospero fine una spedizione.
In questa condizione di tempi i ministri d'Inghilterra, Pitt principalmente, guida allora e indirizzatore dei consigli di quel reame, conobbero il pericolo in cui erano, anche perchè non pochi nell'Inghilterra medesima avevano accettato i principii della rivoluzione franzese ed avrebber potuto secondare i Franzesi. Però, avendo potentissima occasione di muoversi, si mettevano all'ordine per ovviare a tanto precipizio, tentando con ogni sforzo di accendere un novello incendio di guerra sul continente con istimolar di nuovo le potenze alle cose di Francia, alle ragioni aggiungendo offerte di denari ed aiuti di genti.
A queste istigazioni l'Austria rispondeva, che quantunque debilitata, era per insorgere di nuovo e correre all'armi se la Russia consentisse a voler anche essa venire efficacemente a parte della contesa e la spalleggiasse con pronti aiuti. La Russia tentata rispondeva che si accosterebbe volentieri alla lega, quando l'Inghilterra l'assicurasse della Turchia. Gli Inglesi allora ed a questo fine tentarono il governo Ottomano. Rispondeva il sultano che per l'antica unione della Porta con quel paese non voleva pruovare le armi contra la Francia, nè collegarsi con loro che muovevano.
Non potendo adunque i ministri di Inghilterra venire a capo dell'intento loro di seminar nuove discordie, si voltavano ad altre arti, mandando agenti a Parigi con le mani piene d'oro per muover la Francia contro sè medesima. Costoro con discorsi infiniti voleano distogliere il direttorio dall'impresa d'Inghilterra e portarne le viste sopra paesi più lontani, per allontanare gli ambiziosi, Buonaparte specialmente, che poteva al direttorio dar ombra, e indicavano come opportuna conquista l'Egitto. Speravano gli autori di queste insinuazioni che l'assaltare la Francia l'Egitto avesse ad essere per lei cagione di nimicizia col sultano, la qual nimicizia era il fondamento principale di tutte queste nuove macchinazioni.
Questi discorsi andavano molto a versi del direttorio. Ma dall'altra parte i medesimi agenti andavano tentando l'animo di Buonaparte, le più seducenti cose del mondo ripetendogli. Piacque la proposta al giovane capitano, il quale, sebbene fosse giusto e sagace estimatore degli uomini e delle cose in ogni altra faccenda, sentiva, ciò non ostante, un poco del romanzesco quando si trattava di guerra e di gloria militare.
In tale forma accordate le cose, s'incominciava a disporre gli animi in Francia ad una impresa tanto straordinaria. Vi si parlava dell'Egitto come della terra promessa, della prosperità del commercio, della scoperta delle antichità, dei progressi della civiltà, del cacciamento degl'Inglesi dall'Indie, della padronanza di quelle ricche sponde del Gange. Allignavano facilmente questi pensieri in Francia, perchè la nazione, animosa per indole propria, era a quei tempi talmente accesa, che qualunque più alto e difficoltoso fatto le pareva di facile esecuzione, e la difficoltà stessa le era sprone e speranza. Talleyrand leggeva all'Istituto uno scritto composto con singolare eleganza e maestria, con cui dimostrava e l'importanza dell'Egitto e l'utilità della sua possessione. Si dava voce, ch'egli stesso fosse per essere mandato ambasciadore straordinario presso la Porta Ottomana per ispiegar bene a quel governo i pensieri della Francia rispetto alla spedizione d'Egitto e per mantener tuttavia salva l'antica concordia fra i due Stati. Furono anche spediti dispacci indirizzati a lui a Costantinopoli come se già fosse partito ed avviato a quella volta.
Intanto con grandissimo apparato si provvedevano le cose necessarie alla spedizione. Concorrevano sì da Francia che da Italia, uomini, navi, armi e provvisioni di ogni sorta a Tolone, dove si era condotto Buonaparte per sopravvedere e sollecitare. Era egli poco innanzi stato tratto membro dell'Instituto e con tale qualità ne' suoi dispacci s'intitolava, volendo conciliarsi gli animi degli scienziati e dei letterati di Francia che aveano grande autorità nelle faccende e si mostravano molto invidiosi del dominio militare. Voleva altresì che gli uomini si persuadessero che quantunque soldato ed uso alle guerre, era nonostante protettore della civiltà e di chi la fomenta. Ciò importava anche alla spedizione in un paese antico, fonte del sapere. Imbarcaronsi pel medesimo fine alla volta dell'Egitto molti scienziati di chiaro nome in Francia. Ma l'Inghilterra dall'un de' lati favoreggiando Buonaparte e sollecitando le sue passioni più vive, dall'altro nutrendo gli smisurati desiderii ed i sospetti del direttorio, aveva riuscito ad un fine molto utile per lei, quello di metter discordia tra la Francia e la Turchia, d'abilitar la Russia ad unirsi all'Austria, di aprir la occasione all'ultima di levarsi a nuova guerra, di sviare dai proprii lidi una gran tempesta, di privar la Francia de' suoi migliori capitani e soldati, di avventurare in mari lontani il potente naviglio franzese, ed in somma di fare in modo che l'Europa tutta si turbasse di nuovo con grandissimi movimenti. Questa fu una delle opere più memorabili di Guglielmo Pitt.
Salpava l'armata franzese che portava con sè tante sorti, avviandosi verso Levante. S'appresentava sul principio di giugno in cospetto della degenerata Malta. Portava forti armi e corruttele ancor più forti. Chiedeva il generale repubblicano l'entrata sotto pretesto di fare acqua: gli fu risposto, entrasse, ma con due navi soltanto. Finse di averla per male, e sbarcato nella cala San-Giorgio, servendogli di guida i fuorusciti Maltesi, antichi cavalieri che Buonaparte aveva condotto seco, assaltava le opere esteriori delle fortificazioni. Fu debolissima la difesa; nè i cannoni entro i luoghi loro, nè le munizioni piene, nè i soldati confidenti. La Valletta poteva ancor tenersi per la fortezza del luogo, ancorchè le difese non fossero apprestate; ma da una parte le corruttele operavano, dall'altra le femmine, i fanciulli, i fuggitivi di ogni grado e di ogni condizione, che dalle campagne si erano ricovrati in città all'apparire del nemico, facevano un gran terrore. Si diede sotto la mediazione di Spagna, con questi patti; rimettessero i cavalieri dell'ordine di San Giovanni Gerosolimitano ai Franzesi la città di Malta, rinunziando in favore della repubblica di Francia alla proprietà ed alla sovranità ch'essi avevano su quella isola e su quelle di Gozo e Camino; usasse la repubblica la sua autorità presso il congresso di Rastadt, perchè il gran maestro, sua vita durante conseguisse un principato almeno uguale a quello ch'ei perdeva; e di più essa repubblica si obbligasse a dargli per sostentazione della sua vita, una pensione di trecento mila franchi annui e due anni anticipati della pensione per compenso del suo mobile; avessero i cavalieri franzesi della repubblica una pensione di settecento franchi, i sessagenari di mille; facesse la repubblica ufficio presso la Ligure, la Cisalpina, la Romana e l'Elvetica, perchè i cavalieri liguri, cisalpini, romani e svizzeri ottenessero la medesima promissione; conservassero i proprii beni in Malta; procurasse la repubblica presso tutti i potentati d'Europa, che i beni dell'ordine fossero conservati ai cavalieri di ciascuna lingua; la religione si serbasse salva ed intatta.
Il dì 12 giugno furono posti in poter dei Franzesi alcuni forti, il dì 13 i rimanenti. Venuto Buonaparte in possessione di un'isola tanto importante, ad onta delle proteste contro la dedizione fatte dal gran priorato di Malta ed altri cavalieri dell'ordine adunati a Pietroburgo, vi creava un governo temporaneo, di cui fe' capo Bosredon di Ransijat. Poi veniva agli esilii ed alle espilazioni. Bandiva i cavalieri dall'isola, e fra essi Hompesch, gran maestro, che se ne andò in Germania a vivere una vita ignota, perchè onorata non la poteva più vivere.
Quasi al tempo stesso l'isola di Gozo si arrendeva al generale Reyner, mandatovi a posta da Buonaparte. Poscia il generalissimo, partendo dall'espilata isola con tutta l'armata, si avviava a' suoi destini d'Egitto, lasciato Malta al governo di Vaubois, tanto onorato uomo quanto valoroso. La conquista di Malta, tanto conforme alle sorti fino allora continuate della repubblica di Francia e di Buonaparte, empiè di maraviglia l'Europa, di timore la Germania, di spavento Napoli. Solo gl'Inglesi che avevano il navilio intero e d'invitta fama, non se ne sgomentarono; anzi dimostrando animo maggiore, quanto più grave era il pericolo, si preparavano al gran contrasto.
Giunto Buonaparte sui lidi d'Egitto e con tutta felicità sbarcatovi, s'impadroniva di Alessandria: poscia con pari felicità procedendo s'insignoriva dei luoghi più importanti e più forti di quella contrada. Troppo lontana è dalle cose d'Italia l'egiziana guerra per esser qui narrata; ma vuolsi ricordare la battaglia navale d'Abukir, poichè per lei si cambiò lo stato d'Italia e fu avvenimento tanto grave per tutta l'Europa.
Correva il giorno primo d'agosto; destinato dal cielo ad una delle più aspre e più terminative battaglie che il furore degli uomini abbia mai fatto commettere e di cui vi sia memoria nei ricordi delle storie, pieni, per altro di tanti spaventevoli accidenti. Noveravansi nell'armata inglese tredici navi, ciascuna di settantaquattro cannoni, cui si trovavano congiunti il Leandro di cinquanta cannoni una fregata di trentasei; in somma mille e quarantotto cannoni. Tutto questo navilio governavano meglio di otto mila eletti marinai.
Erano nell'armata di Francia una nave grossa, stanza dell'Almirante, tre di ottantaquattro, nove di settantaquattro, una fregata di quarantotto, una di quarantaquattro, due di trentasei: insomma mille e novanta cannoni per armi, circa dieci mila e novecento marinai per governo. Aveva il supremo governo di tutto questo fiorito navilio l'ammiraglio Brueys, capitano delle faccende navali espertissimo e d'animo non minore della sua perizia; ed aveva contro il viceammiraglio Nelson. Azzuffaronsi, combatterono ferocemente, peritissimamente si mossero. Era lo spettacolo orrendo; i Franzesi, che si trovavano in terraferma, ansii del fine, che tanto grave era per la patria loro, ascesi sui luoghi più alti, prospettavano l'augurosa battaglia. Così la specola e le torri d'Alessandria, così i terrazzi e le logge di Rosetta, e la torre di Abul-Maradu, distante un tiro di cannone da questa città erano piene di repubblicani, paventosi a quello che vedevano ed a quello che udivano. Al tempo stesso gli Arabi si erano sparsi sul lido, condutti parte dalla contentezza di vedere i repubblicani, cui molto odiavano in sì grave pericolo, parte dalla speranza di avergli a svaligiare, quando cercassero di ricoverarsi a terra. Pareva che non si potesse aggiungere terrore ad uno spettacolo già tanto spaventevole pel rimbombo di tante e sì grosse artiglierie; ma s'era fatto notte e la scena fu piena di ancor maggiore spavento. Prevalse la fortuna inglese.
Dei Franzesi mancarono in questa battaglia tra morti, feriti e prigionieri circa otto mila, fra i quali i morti sommarono a quindici centinaia. Furono i feriti e i prigionieri dall'ammiraglio inglese, sotto fede di non guerreggiare contro l'Inghilterra fino agli scambii, liberati e mandati in Alessandria. Perdettero gl'Inglesi fra feriti ed uccisi circa novecento soldati, fra quali molto desiderarono un Wescott, capitano della nave il Maestoso. Dall'esito di questa battaglia nacquero altre sorti in Europa.
La rivoluzione di Roma e la presa di Malta, per cui i repubblicani si erano acquistati grandissima facilità di perturbare il regno di Napoli, avevano dato cagione di temere al re Ferdinando, che il governo di Francia avesse fatto pensieri sinistri anche su quella estrema parte di Italia; nè era certamente verisimile, che la smania d'innovare e di spogliare i paesi, che tanto sfrenatamente aveva turbato Genova, Milano, Venezia, Roma, fosse per arrestarsi ai confini dello Stato romano. Ciò non isfuggiva al direttorio, e per tal motivo avea timore che il re di Napoli facesse qualche risoluzione precipitosa contro di lui. Pertanto, siccome quello che voleva temporeggiare per vedere quale via fosse per pigliare la spedizione d'Egitto e qual effetto partorirebbe sui principi d'Europa e sul governo ottomano, aveva mandato ambasciatore a Napoli Garat, letterato di molto grido in Francia, per rendere il re persuaso che l'amicizia della Francia verso di lui era sincera e cordiale. Ma il patto stesso era contrario alle parole, perchè, sebbene Garat fosse di dolce e pacifica natura, aveva, ciò non ostante, molto capriccio sulle rivoluzioni di quei tempi, parendogli che all'ultimo avessero a produrre qualche gran benefizio all'umanità. Era anche in questo un altro particolare per cui il direttorio, se avesse avuto animo più civile, e Garat mente meno illusa, avrebbero dovuto quello non dare, questo non accettare il carico di Napoli, dove regnava Carolina d'Austria. Certo è bene che il suo arrivo dispiacque grandemente alla regina; e da un altro lato i novatori molto si confortavano nei pensieri loro di mutar lo Stato, perchè egli aveva nome di essersi mescolato nella rivoluzione di Francia. Favellava Garat nel suo ingresso al re parole di pace, di filosofia, di umanità; favellava per verità molto tersamente, siccome accademico. E sì solenne e squisito parlare teneva l'ambasciatore Garat ad un re che, secondochè egli narrava, d'altro non si dilettava che di pesca, di caccia e di lazzaroni. Ferdinando, che non s'intendeva di queste squisitezze accademiche, stava come attonito e non sapeva come uscirgli di sotto.
Fatto il complimento al re, se n'andava il giorno seguente, che fu il 9 di maggio, l'ambasciatore a complire e con la regina, favellandole dei desiderii di pace del direttorio, dei pensieri buoni e delle virtù di Giuseppe e di Leopoldo suoi fratelli, come se le riforme fatte nello stato politico da questi due principi eccellenti, ed anzi gli ammaestramenti pieni di umanità e di dolcezza dati alle genti dai filosofi franzesi che l'ambasciatore chiamò maestri di Giuseppe e di Leopoldo, avessero che fare con le sfrenatezze dei repubblicani di Francia a quel tempo.
Queste cose sapeva e queste sentiva Garat, poichè niuno più di lui ebbe i desiderii volti a pro degli uomini; ma non s'accorgeva, perchè forse l'ambizione il trasportava, che quando regna la tirannide, migliore e più onorevole partito è per un filosofo di ficcarsi in un deserto, che comparire qual messo di tiranni. Intanto si passava dai complimenti ai negoziati, ingannandosi le due parti a vicenda; perchè contuttochè le dimostrazioni fossero pacifiche da ambi i lati, nissuna voleva pace, ed ambedue aspettavano il tempo propizio per correre all'armi, nè il direttorio voleva lasciare quelle napolitane prede, nè il re di Napoli poteva tollerare che la democrazia sfrenata romoreggiasse a' suoi confini. Sapeva il direttorio che il re si era molto sdegnato, dappoichè Berthier e l'incaricato d'affari a Napoli l'avevano richiesto con insolente imperio che cacciasse da' suoi regni tutti i fuorusciti corsi, licenziasse il ministro Acton, desse il passo ai soldati della repubblica per Benevento e Pontecorvo che volevano occupare a benefizio, come dicevano, di Roma; si confessasse il re feudatario della repubblica Romana, ed a lei pagasse, come al papa, il solito tributo annuale, e soddisfacesse finalmente senz'altra mora dei soldi corsi di detto tributo. Negava il re le superbe proposte, solo consentiva a non più ricettare i fuorusciti. Il direttorio, volendo mitigare la amarezza e lo sdegno concetto da Ferdinando per le insolenze de' suoi agenti, aveva dato carico a Garat di racconciare la cosa. Perlocchè si venne ad un accordo pel quale si stipulò, che i Franzesi ritirerebbero parte delle loro genti dai confini napolitani, che la repubblica Romana desisterebbe dalle sue richieste, che Benevento e Pontecorvo, per amor della pace, si depositerebbero in mano del re; ma il re non si fidando dalle dimostrazioni d'amicizia più sforzate che spontanee di coloro che contro la fede data o conquistavano per forza o sovvertivano per inganno, aveva con ogni più efficace modo armato il suo reame. E le sue provvisioni recate ad effetto non senza qualche calore dal canto dei popoli, accrebbero il numero dell'esercito sino in ottanta mila soldati. E siccome il dispendio per mantenere un'oste sì numerosa era gravissimo, così il governo aveva posto mano nelle rendite ecclesiastiche, accresciuto certi dazii, e perfino raccolto le argenterie delle chiese non del tutto necessarie alla celebrazione dei riti religiosi. Già le truppe si avviavano ai confini, e un gran corredo di artiglierie si era mandato a guernire le fortezze, principalmente quelle dell'Abruzzo. Quantunque poi l'ambasciatore Garat non cessasse d'inculcare al direttorio che i soldati napolitani, per bene armati e bene vestiti che fossero, sembravano piuttosto gabellieri o frodatori che buoni soldati, non se ne stava il direttorio senza apprensione, trovandosi privo in Italia de' suoi migliori soldati e del suo miglior capitano, e non sapendo a qual partito sarebbe per appigliarsi l'Austria, che di nuovo diventava minacciosa e renitente. Garat, o che solo volesse scoprire le vere intenzioni del re o che credesse intimorirlo, gl'intimava, non senza le solite parole superbe, che disarmasse e riducesse l'esercito allo stato di pace. Dispiacquero e la domanda e la forma di lei; se ne dolse il napolitano governo al direttorio addomandandolo del richiamo di Garat. Aggiunse ch'egli si era mescolato coi novatori, dando loro promesse e stimoli troppo poco convenienti alla qualità di ambasciatore.
Il direttorio, che non era ancor ben sicuro delle cose di Egitto e d'Europa, richiamava Garat, mandando in iscambio Lacombe Saint-Michel, con mandato che temporeggiasse ed accarezzasse; poi, quando fosse venuto il tempo, fortemente insistesse perchè Napoli cessasse da ogni preparamento ostile e si rimettesse nuovamente nella condizione di pace. Dal canto suo il re che non vedeva fra tante cupidigie e tante fraudi altra salute per lui che l'armi, non solo non cessava da loro, ma ogni giorno vieppiù le aumentava. A questo, dopo avute le novelle di Egitto, tanto più volentieri e più pertinacemente si risolveva, quanto più non gli era ignoto che la Francia era contro di lui molto sdegnata per aver fatto solenni dimostrazioni di allegrezza alla fama della vittoria acquistata dagl'Inglesi ad Abukir. Ferdinando stesso era andato ad incontrar sul mare Nelson vittorioso, quando se ne venne a Napoli per racconciar le navi rotte nella battaglia: ed il condusse al suo palazzo a guisa di trionfatore fra l'accolta moltitudine, che non cessava di gridare: Viva Nelson! Viva l'Inghilterra! Poi gli fece copia, a racconcio delle navi, delle sue armerie ed arsenali.
In questo mezzo tempo le macchinazioni inglesi avevano sortito l'effetto loro, perchè l'invasione dell'Egitto, siccome gl'Inglesi avevano avvisato, la vittoria di Nelson, e medesimamente le esortazioni delle corti europee presso al Divano avevano per modo operato, che la Porta Ottomana si era scoperta nemica della Francia e le aveva intimato la guerra. Accidente tanto grave cambiò ad un tratto le condizioni di tutta Europa, e spianò la strada ad una nuova confederazione contro la Francia. Quella vasta mole repubblicana, che il terrore avea fondato, cessato il terrore si accostava alla sua ruina.
Tutte queste cose non erano ignote a Ferdinando, e considerato oltre a questo che tutte le genti franzesi che allora erano in Italia raccolte insieme non sommavano gran pezza al numero delle sue, e che i repubblicani già inferiori di numero erano dispersi qua e là ne' presidii della Cisalpina, dello Stato veneto, del Piemonte e della Romagna, credè di poter chiarire l'animo suo senza pericolo, e di poter far la guerra da sè con frutto contro la Francia, senza aspettare il tempo in cui gli altri suoi confederati, principalmente l'Austria e la Russia, avrebbero potuto venire in soccorso. A ciò vieppiù il confortavano e le flotte confederate della Russia e della Turchia, che venivano contro gli occupatori delle isole veneziane, e la presenza di Nelson, incitatore e sperato coadiutore alla guerra, e Malta ribellatasi dai Franzesi, e la cupidigia di aver Fermo con alcune altre terre della Marca, e la speranza d'aversi a liberare dalle pretese della santa Sede pel benefizio della sua ristaurazione in Roma.
Il re, risolutosi del tutto alla guerra, domandava ai Franzesi quello a che sapeva ch'ei non potevano consentire, e questo fu sgombrassero da tutti gli Stati pontificii, e l'isola di Malta, sulla quale pretendeva ragioni di sovranità, in poter suo rimettessero: chiamava l'una e l'altra occupazione novità fatte, violazioni manifeste delle condizioni stipulate, e dei confini accordati nel trattato di Campoformio. Il direttorio, contuttochè si vedesse in pericolo di guerra imminente colle principali potenze d'Europa, rispose risolutamente di non poter consentire alle domande, giudicando benissimo che l'inchinarsi a tali condizioni era peggio di perdere tre battaglie campali. Per la qual cosa pubblicava Ferdinando da San Germano, perchè già si era condotto ai confini con tutte le sue genti, un manifesto, pel quale mostrandosi sdegnato per la occupazione dello Stato Romano e di Malta, bandiva al mondo aver preso le armi per allontanare da' suoi dominii ogni danno e pericolo, per restituire il patrimonio della Chiesa al suo vero e legittimo signore, per ristorarvi la cattolica religione, per cessarvi l'anarchia, le stragi, le rapine: protestava al tempo stesso, non volere muover guerra contro alcun potentato, ma solo provvedere alla sicurezza ed all'onore della religione.
Dalle parole trapassava tosto ai fatti; partito l'esercito in tre parti, marciava alla volta delle romane terre. Era venuto per consigliare il re nelle faccende di guerra il generale austriaco Mack, mandato a questo fine dall'imperatore Francesco. Aveva egli in tale modo ordinato l'assalto dei nemici, che la più grossa schiera condotta da lui medesimo avendo con sè il principe ereditario di Napoli, per la strada degli Abruzzi se ne gisse contro Fermo, e se la fortuna si mostrasse favorevole, a porre il campo sotto Ancona, terra munita di una cittadella forte, ma con presidio debole, perchè una parte era stata rimandata a rinforzare Corfù minacciata dalle armi ottomane e russe. Era suo intento che questa schiera tagliasse il ritorno ai Franzesi verso la repubblica Cisalpina. L'altra colonna guidata dal re, che aveva con sè per moderatore Colli, aveva carico di far impeto direttamente contro Roma serbata espressamente al trionfo del re Ferdinando. Ma pensiero di colui che aveva ordinata tutta questa macchina militare, era altresì di tagliare la strada ai Franzesi per la Toscana. Fu quest'opera commessa ad una terza schiera sotto i comandamenti del generale Naselli; la parte più grossa di lei posta su navi inglesi e portoghesi governate da Nelson, s'incamminava ad occupar Livorno. Ma perchè ella non fosse troppo distante dalle genti che accennavano a Roma, si era dato opera che la minor parte che obbediva al conte Ruggero di Damas, fuoruscito franzese, radendo i lidi verso Civitavecchia, se n'andasse ad occupare quei luoghi della Toscana che portano il nome di Presidii. Per tal modo ordinato il disegno si mandava ad esecuzione. Il generale Championnet, nelle mani del quale stava allora il supremo governo dei repubblicani in quelle parti, aveva con sè poche genti; nè certamente bastevoli a far fronte a tanta moltitudine, se i soldati napolitani fossero stati pari a' suoi per perizia e per valore; conciossiacchè non avesse con lui che cinque reggimenti di fanti, uno di cavalleggieri, uno di dragoni, due compagnie artiglieri, numero forse che non sommava a dieci mila soldati. Erano per verità alcuni reggimenti italiani, ma ei aveva sopra di loro poco fondamento.
Il dì 23 novembre i Napolitani si muovevano al destino loro: già la schiera guidata da Ferdinando, scacciate le poche genti repubblicane che le si pararono avanti, si avvicinava a Terni. Mandava Championnet domandando a Mack qual ragione muovesse i Napolitani alla guerra contro Francia. Rispondeva questi con troppo maggior alterigia che se gli convenisse. Replicava modestamente Championnet. Intanto non vedendosi, pel picciol numero de' soldati sparsi in luoghi lontani, pari al resistere a tanta piena nè a custodire tanta larghezza di paese, raccoglieva i suoi e li mandava a far capo grosso a Civita Castellana. Ma, udendo che i Napolitani erano stati ricevuti in Livorno, che Viterbo e Civitavecchia si levavano a rumore, che Ruggiero di Damas arrivava sui confini fra lo Stato ecclesiastico e la Toscana, soprattutto sentendo che Mack, sebbene valorosamente e non senza grossa strage de' regi combattuto dal generale Lemoyne, s'era impadronito di Fermo e già accennava ad Ancona, fece pensiero di ritirarsi più in su per le vie del Tevere, e piantò i suoi alloggiamenti in Perugia, perchè temeva che il generale napolitano gli tagliasse le strade dell'Apennino, per cui poteva avere il suo ricovero sulle terre della Cisalpina. A Perugia poi raccoglieva tutte le sue sparse genti e vi trasferiva anche il governo romano che aveva abbandonato per la forza di quell'accidente improvviso, la sua sede, lasciando Roma sicura preda de' regi. Trovarono qualche aderenza di popolo nello Stato pontificio, come era accaduto a Viterbo ed a Civitavecchia; ma generalmente poco si muovevano; anzi in alcuni luoghi, come a Terni, i paesani combatterono virilmente in favor de' Franzesi e diedero loro campo di ridursi a salvamento. Entrava Ferdinando trionfando in Roma il dì 29 di novembre, il seguitavano i suoi soldati in bellissima mostra; il circondavano i primi capi in magnifico arnese. Il popolo, che sempre si precipita rapidamente sotto i nuovi signori, tratto piuttosto dalla novità che dall'amore, gli fece feste e rallegramenti d'ogni sorta: le romane e le napoletane grida miste insieme erano un singolare spettacolo. Ma non andò gran pezza che si accorsero come avessero cambiato di signore e non di servitù. Si incominciava intanto a trascorrere in vituperii, ed in fatti peggiori de' vituperii, contro coloro che avevano seguitato il governo nuovo, chiamandoli il popolo atei e giacobini. I vituperii poi ed i mali trattamenti trascorrevano, come suol avvenire in simili casi, dai nocenti agl'innocenti, e si manomettevano i giacobini per odio pubblico, i non giacobini per odii privati. S'incominciava a far sangue e a demolir case. S'interpose Ferdinando e fe' cessare i tumulti. Instituì oltre a ciò un governo temporaneo d'uomini probi ed autorevoli, che furono i principi Borghese, Aldobrandini e Gabrielli, il marchese Massimi ed un Ricci. Ma siccome i popoli, massimamente il romano, non stan fermi che alle provvisioni, così Ferdinando calava il prezzo del pane; il che fece una grande allegrezza.
Intanto Roma si spogliava; nè meglio la città veneranda trattarono i Napolitani che i Franzesi. Portarono le logge del Vaticano dipinte da Raffaello, risparmiate ed anche rispettate dai Franzesi, lungo tempo le vestigia della barbarie delle soldatesche napolitane. Nè i quadri si risparmiarono, nè le statue, nè i manoscritti fuggiti alla rapacità degli agenti del direttorio. Da tale enormità nacque che il popolo cominciò a desiderar Francia contro Napoli, e che molti dei partigiani del papa diventavano partigiani franzesi. Tali erano le opere napolitane in Roma, ma poco durarono, perchè era fatale che in quella nobile e sventurata Roma un dominio insolente in brevissimo giro di tempo sottentrasse ad un dominio insolente; i quali accidenti vedremo in progresso.
Aveva il direttorio di Francia fino a questo tempo dominato in Liguria ed in Cisalpina per la conquista; volle quindi dominare per l'alleanza, condizione peggiore della prima, se gli sfrenati modi non si cambiano, perchè quella comporta per sè ogni cosa, questa dovrebbe avere moderazione e regola. Stipulossi a Parigi il dì 29 di marzo, per forza dall'ambasciatore ordinario Visconti, volontieri dall'ambasciatore straordinario Serbelloni, un trattato d'alleanza fra le due repubbliche Franzese e Cisalpina, i cui principali capitoli furono i seguenti: che la repubblica Franzese riconosceva come potenza libera ed indipendente la Cisalpina e le guarentiva la sua libertà, la indipendenza e l'abolizione di ogni governo anteriore a quello che attualmente la reggeva; che vi fosse pace ed amicizia perpetua fra ambedue; che vi fosse alleanza, e che la Cisalpina stesse così per le difese come per le offese a favore della Francia; che la Cisalpina, avendo domandato alla Franzese un corpo che fosse bastante a conservare la sua libertà, indipendenza e quiete, e così pure a preservarla da ogni insulto da parte de' suoi vicini, si era convenuto fra le due repubbliche, la Francia manterrebbe nella Cisalpina, per tanto tempo per quanto non fosse altrimenti convenuto ventidue mila fanti, due mila cinquecento cavalli, cinquecento artiglieri sì a piè che a cavallo, e che la Cisalpina pagasse alla Franzese ogni anno dieciotto milioni di franchi; che obbedissero queste genti, e così ancora quelle della Cisalpina, ai generali franzesi. L'ambasciatore Visconti, siccome quegli a cui pareva che questo trattato significasse tutt'altra cosa piuttosto che alleanza ed indipendenza, non li voleva consentire. Ma ebbe ad udire dal ministro di Francia il suono di queste parole, che la repubblica Franzese avendo creato la Cisalpina, poteva anche distruggerla se volesse. Perciò Visconti non istette ad aspettar altro, e sottoscrisse il trattato.
Arrivato questo accordo in Cisalpina vi sorse uno sdegno grandissimo: i consigli legislativi nol volevano ratificare. Tuttavia promesse e minaccie operavano in modo che i consigli ratificarono, non senza però molti discorsi contrarii e molta discordia. Gli amatori dell'indipendenza se ne sgomentarono, molti mali umori nascevano nella repubblica. Si aggiunse che i due quinqueviri Moscati e Paradisi e nove dei consigli legislativi che più degli altri si erano versati al trattato, avevano ricevuto sforzata licenza dal direttorio di Francia. Di più si fe' dire e stampare che fossero fautori dell'Austria e nemici della Francia; delle quali allegazioni si può dire ch'è dubbio se sieno o più ridicole o più false. Ma la persecuzione non si rimase alle parole, perchè alcuni degli oppositori furono anche carcerati. Si conturbavano le menti a questi eccessi; si temevano cose peggiori.
In mezzo a questi mali umori arrivava in Cisalpina, mandato dal direttorio in qualità di ambasciatore di Francia, Trouvè, giovane di spirito e che faceva professione di amare la libertà.
Si sollevavano gli animi al suo arrivo, comparendo per la prima volta un ministro di Francia presso quello Stato nuovo, ed ognuno si stava ansiosamente aspettando che cosa portasse. Fu l'ingresso di Trouvè al direttorio cisalpino molto pomposo. Parlò nel suo discorso della Francia magnificamente, della Cisalpina amorosamente. Rispondeva all'ambasciatore di Francia con pensieri adulatorii e lingua italiana sucidissima il presidente del direttorio Constabili; il linguaggio stesso disvelava la debolezza degli animi la servitù dello Stato.
Scriveva sulle prime, cioè il dì 30 maggio, Trouvè a Birago, ministro degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per modo che il governo cisalpino facesse rivoluzioni rigorose contro i fuorusciti franzesi che si erano ricoverati nel territorio cisalpino; rispose il cisalpino ministro all'ambasciatore di Francia, che il direttorio cisalpino purgherebbe la terra della libertà da quegli uomini immorali, come li qualificava per consuonare alle frasi del ministro franzese, contaminati ed ipocriti.
Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciatore nella sua mente e per sè e per comandamento di chi il mandava. Tra per l'opposizione tanto gagliarda che era sorta nei consigli contro il trattato d'alleanza, e per la condotta che tenevano i libertini sinceri, operando che l'odio contro i Franzesi moltiplicasse ogni giorno, divenne certo pel direttorio che se non domava quei partigiani tanto risentiti di libertà e d'indipendenza, la sua superiorità in Cisalpina sarebbe sempre stata incerta e vacillante. Parve adunque che fosse arrivato il tempo per la Francia di aggravar la mano e di porre il freno, perchè per la pace fatta con l'imperadore d'Austria essendo passata la stagione di fomentar le rivoluzioni in Lombardia, pensava che alla sicurezza sua in Italia, così in pace come in guerra, si appartenesse di farsene un appoggio introducendosi un vivere più quieto e che più piacesse ai più ricchi e notabili cittadini. Per la qual cosa Trouvè fece in casa sua un'adunanza segreta in cui si esaminarono i cambiamenti da farsi nella costituzione cisalpina. Era il progetto di ridurla a forma più aristocratica con diminuire il numero dei consigli, e così ancora quello dei dipartimenti e dei magistrati distrettuali. Si voleva altresì accrescer forza al direttorio, perchè si era non senza ragione osservato, che egli si trovava nella costituzione molto impari ai due consigli e quasi schiavo loro. Con questo si voleva frenare la libertà della stampa e serrare i ritrovi politici, per la quale e pei quali i pensieri buoni si facevano cattivi per la esagerazione, i cattivi peggiori per l'impeto.
Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi rappresentante, che, chiamato alle congreghe segrete nè approvandole, aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il rumore fu grande; le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle gazzette non ancora frenate, erano in gran numero. Grande impressione massimamente fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto di Marco Ferri, fu composta, data segretamente alle stampe e sparsa copiosamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane piacentino, che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca lode. Grave e forte orazione era questa; sì che sentendo molto gravemente Trouvè il fatto, condottosi in pompa al direttorio, il richiedeva con parole aspre ed imperiose dell'arresto dell'autore dell'orazione, per avere, come diceva, insultato la repubblica di Francia. Gii fu risposto non trovarsi in Milano i caratteri di tale stampa, esser venuta di fuori; cercherebbero, farebbero, non si dubitasse; ma se la passarono con parole, perchè il direttorio non ancora riformato amava il moto dell'oratore. Intanto rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il direttorio, mandando anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio espressamente il generale Brune, che era succeduto a Berthier, per rimostrare, perchè gli piacevano i governi più popolari e faceva professione di amatore ardente di libertà.
Tutto fu indarno; Trouvè, al quale il direttorio portava molta affezione, mandava ad effetto le accordate deliberazioni. La notte del 30 agosto chiamava in sua casa centodieci rappresentanti, che non erano la metà di tutti: leggeva la nuova costituzione e le nuove leggi. Le approvarono, chi per amore e chi per forza, perchè aveva intimato loro che tale era risolutamente la volontà del direttorio di Francia, e che se non l'accettasse di buon grado, lo avrebbe eseguita per forza. Non ostante alcuni ricusarono e sdegnati si ritirarono. Il giorno seguente l'opera si recava ad esecuzione. Le soldatesche circondavano la sede dei consigli, ributtavano con le baionette i rappresentanti non eletti dalla riforma, cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi; si surrogavano Sopransi e Luosi; i rappresentanti renitenti scacciati dai consigli; Fantoni, Custodi, Borghi, capi degli altri, posti in carcere. La forza predominava. Fece Trouvè la nuova costituzione e finalmente dichiarò, parendogli di aver operato abbastanza e bene solidato l'imperio franzesein Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli ordini della Cisalpina, buona in sè, viziosa pel modo. Ed ecco una scena; una gran turba seguitava Ranza gridando: «Che vuol Ranza, che scartafaccio è quello?» Lo scartafaccio era la costituzione disfatta da Touvè, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del Lazzaretto.
Brune, ch'era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio che lo voleva mitigare, richiamava Trouvè, dandogli scambio con Fouchè. Le assemblee popolari che chiamavano i comizii, accettavano la costituzione di Trouvè. I democrati non se ne potevano dar pace, ma tra l'accettare e il non accettare non era differenza; la forza forestiera reggeva lo Stato. Non piacquero al direttorio nè Fouchè ne Brune. Mandava a Milano Jubert, invece di Brune, Rivaud invece di Fouchè, strano inviluppo di uomini e di leggi tante volte mutate in pochi mesi da chi reggeva il mondo con la forza e la forza col capriccio. Non si mescolava Jubert, uomo generoso e magnanimo, nelle riforme. Ricominciava Rivaud l'opera di Trouvè. La notte del 7 dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina le baionette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da Brune, rimettevano in carica il direttorio Adelasio, Luosi e Sopranzi cacciati da lui. Fu imprigionato Visconti; frenata la stampa, serrati i ritrovi; minacciaronsi i fuorusciti napolitani di espulsione, i democrati cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue e gli scritti. Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo volevano ammazzare, e dipingevano nei loro scritti contro di lui non sapresti che coltello di Bruto; ma non fu nulla. In questa guisa la Cisalpina, tra la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati la prepotenza delle soldatesche forastiere, il timore di tutti, se ne stava aspettando i nuovi assalti dell'Austria.
Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento levarono un grandissimo romore in Francia coloro che, o sedendo nei consigli legislativi o con le stampe addottrinando il pubblico, contrastavano al direttorio; e i cambiamenti stessi, fatti per forza di soldatesche, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'indipendenza loro, e che, dalle parole in fuori, ch'erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù. Allora s'accorsero ch'era per loro diventato necessario, seppure liberi e indipendenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a quello che per opera dei forastieri non potevano sperar d'acquistare. Sorse in quel punto specialmente una setta, la cui sede principale era in Bologna, e che siccome da Bologna, come da centro, spandeva a guisa di raggi tutto all'intorno negli altri paesi d'Italia le sue macchinazioni, così fu chiamata Società dei Raggi. Voleano costoro la libertà e l'indipendenza d'Italia contro e a dispetto i di tutti, e queste cose vigorosamente tramavano ed i semi ne spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le rotte dei Franzesi per le quali tutti questi intendimenti diventarono vani. Nondimeno le operazioni di Lahoz, che in progresso si leggeranno, furono, come immediato effetto, così piccola parte di questa vasta macchinazione.
Passando ora alle cose di Sardegna, il re, serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il direttorio; non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi Stati prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderii avesse. Reggeva il Piemonte il re Carlo Emmanuele IV, principe religiosissimo e di pacata natura, ma poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto e sregolato.
In mezzo agli umori che regnavano in Italia per formarne, mutati gli ordini politici in Piemonte, una sola repubblica, come alcuni bramavano, o veramente due, dell'una delle quali fosse capo Milano, dell'altra Roma, era arrivato l'ambasciatore di Francia Ginguenè a Torino. Era Ginguenè uomo di tutte le virtù, ma molto incapriccito in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli Stati repubblicani. Di fantasia vivacissima ed essendosi poi molto nodrito degli scrittori italiani, e specialmente di Macchiavelli, si era egli dato a credere che l'Italia fosse piena di Macchiavelli e di Borgia, ed aveva continuamente la mente atterrita da immagini di tradimenti, di fraudi, di congiure, di assassinii, di stiletti e di veleni. Con questi spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca in cui scoverse, come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva Ginguenè apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le stanze piene di soldati bene armati e di cortigiani pomposi, entrava Ginguenè in abito solenne e con una sciabola a tracollo nella camera d'udienza dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il discorso, perchè e le adulazioni ed i rimproveri erano ugualmente, non chè intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, il recitava al re.
Al discorso squisitissimo del repubblicano non rispose il re, non essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio e della buona salute dell'ambasciatore; poi toccò delle infermità proprie, e della consolazione che trovava nella moglie, ch'era sorella di Luigi XVI re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguenè le parole, disse che ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di virtù. Si allegrava a queste lodi della regina il piemontese principe, e mettendosi anch'egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei. Poi seguitando venia dolendosi del mancar di prole: Non ne ho, diceva, ma mi consolo per la virtuosa donna. Ritiratosi dalla reale udienza l'ambasciator di Francia, e, sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà, semplicità e modestia del sovrano del Piemonte.
Frequentavano la casa dell'ambasciatore di Francia i desiderosi di novità in Piemonte, i quali, standogli continuamente a' fianchi, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col falso sulle condizioni del Piemonte e sulla facilità di operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a' versi delle sue opinioni, così egli se li credeva molto facilmente. Per la qual cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e, volendo tagliarvi i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse il re a licenziare i suoi reggimenti svizzeri, che tuttavia conservava a suoi soldi.
Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori, vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi. Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola, nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro. Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna.
Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.
Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.
Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta altrui con impeto nelle prosperità.
Non ignorava però il re che la rabbia e la ostinazione delle opinioni politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.
Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.
Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni. Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo tutto che si prometteva dalla rivoluzione.
In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguenè, come se desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da' suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino, che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.
I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano, scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile. Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro, abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni e ruine.»
Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore. Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio, con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in ciò andarvi la salute della Francia.
L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condotti nel castello di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue condannati a morte.
In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte. Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia, e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che prima di tutto offerisse il governo del re indulto leale ed intiero a tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii, tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema, perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.
Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione d'Europa in quella capitale.
Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.
Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.
Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.
Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.
Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto, il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar quiete a' suoi Stati.
Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar le genti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e pericolosi accidenti.
Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.
A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi, accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese, non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia, o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti signori di Loano.
Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava; che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si ordisse contro la Francia.
A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.
In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguenè venuti alle strette per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per pacificare il Piemonte voleva che concedesse ai sediziosi. Avrebbe l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo franzese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con Ginguenè nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse solamente i delitti politici anteriori e non gli estranei alla sedizione; non guardasse nel futuro, e in modo alcuno non impedisse il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto alcuno ripigliassero le armi contro il re.
Brune, al quale Ginguenè aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e che evidentemente mirava più oltre che alle servitù del re verso la Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando, voleva che si domandasse la consegnazione quale deposito, in mano dei Franzesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre che il re licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di Carrosio e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla cittadella, domandassela Ginguenè, e se la domanda gli ripugnasse, domanderebbela egli.
Non abborrì l'animo di Ginguenè da sì insolente proposta, benchè se ne potesse esimere, tanto più che gli era pervenuto comandamento espresso da Parigi di non aggravar le condizioni e di stipularle tali quali il governo glie le aveva mandate. Insistè adunque con apposita scrittura appresso il ministro Priocca, notificando che Brune si era risoluto a non accettar le condizioni; e aggiungendo di proprio capo molte esagerazioni sulle cose correnti, conchiudeva che in tale condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la strada a buona concordia: che i democrati armati deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello Stato stabilmente confermato.
Persistettero Ginguenè e Brune nel volere la cittadella, sebbene il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore che le condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo franzese, stante la disposizione d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò richiedevano dalla Francia; che per questa cagione e per avere Sottin trasgredito questi ordini l'aveva il direttorio richiamato da Genova e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. In fatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue istanze e diligenza il conte Balbo a Parigi.
A così strana domanda si commosse il governo piemontese, e, già certo del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò primieramente il marchese Colli a Milano affinchè facesse opera con Brune che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva all'ambasciator di Francia parole che potrebbero servir di esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza.
Brune che fomentava le sollevazioni contro il re per ridurlo agli estremi spaventi perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire che ella non gli si consegnasse: ed ora spaventando con minaccie di nuove ribellioni, ed ora allettando con isperanze di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano instantemente in contrario i ministri che in un caso tanto grave ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile a quella condizione che toglieva al re le ultime reliquie della sua dignità e della sua independenza.
Stipulavasi il dì 28 giugno a Milano fra Brune da una parte ed il marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del quale erano i seguenti: che i Franzesi occupassero il 3 di luglio la cittadella di Torino; che il presidio franzese di lei non potesse mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e liberamente e quietamente potesse esercitare il suo ufficio, nè fosse lecito ad alcuno insultare o cambiare quanto si appartenesse alla religione; che il governo franzese si obbligasse a cooperare alla quiete interna del Piemonte, nè direttamente, nè indirettamente desse soccorso o protezione a coloro che volessero turbare il governo del re; che Brune con atto pubblico ordinasse e procurasse con ogni mezzo che in suo potere fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del Piemonte; che in fine usasse il generale tutta l'autorità e tutti i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse; e la buona vicinanza e l'antico assetto di cose si ristaurassero. Per tutto questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a consentire che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro talento; che farebbero finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le strade del Piemonte fosse a tutti libero e sicuro.
Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li perseguiterebbe.
A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così, contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.
Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator franzese vero e reale sovrano del Piemonte.
Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi e protestare con forti e generose parole contro quella insolente imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo minuta e fastidiosa narrazione.
Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard, che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta vittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.
La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta, alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa, Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.
Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli Stati del re. Allegossi avere lui indugiato a bella posta sino al 6 del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'averli traditi col rivelare al governo regio ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco in quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene che gli ufficiali che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard spendevano presso i sollevati il nome loro per far credere che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo consentito per forza all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai 2 in Torino, non fu pubblicato se non ai 6 in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni. Scrissene molto risentitamente Ginguenè a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente non era dalla parte del re; parole terribili e pregne di cose molto sinistre.
L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati, esser cagione di concordia fra le due parti e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Franzesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Soleano i Franzesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenere nè anco da quelle che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci o motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quello che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperio, i novatori per disegno e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo, ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbia si concitavano ed a mala pena potevano frenar sè stessi che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano l'ire soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul Piemonte.
L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il 16 settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile o disegno espresso, come si credè con maggiore probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi che dipendevano dal fomite cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meridiane una vergognosa e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quale si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali mascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere a capelli, con lunghe spade, con else d'acciaio, pure nere, e con piccioli cappelli sotto il braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro usseri franzesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli usseri, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tal guisa ogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente della corte e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli usseri menavano piattonate forti a tutti che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati franzesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Franzesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati e pronti a far battaglia contro i regi. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.
In questo punto il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava in Torino, veduto che se più si procedesse, vi andava la salute dei Franzesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin che non si movesse, e con le sue esortazioni, con le sue minaccie, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò uffizio, perchè il furore improvviso dei soldati piemontesi si raffrenasse, e diede ordine perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.
L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, e pregato dal ministro Priocca, della sicurtà di lui e di tutta la sua famiglia promettendo, tornava la sera del medesimo giorno. Da quell'uomo diritto e dabbene ch'egli era, quando non isviato dai soldati fanatici, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo piemontese. Queste cose faceva Ginguenè sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò nel suo male, ed ingannandosi novellamente, incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Franzesi il giorno stesso che si era fatta la mascherata; e, troppo facilmente condiscendendo ai desiderii di Brune, di nuovo tormentava Priocca: addomandava con insolente istanza che il re licenziasse tutti i suoi ministri e nuovi ne creasse in luogo loro; intorno a che molti furono i contrasti, i quali finalmente però terminarono con la dichiarazione che il re non voleva fare cambiamenti, poichè non li poteva fare con giustizia.
Dalle precedenti narrazioni si raccoglie che le cose tra l'ambasciatore di Francia ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguenè presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente instava acciocchè chiamasse Ginguenè. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo e pericoloso di tutta la lega europea contro la Francia. Balbo chiamava Ginguenè uomo buono e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle follie ed alle calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata e della domanda fatta da Ginguenè della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente e con molta istanza Balbo de' due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa, giuntovi eziandio che Taleyrand sapeva che la nuova confederazione contro la Francia si preparava, ma non era ancora matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciator piemontese. Fu Ginguenè per decreto del direttorio del 24 settembre richiamato dalla sua carica di ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere che letterato, amatore dei letterati e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.
Gli altri fatti si apprestavano all'Italia. Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciatore Balbo accarezzato da tutti i ministri e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert, surrogato a Brune, in Italia, con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoia e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo che i tempi stringevano, non frappose indugio a mandar ad effetto ciò che gli era stato commesso. Ma prima di venire ad una deliberazione del tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Munier con ordine di richiedere il re che desse incontanente i dieci mila soldati, a' quali era obbligato per trattato d'alleanza, e li mandasse a congiungersi coi Franzesi, ed, oltre a ciò, che rimettesse in mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa e vicino alla cittadella.
Rispose che darebbe incontanente i dieci mila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito piemontese verso il franzese, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo apposta affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.
Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlochè il generalissimo vi mandava a governarla il dì 27 novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, ch'era stimato od aborrente per natura da sì gravi ingiurie o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per sè stesso senza che si venisse all'esperimento dell'armi. Ma dubitando che l'apparato della forza non bastasse a muover l'animo di Carlo Emmanuele, si usò anche la astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e dei ministri, e soprattutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio sapendo quanto Carlo Emmanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di sedizione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunzia. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano che il re per l'atto stesso della sua rinunzia ordinasse ai Piemontesi ed a' suoi soldati che non si muovessero ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul primo giungere si era tenuto nascosto, a procurarsi segrete intelligenze con uomini d'importanza; ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano e chiamavano a rovina e la reggia e i popoli e il Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Jubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti e de' suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava consolativo ma insufficiente, che la fede dei soldati e la devozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì 5 dicembre queste parole.
«La corte di Torino ha colmo la misura ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commesso; sangue di repubblicani piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo franzese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istringere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominii piemontesi.»
Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Desoles, raunatisi con le schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regi, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde, spingendosi più avanti, andò a piantare gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciatori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella, il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sotto sopra e d'incendiar Torino se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportasse di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni d'ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani che in loro potere recassero Chivasso terra munita di un forte presidio e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine e per obbedire al generalissimo mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso ed aiutati dai soldati di nuova leva, che qui per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.
Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governator di Torino assicurandolo che quanto si faceva solo si faceva per modo di cautela e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà o francese o piemontese che si fosse, incendierebbero la città e farebbero che di lei pietra sopra pietra non rimanesse. Il governo pubblicava un manifesto con cui esortava gli abitatori a restarsene quieti, chiamava i Franzesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno nissuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese ed assaltate all'impensato erano state disarmate e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio della sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il 7 decembre le sue ultime parole; ma anche le sue generose, le giuste sue difese gli vennero poco dopo interdette ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava dalle ragioni altrui.
Intanto perchè si venisse a conclusione si moltiplicavano le arti e gli spaventi; si parlava che a nissun'altra condizione sarebbero i Franzesi contenti che all'abdicazione. Cedesse al fato, nè v'era modo da ostare, giacchè Carlo Emmanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato e stipulato il dì 9 di dicembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno 7, ed a mandar Priocca in mano loro alla cittadella, come sigurtà di non resistenza e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si vede sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emmanuele quello di Vittorio Emmanuele con queste parole: Io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato.
Fu in buon punto pel re e per tutta la sua famiglia, che Grouchy e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Da che ne seguitò che avevano già fatta la rinunzia e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta come ostaggio per la osservanza dei patti e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.
Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.
Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.
Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.
Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado, alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.
Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.
Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele Filiberto.
Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta e continuamente si ingrossava.
Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e Monterosi.
Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano.
I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano che gli assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre più fortunati che le difese.
Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima napolitana schiera, cacciolla infino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo, tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dalle altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rugnano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti aiuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori, in una squadra polacca capitanata dal generale Kniazewitz e che aveva con sè una legione romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche aiutati dai terrazzani, nemicissimi del nome franzese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minaccie, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Franzesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.
Restava la quinta schiera che camminava verso Magliano; ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così pel valore delle sue genti e per l'arte egregia con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso.
Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet; il che avrebbe disgiunto le due ali franzesi. Ebbe il generale franzese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte di Borghetto affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale e Rieti, la prima città del regno, la seconda, dello Stato romano.
Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono tostamente che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.
Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con sette mila soldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò le pene d'aver anteposto lo Stato antico e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più moderatamente che i tempi non comportassero.
Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata oppugnazione sulle sponde del Volturno.
Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore ed apritor di strade quell'arrischiato condottiere Rusca, sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde, varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.
Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.
Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.
Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che gli accompagnava: Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.
Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei sofferti supplizii, fecero prevalere la sentenza di coloro che consigliavano che il re si ritirasse in Sicilia.