MDCCXCVII
| Anno di | Cristo MDCCXCVII. Indiz. XV. |
| Pio VI papa 23. | |
| Francesco II imperatore 6. |
Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia: nonostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, perchè, passando quarantacinque mila non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque, schiere principali, una delle quali, governata da Serrurier, teneva il campo sotto Mantova; l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige; la terza, retta da Massena, alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.
Da tutto questo si può conoscere che Buonaparte si era persuaso che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma, che, se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui a Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra che siam per vedere fu Provera, che, partito da Padova il dì 7 gennaio, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra che servia come antiguardo al presidio di Porto Legnago. Il dì 8 sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un picciolo castello; trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Franzesi si erano rinforzati a Bevilacqua; ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo, ed a Porto Legnago, non senza grave danno. Conseguiti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che, giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli Stati della Chiesa, retrocedessero e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera.
Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del 12, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando, assalito dai Tedeschi, fu costretto a ritirarsi. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia che fu molto aspra e sanguinosa; rimasto il campo ai Franzesi.
Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti all'aver fatto credere al nemico che lo volessero assalire fortemente e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte, guidata da Quosnadowich, si conduceva celeremente e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Nè qui si arrestavano gli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì 13, non senza molta difficoltà. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte e fortificato di Rivoli. Pendeva in tal modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Franzesi e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, Piemontese, che incontanente lo dava in mano del generalissimo di Francia. Giungevano, in secondo luogo, lettere espresse di Joubert, che portavano quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona.
Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del 15, si incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Alvinzi aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra, condotta da Liptay, girasse sui monti per andar a ferir alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattro mila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Franzesi per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich e romoreggiava alla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno 14, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che, invece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti. Tuttavia, non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconcie ad un caso inaspettato.
Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci, per ordine del loro generale, puntavano massimamente contro la sinistra dei Franzesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala franzese ed anche la mezzana pativano grandemente, e già, crollandosi, si ritiravano indietro disordinate. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi; mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier sostenesse l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava e pericolava. Sosteneva Berthier un urto ferocissimo. Questo sforzo e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia che inclinava. Ma la sinistra continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare su questa parte nella battaglia. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena reintegrava la fortuna e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli ch'era, a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture Liptay, e mettendosi alla scesa, già era vicino a ferire l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il momento determinativo della fortuna. Benchè Alvinzi si trovasse colle schiere divise, perchè le aveva ordinate piuttosto a circondare che a combattere, tuttavia, spingendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatal Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Spinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo, una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier che trattenesse con la cavalleria i Tedeschi nel piano che fra le alture a sinistra e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi li conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia e di tutta la guerra, là di Mantova si definiva. Mai più ostinatamente o più coraggiosamente come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.
Intanto già si era per modo accostato Liptay, che incominciava a percuotere l'ala sinistra de' Franzesi non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio; e tra per questo e per Lusignano, che già si approssimava, a grande repentaglio eran ridotte le franzesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, che sforzava Liptay a ritirarsi e ricovrare a Caprino. Prevedendo poi l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani, per opera principalmente di Buonaparte. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, se non avesse avuto con la rotta di lui la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, verso Affi. Nè il frenava il presidio alloggiato a Rocca di Garda; ma dopo un grosso affronto a Calcina, aveva continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.
Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiamo narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Velocemente marciando, superati i monti di Cavaglione colla rotta de' Croati, che li guardavano, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Mounier dall'altra, Rey alle spalle per forma che, attorniato da tutte le bande, soperchiato dal numero soprabbondante de' nemici, fu costretto a cedere, deponendo l'armi e dandosi con tutti i suoi prigionieri in poter de' repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, il quale, ritirandosi tutta la restante oste d'Alvinzi rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, con celerità eguale a quella con cui aveva camminato da Verona a Rivoli correva da Rivoli a Mantova, conducendo con sè Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.
Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore. Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra guerriera.
Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierie i Franzesi che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto, il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.
I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemmaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.
Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati, secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere. Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.
In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte le parti, più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.
Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi. Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, erano ripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma.
I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.
Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna: essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.
Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e feritori alla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.
Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile. Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.
Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco, scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto. Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica.
Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano: ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade.
Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella. Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.
Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse.
In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo; questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale, essendo già posto in balia del vincitore.
Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi; a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica; al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.
Così finiva la romana guerra.
Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli; ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.
Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi, non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la licenza dei popoli e dei soldati.
Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.
Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, sicuro ormai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo Stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo Stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pace coll'imperadore. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperadore alla pace, pensiero che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dalla meravigliosa costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità e la grandezza dell'impresa, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperadore, che aveva di recente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito italiano. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da sè, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo aiutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni abbisognava principalmente di non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, e questo fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi veneti.
Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquanta mila soldati fioritissimi e veterani tutti dell'esercito italico, ed a questi si erano congiunti venti mila venuti dal Reno, sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sinistra, governata da Joubert e grossa di più di venti mila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo; la mezza schiera condotta da Massena alloggiava a Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso e che aveva un novero di trenta mila soldati, alloggiava nel Trevigiano sino alle rive della Piave. Così con le tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna.
Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove prove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti; si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello avea penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade dell'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombardia e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le franzesi insegne; là oltre e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; i re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimoni del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo tra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperadore; gissero dunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli Stati ereditarii d'Austria; vedrebbero popoli valorosi; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero..... Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che, non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto e l'onesto, non altro suono conoscevano che quello delle armi.
Dalla parte dell'Austria, che mal volontieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con minore coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie de' soldati vinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola e del Friuli circa trenta mila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli Stati ereditarii, la nazione ungara volonterosamente accorreva in aiuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt come antemurale alla capitale dello impero. Confortava l'oste il pensiero dell'avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna.
Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio che corre dalla frontiera de' Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con que' soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con sette mila soldati custodiva il paese da Feltre scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.
Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il 10 marzo si muoveva con la sua destra e con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar framezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo di questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena: nè mancava Massena del debito suo; perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cordevole ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno, a fine di propulsare il nemico, se tentasse d'inoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavali tostamente il Franzese, e, quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù l'armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà dei vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter de' Franzesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidor e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile, si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziava anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico ove passasse, ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolta le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Franzesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavalleria assai brava, ma i fanti tedeschi fecero poca resistenza quando la cavalleria dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti franzesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavalleria tedesca, avevano contrastato con molta forza.
Passato il Tagliamento ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi austriache che, debolmente combattendo, facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato dai suoi difensori, e fatta una subita correria sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico che questi aveva d'impossessarsi dell'importante passo della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiachè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen e da Laudon, d'impedire i rinforzi che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo austriaco vi arrivasse.
Ma prima che si raccontino le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere come le cose passassero tra Joubert da un canto e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro, nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese che alla fede ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì 20 di marzo, nonostante che i cacciatori tirolesi posti ai passi con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, cercando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano e a destra marciarono Delmas e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Franzesi, viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Franzesi in Salorno, in Peza ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Franzesi trasandavano la occasione; anzi varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni e parecchie artiglierie prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.
Seguitavano i Franzesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che quello che era elezione per lui, diventasse necessità.
Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a' fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.
Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti importanti.
La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani, e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.
Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.
La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.
Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie.»
Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza ed a sè non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.
Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.
Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore; arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leoben, il dì 18 del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica traspadana o lombarda che la si voglia nominare.
Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.
Ma Landrieux, o che egli avesse per onestà di natura realmente in odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux, che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.
Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo; i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.
Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo cispadano.
Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.
Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentante veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato, da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni, non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.
Ecco la sera del 17 marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due cannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito. Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.
Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera de' comandanti franzesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.
Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli, che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di Buonaparte.
Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.
Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo. Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano, così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni; vi mandava due provveditori straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi, già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra erano fatti pagare dai comuni.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna. I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non aveva più timore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra. Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani, era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli dava occasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì 7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se, contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»
Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo de' circostanti di orrore e di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare che lo armarsi de' Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese, stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacergli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza e presidii; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderii, bene conoscerà l'equità vostra che al tempo medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni e da perturbazioni interne. Vuole ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato che siano conosciuti, arrestati, secondo i meriti loro, castigati. Per conseguire più acconciamente ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra e quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità verso il vostro governo per ricondurre all'ordine ed al primiero stato le città d'oltre Mincio che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo e protestiamo la costanza e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona.»
Deputava il senato per alleggerire i sospetti e per intrattenere Buonaparte dall'estremo fato della patria, Francesco Donato e Leonardo Giustiniani. Intanto funeste novelle, consentanee all'aspetto delle cose presenti ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Simili cose scriveva il nobile Querini pur da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio ed ora dolci; ora accusava Venezia ed ora la scusava; e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciatore veneto, se non che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed aiuto ai ribelli; che due Direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicentomila franchi pel direttore titubante con altri centomila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare al dir del sì per somma sua divozione verso la patria e sottoscriveva biglietti per seicentomila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte e con la marca del direttorio esecutivo e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console di Genova, s'intendesse con Pallavicini perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciadore di quello che avesse a succedere: ma, vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello Stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: li protestava; fu carcerato ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo franzese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè se vi fu corruzione, e certamente in qualcuno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da un'estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della veneta terraferma. Abbiamo già raccontato come i repubblicani si erano messi in punto di far rivoltare contro il senato lo Stato veneto. Insidiarono principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato, all'incontro, avendo avuto sentore anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già dicemmo, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti schiavone. Vi arrivavano oltre a ciò i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano anche le parti vigilanti, l'una per impedire gli effetti delle suggestioni e delle sommosse d'oltre Mincio, l'altra per aiutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorir una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere egualmente dall'una e dall'altra parte.
Era debole il presidio franzese in Verona nè atto per sè a tanta mole: ma si sperava nei maneggi segreti e nell'opera de' novatori, ed, oltre a ciò, incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Victor. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo, tratteneva ogni Franzese che da Francia venisse o in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente capitanata in gran parte da Franzesi ed assai disposta a secondarli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne; erano in ogni luogo minaccie, mischie ed uccisioni. Incessantemente si predicava, volere i Franzesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze de' popoli, e singolarmente del monte di pietà, dov'erano grandissime ricchezze. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minaccie tra Franzesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Franzesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti e tante difese apprestate; raccomandava l'ordine e la quiete, comandava non offendessero persona; solo stessero armati e pronti. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto; il generale Balland, surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le provincie.
Era il dì 17 aprile, secondo giorno di Pasqua, quando, alle ore quattro meridiane, scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti da' soldati veneziani e da' Veronesi armati, contro le guardie franzesi sparse in varii luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate da' castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il rumore inaspettato delle artiglierie franzesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento lo aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Franzesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Franzesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente li seguitava il popolo che li voleva ammazzare e bersagliandoli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorta d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti de' Franzesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza ne' più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi da' padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furono gittati ne' pozzi, altri trafitti da' pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierie dei castelli, fra i tocchi incessanti del suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti erano ammalati in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberie, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Ma la pressa, le minaccie, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanta infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa di uomo restava che il volto. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero di prima ove fosse scoperto un Franzese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o veronesi o forastieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo che con più diligenza li cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati ne' castelli, altri conficcati ne' nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni.
Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degli insorti, conservarono, nascondendoli, a molti Franzesi, la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi ricominciavano, nè cessarono le uccisioni se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli Ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano; e non fu poco che i provveditori potessero impedire che coloro i quali sì ferocemente combattevano per Venezia le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo, volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi veronesi nè il trarre continuo dei castelli il comportavano, ma frenare la barbarie ed introdurre ordine e misura là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da sè. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte che tuttavia si trovavano in possessione dei Franzesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilii, che alloggiava nella terra di Castel Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, due mila cinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Franzesi e d'Italiani affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente e soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilii, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il Vecchio, e più fortemente dentro di essi si difendevano i Franzesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili. Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele risentimento.
Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20 aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perilchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette fino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra le leve campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il qual accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo Stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva che era già vinta Verona quando ancora combatteva. Perlocchè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi nelle seguenti condizioni: deponessero i villani l'armi e sgombrassero da Verona; i Franzesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro; fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilii, il vescovo Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San-Fermo e Garavetta: eseguiti i capitoli si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiugnere il capitolo che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe e dei capi loro; ma Kilmaine, ch'era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negozii il dolore e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi.
Entravano i Franzesi nella sanguinosa Verona. Ci è forza raccontare un fatto orribile, e quest'è che i patriotti italiani, che pretendevano parole di libertà e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi dei repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza veronese, e trovati, li davano loro in mano perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più polito che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza che aveva sostenuto predicando. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia che ad onore. Si chiamava frate Luigi da Colloredo; e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapide tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilii, Verità e Malenza, con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della veronese sollevazione: la chiamarono le pasque veronesi a confronto dei vespri siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona si aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi; seguitavano minaccie crudeli e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo, ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno; nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato e condotto in Francia per esser processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente o che altro si fosse. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventi mila zecchini, e di più cinquanta mila per capo-soldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavalleria; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese che del pubblico si confiscasse in pro della repubblica; i quadri, gli erbarii, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi uffiziali superiori aver colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dell'aprir le porte, le avevano sforzate; e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendii, i furti, le rapine generali e particolari fatte d'arbitrio e senza legale autorità, avere spopolato parecchi villaggi e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che uffiziali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da sè medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrii di Verona essere ancora più orribili; tolte sforzate esservi state fatte per iscritto fino a franchi sessanta mila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni intieri le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio; essere Verona deserta; alcuni uffiziali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui desiderar di vendicare il sangue franzese; ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Franzesi erano stati rei di ingiustizia e di persecuzione, a lui toccare il consolar i Veneziani, a lui toccar fare ch'essi dimenticassero ch'erano obbligati d'una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele, richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, dava in un grandissimo sdegno, con acerbissime parole lamentandosi del sangue franzese sparso e protestando volerne aver vendetta. Adunque scriveva al ministro Lallemand queste furiose parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Franzesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro e protesto non voler udire proposta di conciliazione se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi.»
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole della laguna: gli avvogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivano i Franzesi; solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti, escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta quand'era pericolo il riconoscerla: avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati a' danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato com'era con l'imperatore gli Stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno Stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendii sì enormi, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella avea obbligato alla pace quasi tutta l'Europa? Volere il veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti franzesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente, non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere che si appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero tutti i sospetti dei comandanti essere opera dei raggiri e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizii dei fatti, dei luoghi e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Non valsero le escusazioni o le profferte a vincere il generalissimo. Rispose che volea che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona, perchè erano addetti a Francia; che non voleva più piombi, ed anderebbe egli a romperli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Franzesi erano stati assassinati in Venezia e nella terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta e ch'ei la doveva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma; se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigionieri, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egli intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare all'autorità suprema; che il governo veneziano era vecchio e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.
Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva che non li voleva vedere, che non li voleva udire, bruttati com'erano di sangue franzese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido e gl'inquisitori di Stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.
Adunque dichiarava il dì 2 maggio la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo veneto usato la occasione della settimana santa, mentre l'esercito franzese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi e col fine di tagliargli le strade, quaranta mila Schiavoni; mandar Venezia armi e commissarii straordinarii in terraferma, arrestare gli amici di Francia, fomentare i nemici; risuonare la piazza, i caffè, ogni luogo pubblico di male parole, di mali fatti contro i Franzesi; chiamarvisi giacobini, regicidi, atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza e Verona di armarsi a stormo per rinnovare i Vespri Siciliani; gridare gli ufficiali veneti che si aspettava al Lione veneto di verificare il proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Franzesi; predicare i preti dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi in Castiglione dei Mori; assassinarsi sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia; suonarsi campana a martello a Verona; trucidarvisi i convalescenti; assaltare i Veronesi con l'armi in mano i presidii franzesi ritirati ai castelli; ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave veneziana contro la fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva austriaca; fumare il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier: per tutte queste cose voleva ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma; che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe veneziane ed atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.
La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte non pareva poter bastare per arrivare al fine del cambiar la forma del governo veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard e gli altri repubblicani rimasti a Venezia menavano un rumore incredibile contro l'aristocrazia, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo democratico: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano e si concitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino, confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano e minacciavano lo Stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, d'armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni i più ristavano per timore dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.
Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era, o per prudenza o per consuetudine o per ostinazione, risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico Stato; già aveva ordinato che diligentemente e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori che, ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della costituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro che indrizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando che ad accidenti straordinarii abbisognavano rimedii straordinarii. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza insolita nelle stanze private del doge, la sera del 30 aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savii attuali, i savii di terraferma, i savii usciti ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in questa adunanza di ciò che si convenisse fare in sì luttuosa occorenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.
Il doge, venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer il miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato nel qual se trovemo per le notizie che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per espornerghe el cavalier Dolfin.»
Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia ed era, secondo ch'egli opinava, molto innanzi nello animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica e gloriosa repubblica; poichè ero parere di uno de' principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.
Non erano ancora gli animi de' circostanti tanto abietti che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro che non si alterasse a modo alcuno la costituzione e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, soprantendente alle difese dell'estuario, arriva novelle che già i Franzesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve si udisse il romor de' cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati; il serenissimo principe, tutto paventoso, più volte e su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole: «Sta notte no semo sicuri neanche nel nostro letto». Per poco stava che per suggerimento di Pietro Donato ed Antonio Ruzzini non si cedesse e non si trattasse della dedizione. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la costituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente, primo di maggio. Fatta questa risoluzione, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto veneziano queste parole: «Vedo che per la mia patria la xe finia; mi no posso sicuramente prestarghe verun aiuto; ogni paese per un galantomo xe patria; nei Svizzeri se pol facilmente occuparse.» Poi cesse da Venezia.
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica veneta doveva cadere da per sè stessa. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano, per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo; i capi di strada pieni di uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore; quei luoghi medesimi che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente, allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonava d'armi e d'armati, e quelle armi e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione a cui era ridotta la repubblica; e dopo ch'ebbe nel patetico suo discorso annoverate le vicissitudini precorse; «Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo de' tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava, a guisa di provvidi marinari, far getto di una parte del carico per salvare la nave. Li pregava pertanto e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in sè di dolce, di augusto e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello ch'erano per proporre alla sapienza loro i savii, a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose franzesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.»
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno de' municipali eletti da Villetard. Posto il partito e raccolti i voti, fu approvato con 598 favorevoli e 21 contrarii. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato; poscia tra il dolore, la mestizia ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.
Il capitano in tanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte dalle noriche Alpi e la circuiva d'ogni intorno. Villetard l'insidiava dentro. Ma in tanta depressione di spiriti e viltà d'animi, costanza somma mostrava in Treviso, in cospetto del generalissimo, Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia, mentre sdegnato quegli accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinii; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo intelletto.
Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando che il numero degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello Stato, e molte altre cose aggiungendo.
Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si ritrovavano nella zecca.
Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziato e creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co' soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.
All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo dei patrizii il terrore, parendo ai congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer.
Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.
Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza, e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio, siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli, 20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita, conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.
Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori, che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato, ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16 al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia rimase spogliata del tutto ed inerme.
Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12 dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini, tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana: cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Franzese si interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.
Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore.
La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani. Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.
Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito il governo, creava inquisitori di Stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult; richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori, sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto rumore si adunava una calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti avvenire.
Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto d'animo ed aspettava invece di operare.
Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo.
Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in mano del governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.
Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere la ribellione.
Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose ad un tempo e minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da' Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti.
In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.
Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini: se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere.
Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo, incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte franzese, a loro malgrado consentirono.
Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè, vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava; e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed esortazioni calorosissime.
Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente. Pure trovava non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare era consueto.
Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in quella occorrenza di suprema anzi di unica importanza per la patria, comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva eziandio che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a Serrurier ove da per sè non bastassero. Erasi alcuni giorni innanzi appresentata alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza del Senato e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne tornasse verso Tolone. Sebbene però quell'armata si fosse ritirata, si sapeva che andava volteggiandosi ora a vista ed ora poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dare animo e fare spalla facilmente ai novatori della riviera ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune squadre di soldati franzesi sparsi nella riviera e la prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitanti delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò nonostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, e già in essa e nel Finale e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero che chiamavano della libertà. Il senato, minacciato da una setta potente nella sua sede medesima, attorniato da soldati forastieri, lacerato dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre parlavano dello sdegno del direttorio e di Buonaparte, non aveva più libertà di deliberare.
Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si riformerebbe lo Stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legati a Buonaparte, con facoltà di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili Michiel Angelo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra. Partivano i deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, per alla volta medesima Faipoult e Lavallette, per informare il generale dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle persone che per gl'interessi della Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.
Il doge, i governatori ed i procuratori della repubblica avvertivano del fatto il pubblico; esortando se ne vivessero intanto quieti e non corrompessero con moti inopportuni un'occasione dalla quale dipendevano il riposo e la felicità di tutti. Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli in una faccenda di tanto momento per la repubblica s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica il meno che fare si potesse si alterasse e la integrità dei territorii in sicuro si ponesse.
Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo che padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si doveva definire il destino di Genova. Quivi consuonando i pensieri di Buonaparte, che la somma delle cose si confidasse non a gente fanatica e spaventevole ai re, ma bensì ad uomini temperati e savii, che o per necessità consentivano al cambiamento o volevano la democrazia mista con leggi, non pura e senza leggi, con quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitore non essendo contrastabile, non fu lungo il negoziare, e a dì 5 giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di Francia e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si statuiva: che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse la sovranità stare nella universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici e a cui presiedesse un doge; il doge ed i senatori dai consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorii secondo il modello da farsi in una congregazione a posta si ordinassero, con ciò però che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti dei pubblico si guarentissero; il porto franco ed il banco di San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì 14 di giugno. Statuisse delle indennità dei Franzesi offesi nei giorni 22 e 23 maggio; finalmente la repubblica perdonasse a tutti che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei territorii della repubblica genovese.
Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo Brignole, doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima perchè pretendeva parole d'amore di patria.
Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,» gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.
La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazia. La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde, e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii. Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le musiche e i discorsi andavano al colmo.
Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni 22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.
Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varie parti della dizione genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi, li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società genovese, lodati e ringraziati i deputati.
Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione, chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo, modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo genovese.
Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto. Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache; ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità: i nemici dello Stato crescevano.
Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile; ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali, vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.
Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.
In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4 settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse ma con animi concordi, fatta una gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi e non senza preda.
Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati, se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.
La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e consenziente.
Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse il decreto, pel quale aveva ordinato che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano.
In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se ne faceva padrone.
Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.
Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia l'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.
Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.
A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.
Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro; errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualche avventuriere, o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati; doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di alleanza.
Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato concluso il dì 5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia, partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le condizioni del re di Sardegna.
Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi. Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.
Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando. Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.
Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo. Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in mortali uomini. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie: tanto amore lasciava nell'estremo supplizio.
I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria. Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba.
Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura a quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,» ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,» ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.
In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re, con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnie regie ed in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.
Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.
Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo comune.
Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star contenti.
Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il generalissimo scriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re, desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co' suoi scritti.
Le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai soldati regi ed ora caduti dalle speranze degli aiuti di Francia, posarono interamente. Domati i democrati, si faceva passo dalle battaglie ai suplizii: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì frequenti che pareano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella; di più di trenta in Asti; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati un giovine Goveano, di natali onesti ed apparentato con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu che il re, avendo ordinato che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. A Chiari le palle soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno. Tanti supplizii frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire; avrebbero raffermo uno Stato intatto, indebolivano uno Stato scosso, insidiato e circondato da ogni parte da esempi pestiferi.
La moltiplicità dei supplizii non isvoglieva gli animi dall'infelice Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui. Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. S'offerivano testimonii pronti al carcere per le difese. Non furono ammessi, perchè si sospettava che amassero meglio servire alle amicizie ed alle opinioni che alla verità. Pure quello aver negato le difese parve cosa incomportabile. Castellango fra i giudici, Priocca fra i ministri, opinavano per la mansuetudine, il primo perchè gli pareva che il sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte, e ambedue giustiziati sugli spaldi della cittadella. La morte sua contristava tutta la città e la rendeva attonita e paventosa lungo tempo.
Buonaparte vincitore desiderava che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti e del suo valore. Questo era, come si è narrato, uno Stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva che sorgesse in mezzo alle monarchie d'Italia e contro l'imperatore medesimo una repubblica che, fondata sui principii nuovi, desse loro cagione continua d'inquietudine. Parevagli ancora che la fondazione della nuova repubblica avesse nella opinione dei popoli a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse in lui cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in questo, come alcuni pensarono, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso in cui, per opera o di altrui o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchia; poichè quel nuovo Stato italiano avrebbe potuto divenire per esso lui o asilo o ricompensa.
Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben e dato ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e svegliar le pratiche della pace e dar moto alle faccende cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi cisalpini di soldati piemontesi, austriaci, polacchi, papali e napolitani, che nelle legioni lombarda e polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorta, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi, per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro il re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Erano esorbitanze pazze e stravaganti, l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi, si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. In un discorso, e basti dir di questo, di un giovane dotto, che aveva l'animo buono e come buono non sospettava in altrui quel male che non aveva in sè, esposti prima con molto acume i modi con cui gli uomini s'aggregavano primitivamente in società, favellava egli la domenica dei 7 maggio, paragonando le antiche epoche colla presente, descrivendo la libertà siciliana data da Timoleonte ed esortando gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà che, abbandonate le amene sponde del Ceso e del Peneo e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi, e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese, che Apennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe.»
Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad ingrandirli. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si avevano.
Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non senza disprezzo e indegnazione dei popoli.
Buonaparte, ch'era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il carico di formare il modello della costituzione cisalpina. Fra essi notavasi il padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e vastità delle dottrine, e certamente fra i dotti dottissimo. Buonaparte interveniva spesso alla congregazione. Pareva che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte e da un Fontana. Ne usciva una copia della costituzione franzese con poche mutazioni e di niun momento. Restava che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro cisalpini al direttorio; furono quest'essi: Serbelloni, Moscati, Paradisi, Alessandri. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di costituzione, l'altra di giurisprudenza, la terza di finanze, la quarta di guerra, composte d'uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato infino a che fossero creati ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello Stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava secretario del direttorio Sommariva.
Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla cisalpina repubblica. Destinavasi il dì 9 luglio ed il campo del Lazzaretto fuori di Porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurii i deputati di tutti i municipii, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati dalla repubblica. Era, nei giorni che precedevano la festa, in tutta la città una folla ed un andar e venire di popoli contenti; pareva che non solo la nobile Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle ore 9 del destinato giorno il campo della confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto), e vi accorrevano giulivamente ed a pressa meglio di quattrocento mila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino o col verde sventolavansi all'aria, e le grida e il tumulto e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in sè dall'allegrezza e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta di una volta a quella viva d'adesso; la magnifica Milano, città di per sè stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commoveva e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla cisalpina: il seguitavano i magistrati e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierie, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierie. Dopo il santo sacrificio benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo e pure melodioso d'inni, di suoni, di viva repubblicani. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati inscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso simboleggiatore dell'amore della patria; a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio, e della gratitudine verso i soldati franzesi morti nelle cisalpine battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla testa, al quale, come a vincitore di tante guerre ed a fondatore della repubblica, riguardavano principalmente i popoli circostanti. Nè piccola parte dello spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore e di concordia italiana.
Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, fatto silenzio in mezzo agli adunati popoli favellava, e giunto a quel passo: «Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi o di morire: il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo e ve ne dà l'esempio,» sguainata la spada ed i suoi colleghi levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi de' reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.
Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la costituzione e le leggi. Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi che questa terra che abitiamo, è la terra de' Curzi, degli Scevola, de' Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme la Europa si accorga che qui l'antica Roma rinasce.»
Qui ricominciavano i plausi ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corsi di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella e splendida Milano.
Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente de' posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della confederazione ad onore di ciascuna schiera dello esercito franzese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo cisalpino verso la repubblica Franzese e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di que' forti uomini che avevano dato la vita per la patria loro e per la libertà cisalpina nelle battaglie; che lo ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute e libertà alla patria cisalpina.
Contaminava l'allegrezza de' patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.
Continuava ad usare Buonaparte la autorità suprema. Nominava i giudici, gli amministratori de' distretti o de' dipartimenti, o que' dei municipii. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande o de' giovani, e del consiglio de' seniori o degli anziani.
I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi temporanei e tumultuarii, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi de' patriotti più accesi e l'intromettersi de' cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anche essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio; vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.
Principalmente accrebbe la grandezza cisalpina la unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello Stato nuovo.
Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per sè stessi impeto nell'Oltre-Po piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte le divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì 27 agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de' cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese, nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e liberi.»
Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori che, o già serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le udiva.
Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.
Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica.
Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata.
Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà italiana ed encomiare l'invitta armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.
I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.
Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì 21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa; secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra repubblica.»
Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.
Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.
Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema di Francia.
Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà al conte d'Entraigues, ministro molto fidato di Luigi XVIII, fatto già arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano la sua intenzione e le fatte macchinazioni.
Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso al duca di Modena; che finalmente i potenziarii di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero d'Alemagna.
A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii una parte del circolo di Baviera.
Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato; un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e, per giunta, il che fu il pessimo de' mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de' tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose, le lacerava anche la fama.
Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.
Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.
Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.
I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.
Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano odioso.
Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione, che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia; saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia, ed i lor parenti perseguitati e parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e di sangue.
Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.
A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse. Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Francia sforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.
Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore che generalmente gli era portato.
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto; in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.
Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori.
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero considerabile.
A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i sei mila zecchini mandati da Venezia recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.
A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie, le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano e violentemente si sfioravano.
Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezza propria e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona. Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi, o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld che questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano in suo favore.
Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano; furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li serbarono, dissero, per la cassa militare.
Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che aveva in titolo: I Romani in Grecia, e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto. Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un effetto incredibile.
Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia a cui si saliva per due scale laterali ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità franzese e la rigenerazione veneziana. Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali; in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.
Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in proposito di un medesimo fusto figurativo.
Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare, come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti, allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.
Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier, disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati non s'erano potuto accordare.
Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.
Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.
Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.
Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.
Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.
S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.
Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, da spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.
S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare. La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè, o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia, d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.
Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno mostravasi l'ambasciatore. Preso allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.
Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato, comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e per sentenze solenni conosciuti innocenti.
Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma.
Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze, per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.