DCCCC

Anno diCristo DCCCC. Indizione III.
Benedetto IV papa 1.
Lodovico III re d'Italia 1.
Berengario re d'Italia 13.

Fu in quest'anno, per attestato degli Annali pubblicati dal Freero, e di Reginone [Rhegino, in Chronico.], eletto dai vescovi della Germania per loro re Lodovico figliuolo legittimo del defunto Arnolfo, benchè in età puerile; e di tale elezione diedero essi avviso a papa Giovanni con una lettera che si legge nella Raccolta de' concilii [Labbe, Concil., tom. 9.]. Zventebaldo ossia Zventeboldo, fratello bastardo d'esso Lodovico, era già in possesso del regno della Lorena. Se gli ribellarono quei popoli con darsi a Lodovico; perlochè insorse la guerra; ma rimasto ucciso in un fatto di armi esso Zventebaldo, finì presto quel rumore. Abbiamo nella suddetta Raccolta dei concilii un'altra lettera scritta al medesimo papa Giovanni dai vescovi della Baviera, che dee appartenere all'anno presente, non potendosi differir più tardi, quando sia certa, siccome pare, la morte di papa Giovanni IX in questo medesimo anno. E tanto più perchè vi si dice già eletto il nuovo re Lodovico: il che, siccome abbiam detto, accadde nel principio dell'anno corrente. Quivi sono menzionati progenitores serenissimi senioris (ora diciam signore) nostri, Ludovici videlicet imperatoris. Qualche guastatore degli antichi testi in vece di regis avrà quivi posto imperatoris; non essendo probabile che tal titolo si desse a quel re fanciullo, perchè dai soli romani pontefici questo si conferiva, nè si sa che alcuno in questi tempi l'usurpasse in pregiudizio de' papi. Infatti di sotto è mentovato juvenculus rex noster. Pretendono que' vescovi affatto calunniosa la voce sparsa, ch'essi avessero fatta pace con gli Ungheri, atque, ut in Italiam transirent, pecuniam dedisse. Soggiungono appresso: Quando vero Hungaros Italiam intrasse comperimus, pacificare cum eisdem Sclavis, teste Deo, multum desideravimus, quatenus tamdiu spatium darent, quamdiu Langobardiam nobis intrare et res sancti Petri defendere, populumque christianum divino adjutorio redimere liceret. Et nec ipsum ab eis obtinere potuimus. In fine con un poscritto aggiugne Teotmaro arcivescovo juvavense, ossia di Salisburgo: Sed quia Dei gratia liberata est Italia, quando citius potero, pecuniam vobis transmittam. Essendo mancato di vita papa Giovanni IX, a cui si dice scritta questa lettera, avanti il settembre dell'anno presente, conseguentemente prima di quel tempo erano per la prima volta venuti a devastar l'Italia i fierissimi Ungheri. Laonde o nell'anno presente o nel precedente s'ha da mettere il principio di questa orribil tempesta, che per tanti anni dipoi flagellò e devastò la misera Italia. Il continuatore degli Annali pubblicati dal Freero [Annales Fuldenses Freheri.] sotto quest'anno, nel quale egli depose la penna, scrive, che mentre i Bavaresi uniti coi Boemi davano il guasto alla Moravia, Avari qui dicuntur Ungari, tota devastata Italia (manca qualche parola) ita ut occisis episcopis quamplurimis, Italici contra eos depellere molientes, in uno praelio uno die ceciderint viginti millia (numero forse troppo ingrandito). Ipsi namque eadem via, qua intraverunt, Pannoniam regressi sunt. Reginone, o, per dir meglio, qualche suo continuatore poco perito della cronologia, riferisce all'anno seguente, cioè fuor di sito, come ha ancor fatto di altri avvenimenti, la deplorabil rotta data dagli Ungheri all'esercito degl'Italiani. Ma, per quanto s'è detto, appartiene quella calamità o al presente o all'antecedente anno. Gens Hungarorum, scrive questo autore, Langobardorum fines ingressa, caedibus, incendiis ac rapinis crudeliter cuncta devastat. Cujus violentiae ac belluino furori quum terrae incolae in unum agmen conglobati resistere conarentur, innumerabilis multitudo ictibus sagittarum periit; quamplurimi episcopi et comites trucidantur. Aggiugne che Ludmardo (vuol dire Liutuardo) vescovo di Vercelli, già da noi veduto ministro favorito di Carlo il Grosso imperadore, e in fine suo nemico, volendo scappare dalla crudeltà di questi Barbari, che doveano essere arrivati fino a Vercelli, mentre conduceva seco gl'immensi tesori da lui raunati nel suo ministero di corte, disavvedutamente incappò nei medesimi masnadieri ungheri, che gli tolsero la vita, e più volentieri le di lui ricchezze.

Ma il racconto più individuato dei primi affanni recati dagli Ungheri all'Italia s'ha dallo storico Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 4.]. Certamente egli falla nella cronologia, perchè dopo aver narrata la morte di Arnolfo re di Germania e l'assunzione al trono di Lodovico suo figliuolo, succeduta nell'anno presente, ed altri avvenimenti de' susseguenti anni, seguita a scrivere così: Paucis vero interpositis annis, quum nullus esset, qui in orientali ac australi plaga Hungaris resisteret (nam Bulgarorum gentem atque Graecorum tributariam fecerant) immenso innumerabilique collecto exercitu miseram petunt Italiam. Appresso narra la prima irruzion di costoro in Italia. Verso la metà di marzo entrarono pel Friuli, e senza fermarsi nè ad Aquileia, nè a Verona (ch'egli chiama munitissimas civitates non senza maraviglia di chi legge, perchè Aquileia atterrata da Attila non si sa che risorgesse mai più, e lo confessa altrove [Idem, ibidem.] lo stesso Liutprando), passarono alla volta di Ticino, quae nunc alio excellentiori vocabulo Papia vocatur, quasichè quella città prendesse questo nome dai papi, dall'ammirativo papae, come alcuni gramaticucci han sognato, o fosse patria pia. Sorpreso dalla comparsa di queste non mai più vedute genti straniere il re Berengario, spedì tosto pressantissimi ordini per tutta la Lombardia, Toscana, Camerino e Spoleti, e radunò un esercito tre volte più copioso di quello degli Ungheri. Con queste forze andò contra de' Barbari, i quali accortisi dello svantaggio, rincularono fino all'Adda, e passaronlo a nuoto colla morte di molti. Inseguiti sempre dall'esercito cristiano, giunsero al fiume Brenta, dove abbiamo anche veduto che l'Anonimo nonantolano mette la battaglia funesta al popolo italiano. Quivi trovandosi alle strette, mandarono al re Berengario supplicandolo di volerli lasciar andare in pace, con esibirsi di restituire tutti i prigioni e tutta la preda, e di obbligarsi di non ritornare mai più in Italia: al qual fine gli darebbono in ostaggio i loro figliuoli. Non dovea sapere Berengario il proverbio: A nemico che fugge, fagli i ponti d'oro. S'ostinò egli in non volere dar loro quartiere, figurandoseli tutti già scannati o presi. Portata questa inumana risposta agli Ungheri, li trasse alla disperazione, ingrediente efficace per accrescere il coraggio nelle zuffe. Però risoluti di vendere ben cara la vita loro, improvvisamente vennero ad assalire i Cristiani che dolcemente attendevano a bere e mangiare, senza aspettarsi una tal improvvisata. Non fu quello un fatto d'armi; fu un macello di chiunque non ebbe buone gambe; e a niuno si perdonò: tanto erano inviperiti que' cani. Da lì innanzi niuno degl'Italiani ebbe più cuore di far fronte a costoro, che vittoriosi scorsero dipoi per la Lombardia, e sul finir dell'anno si riducevano in Ungheria, per tornar poscia nell'anno appresso in Italia. Non potè di meno, che per questa imprudenza, e per sì lagrimevol perdita fatta o nel presente anno o nel precedente, non restasse screditato ed avvilito il re Berengario; e possiam conghietturare che anche da questo sinistro di lui successo prendesse animo Lodovico re di Provenza per condurre, come io credo, la prima volta l'armi sue in Italia. Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 10.] scrive, che nato qualche dissapore fra Berengario e Adalberto II marchese di Toscana, questi, ad istigazione specialmente di Berta sua moglie, donna al maggior segno ambiziosa, mosse gli altri principi d'Italia ad invitare il suddetto re Lodovico alla conquista di questo regno. È anche da credere che nel trattato avessero mano i Romani, giacchè si osserva che Berengario non potè ottener la corona imperiale, e questa poi fu sì facilmente conceduta al suddetto Lodovico. Anche il panegirista di Berengario attesta [Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.] che il promotore di questa venuta del re Lodovico fu Adalberto marchese di Toscana con dire:

Quarta igitur Latio vixdum deferbuit aestas,

Hac ratione iterum solito sublata veneno

Bellua, Tyrrhenis fundens fera sibila ab oris,

Sollicitat Rhodani gentem: cui moribus auctor

Temnendus Ludovicus erat, sed stirpe legendus;

Berengario genesi conjunctus quippe superba.

Come poi questo poeta parli qui di un anno quarto, dopo aver detto che nell'anno terzo Lamberto Augusto terminò sua vita, non si sa ben comprendere. Dall'anno 896, in cui stabilirono pace insieme Lamberto e Berengario, si può intendere che corsero tre anni, nel terzo de' quali, cioè nell'anno 898, Lamberto diede fine a' suoi giorni. Pel quarto, in cui Lodovico re di Provenza calò in Italia, pare ch'egli intenda l'anno 899, e che non abbia conosciuto o abbia confuso le due diverse venute di questo re mentovate da Liutprando, con dirne una sola. Comunque sia, in quest'anno è certa la discesa d'esso Lodovico in Italia; e questa la credo io la prima sua venuta. Accenna il Sigonio due diplomi [Sigonius, de Regn. Ital., lib. 6.] dati dal re Berengario in Verona IV idus martias, e XIII kalendas novembris dell'anno presente. E due altri dati dal re Lodovico pridie idus octobris in corte Olonna, e pridie kalendas novembris del medesimo anno in Piacenza. Quest'ultimo si legge presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append.]. Ho io prodotto altrove [Antiquit. Italic., Dissert. III.] un privilegio da lui conceduto nel febbraio dell'anno seguente a Pietro vescovo di Arezzo, da cui si ricava, che dataglisi la città di Pavia, quivi in una gran dieta de' vescovi, marchesi e conti del regno d'Italia (circa il principio di ottobre dell'anno presente), Venientibus vobis (dice egli) Papiam in sacro palatio, ibique electione, et omnipotentis Dei dispensatione, in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris inferiorisque personae ordinibus facto, ec. Nè perdè egli tempo per andare a Roma, dove gli dovea già essere stata promessa la corona e il titolo d'imperadore. In un altro suo diploma, parimente da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. X, pag. 582.], egli comparisce in Olonna presso a Pavia nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, e conta l'anno primo del regno d'Italia.

Aveva intanto la morte rapito il buon papa Giovanni IX, e in luogo suo era stato sustituito papa Benedetto IV. Prima del dì 31 d'agosto convien credere che seguisse l'elezione e consecrazione di questo pontefice, dacchè abbiamo una sua bolla spedita pel vescovo di Lione Angrino, e data [Labbe, Concil., tom. 9.] II kalendas septembris anno domni Benedicti papae primo, anno II post obitum Landeberti imperatoris Augusti, Indictione III, cioè nell'anno presente. E in quest'anno medesimo credette il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], e credeva anch'io una volta, che Lodovico avesse conseguito in Roma la corona e il titolo imperiale; ma, per le ragioni che addurrò, ciò avvenne solamente nell'anno appresso. Reginone [Rhegino, in Chronico.], o, secondo me, chi fece senz'ordine di cronologia delle giunte alla storia di Reginone, scrive all'anno 897 avvenimenti che debbono appartenere all'anno presente: cioè, che inter Ludovicum et Berengarium in Italia plurimae congressiones fiunt; multa certaminum discrimina sibi succedunt. Novissime Ludovicus Berengarium fugat, Romam ingreditur, ubi a summo pontifice coronatus, imperator appellatur. Altre memorie non ci restano per chiarire, se veramente in quest'anno succedessero tali combattimenti fra Lodovico e Berengario. E qui si osservi che il buon Liutprando non fa menzione alcuna della promozion di Lodovico alla dignità imperiale, ed assai mostra di non averne avuta contezza: il che ci dee rendere cauti a credere tutto quanto fu scritto da lui de' tempi alquanto lontani dall'età sua. Accadde nell'anno presente mutazion di dominio nel principato di Benevento [Anonym. Benevent. apud. Peregr., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. Radelchi ossia Rodelgiso II principe di quella contrada, assai facea conoscere la sua semplicità e debolezza con lasciarsi governare alla cieca da un certo Virialdo, uomo di malignità sopraffina. Costui trattava alla peggio i Beneventani, moltissimi ne cacciò in esilio, e costoro si ricoveravano tutti a Capoa sotto la protezione di Atenolfo conte e signore di quella città. Aveva Atenolfo, siccome personaggio attento a' suoi interessi, fatto dei gran maneggi per ottenere una figliuola di Guaimario I principe di Salerno, in moglie per Landolfo suo figliuolo, ma senza mai poterla spuntare, tuttochè si esibisse di riconoscere lui per suo sovrano, come aveano fatto in addietro i conti di Capoa. A queste nozze sempre si oppose Jota, sorella del fu Guido duca di Spoleti e moglie d'esso Guaimario, la quale per essere ex regali stemmate orta, abborriva d'imparentarsi con chi ella pretendeva suddito suo. Vi si opposero anche i parenti d'esso Atenolfo, banditi e dimoranti in Salerno. Il perchè, stanco di questi rifiuti, fece Atenolfo pace con Atanasio II, vescovo e duca di Napoli, ed accasò il figliuolo Landolfo con Gemma figliuola d'esso Atanasio. Intanto i fuorusciti beneventani andavano stuzzicando e animando Atenolfo ad occupar la città e il principato di Benevento, e menarono così accortamente questo trattato, che una notte rotte le serrature di quella città, v'introdussero Atenolfo; e dopo aver preso Radelgiso, concordemente col popolo proclamarono principe esso Atenolfo, il quale con umili maniere e molti doni seppe ben cattivarsi in breve l'amore di que' cittadini. L'Ughelli, seguitando la scorta di alcuni storici napoletani, mette la morte del suddetto Atanasio II, vescovo di poco gloriosa memoria, ed anche duca di Napoli, nell'anno 895. Ma probabilmente egli visse oltre a quell'anno; e se la di lui figliuola Gemma fosse stata presa per moglie in quest'anno dal figliuolo di Atenolfo (parendo verisimile che suo padre Atanasio fosse allora vivo), converrebbe differir la morte di questo vescovo almen sino all'anno presente. In luogo di lui certo è che Gregorio (nipote suo, se non erro) fu creato duca di Napoli. Da uno strumento riferito dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, Append.] si vede che in quest'anno nel dì 25 di settembre per Indictione quarta domna Ageltruda olim imperatrix augusta fa un cambio con Majone abbate di San Vincenzo del Volturno, acquistando una corte e chiesa posta nel piacentino, e ch'essa continuava ad abitare nel ducato di Spoleti.