DCCCCLXXXII

Anno diCristo DCCCCLXXXII. Indiz. X.
Benedetto XII papa 8.
Ottone II imperad. 16 e 10.

Nel catalogo del monistero nonantolano [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], da me dato alla luce, viene scritto che in quest'anno fu conferita questa insigne badia a Giovanni archimandrita greco, ed è importante la notizia per imparare a conoscer per tempo un volpone che arrivò in fine ad occupar la stessa cattedra di san Pietro, siccome vedremo. S'era questo astuto calabrese mirabilmente introdotto nella confidenza dell'imperadrice Teofania, greca anche essa di nazione. Ed informato che buon boccone fosse quello della badia nonantolana, goduto in addietro da alcuni vescovi, valenti cacciatori de' beni de' monaci, l'impetrò, secondo i perversi costumi d'allora, dall'imperadore. Nella copia del diploma da me veduta e pubblicata mancava la data [Ibidem, Dissert. LXIII.]; ma è da osservare come sia ivi dipinto questo ipocrita. Dopo aver detto l'imperadore che quel monistero, in comitatu mutinense constructum, quod Nonantula vocatur, omnibus aliis majus, et quod olim exemplar bene vivendi, et sanctae conversationis fuerat reliquis, paene jam annullatum, atque fondo tenus depopulatum iniquorum pravitate hominum eo quod per longa curricula annorum, era stato senza veri abbati, e non essersi trovato fra i monaci alcuno atto a quel governo, soggiugne: Posthac consultu sapientium reduxi oculos meos ad aulicos, inter quos quemdam archimandritem et consecretalem meum, Johannem nomine, reperi, probis moribus ornatum, pudicum, sobrium, docibilem, graeca scientia non ineruditum, totiusque prudentia, et sanctitatis fulgore praeclarum. Quem consilio virorum illustrium, Deumque timentium, et electione fratrum in jam dicto monasterio commanentium, a nostro cubili, et necessariis consiliis abstrahentes, super nominatis fratribus in patrem et rectorem praefecimus. Osservisi come la badia nonantolana vien chiamata la più grande, s'io non erro, di tutte l'altre d'Italia. Ottima fu qui l'intenzione dell'imperadore, ma andando innanzi, scorgeremo che santo uomo fosse questo archimandrita Giovanni. Nel mese di marzo del corrente anno si truova l'imperadore Ottone II in Taranto, dove conferma ad Odelrico vescovo di Cremona i beni della sua chiesa. Le note del diploma son queste [Antiquit. Ital., Dissert. LXII.]: Datum XVII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X, regni domni secundi Ottonis XX, imperii autem XIIII (si dee scrivere XVI). Quivi ancora egli dimorava XIV kalendas majas, come si raccoglie da altro suo diploma [Ibid., Dissert. V.] in favore di Giovanni vescovo di Salerno da me pubblicato. Scrive Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.], che Ottone venit Capuam et abiit Tarentum, ac Metapontum, et deinde Calabriam, unde prospere ad suas reversus. Anno Domini DCCCCLXXXIII iterum magno exercitu congregato cum Saracenis in Calabriam dimicaturus descendit. Ma non v'ha grande esattezza in queste parole, o, per dir meglio, nel testo che abbiamo. L'anno è ivi fallato certo, essendo che nel presente, e non già nel susseguente, seguì la battaglia di cui seguita esso ostiense a parlare.

Romoaldo salernitano racconta [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], che Ottone II da Salerno per Brixiam (forse Brutios) et Lucaniam in Calabriam perrexit, et apud Stylum Calabriae oppidum cum Saracenis pugnavit, eosque devicit, Rhegium quoque cepit. Anche Lupo Protospata, siccome abbiam veduto all'anno precedente, nota che la battaglia d'esso imperadore coi Saraceni riuscì favorevole ai Cristiani, e che vi restarono sul campo quaranta mila Mori; nel che, siccome dissi, ognun vede ch'egli aprì di troppo la bocca. Ma s'ingannarono questi ed altri autori non meno nel fatto che nel tempo. Non si può staccare dall'anno presente il fatto d'armi succeduto fra Ottone Augusto e i Mori; ed in questo non restò vincitore, ma vinto l'imperador d'Occidente. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, lib. 3.], da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], da Epidanno [Epidannus, in Chron.], dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.] e da altri il vero racconto di questo infelice avvenimento. Intorno a che è da sapere che i greci Augusti Basilio e Costantino, dacchè penetrarono l'intenzione dell'imperadore Ottone II, di voler assalire gli Stati da loro posseduti in Puglia e Calabria, gli spedirono ambasciatori per distornarlo da sì fatta impresa. A nulla avendo servito le loro esortazioni e preghiere, si rivolsero per aiuto ai Mori di Sicilia e d'Africa, promettendo loro buon soldo e regali. A questo invito si leccarono le dita i Saraceni, di nulla più vogliosi che di poter mettere liberamente il piede nella Calabria: se pure la guerra di Ottone non fu ancora contra di loro, come possedenti qualche città o fortezza in quelle parti. Pertanto, raunata una possente flotta navale, accorsero a sostenere gl'interessi dei Greci, e fors'anche i loro proprii. Avea l'imperador Ottone anche egli un gagliardo esercito dei suoi Sassoni, accresciuto da un buon rinforzo di Bavaresi ed Alemanni. In persona era venuto Ottone duca di Baviera e di Svevia, figliuolo del già Litolfo suo fratello, a militar sotto il di lui comando. Oltre a ciò, concorsero alla di lui armata i Beneventani, Capuani, Salernitani ed altri popoli dell'Italia. La sua prima impresa fu l'assedio di Taranto, città difesa e tenuta dai Greci: eamque, come dice Ditmaro, viriliter in parvo tempore oppugnatam devicit. Proseguì il viaggio in Calabria per azzuffarsi coi Mori. A tutta prima li mise in fuga, ed obbligò a ritirarsi in una città. Usciti poi costoro con bella ordinanza in campo, si attaccò la crudele battaglia. Gran macello fecero i Cristiani di quegl'infedeli, sbaragliarono i loro squadroni, fecero fuggire i restanti. Ma mentre i Cristiani sbandati son dietro a raccogliere le spoglie del campo, eccoti, a mio credere, comparir di nuovo raccolti e schierati i Saraceni, che senza trovar resistenza, misero a fil di spada quanti dei Cristiani vennero loro alle mani, e restarono padroni del medesimo campo. Perirono in quell'infelice conflitto non già il suddetto Ottone duca di Alemagna e di Baviera, come vuole il Sigonio, perchè egli tornò in Germania, e quivi mancò di vita nel presente anno, ma bensì Arrigo vescovo d'Augusta, Vernero abbate di Fulda, siccome ancora, per attestato di Leone Ostiense, Landolfo principe di Benevento e di Capua, con Atenolfo marchese (forse di Camerino) suo fratello, ed altri principi, vescovi e conti. Altri ancora restarono prigioni, e convenne loro riscattarsi con gran somma d'oro. Quorum unus (scrive Epidanno) erat vercellensis episcopus, carcere diu maceratus apud Alexandriam d'Egitto. Le memorie della chiesa di Vercelli presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.] portano che circa questi tempi Pietro II vescovo di quella chiesa andò per sua divozione ai luoghi santi d'Oriente, e fu preso e tenuto gran tempo in prigione. Tornato poscia a Vercelli, dopo la morte fu aggregato al catalogo dei beati. Ma s'egli per disavventura, secondo gli abusi de' secoli barbari, fosse ito alla guerra, e fra i combattenti avesse voluto far da prode (il che non si può ora chiarire), non sarebbe un tal santo approvato dalla Chiesa di Dio. Succedette questa campale sfortunata battaglia, secondo Ditmaro, III idus julii, e senza fallo in questo anno, come s'ha dai suddetti scrittori.

Indarno pretende il padre Gattola [Gattola, Histor. Monaster. Casinens.] che Landolfo IV, principe di Benevento fosse tuttavia vivente nel novembre dell'anno presente, e che perciò si debba trasferire la battaglia suddetta, in cui egli perì, all'anno seguente. Dee patire qualche difetto il diploma da lui addotto, ed esso apparterrà all'anno precedente, potendosi raccogliere dai documenti da me pubblicati nella Cronica del monistero di Volturno [Chronicon. Vulturni., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che Landenolfo suo fratello dopo il luglio dell'anno presente cominciò a reggere il ducato di Benevento, e che per conseguente era mancato di vita Landolfo IV. Scrisse il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] che i Romani e Beneventani tenendo davanti agli occhi le crudeltà esercitate in Roma da Ottone II, sul principio di quel fatto d'armi decamparono, lasciando colla lor ritirata esposto il rimanente dell'esercito cesareo alla disgrazia che da lì a poco avvenne; laonde nell'anno seguente Ottone sfogò la sua collera contro di Benevento con assediarlo, prenderlo, diroccarlo e trasportarne il corpo di san Bartolomeo. Ma il Sigonio troppo incautamente seguitò qui Gotifredo da Viterbo [Gotifredus Viterbiens., in Panth.], parlante della crudeltà di Ottone, della presa di Benevento, e dell'asportamento del sacro corpo suddetto: che son tutte fole mancanti affatto di verità. Se Landolfo IV principe di Benevento lasciò la vita in quella funesta battaglia, come si può credere che i suoi l'abbandonassero? Anzi Ottone conservò la sua grazia a quella città, contentandosi che Aloara madre d'esso Landolfo governasse da lì innanzi quel ducato unitamente con Landenolfo altro di lei figliuolo, i diplomi dei quali cominciano a comparir da qui innanzi. Ora tornando all'imperador Ottone II, dacchè egli vide sbaragliato e la maggior parte tagliato a pezzi dai Saraceni l'esercito suo, cercò scampo dalla parte del mare [Ditmarus, in Chron., lib. 3.], e adocchiata una galea, ossia grossa nave di Greci, venuta a raccogliere i tributi in Calabria, spinse il cavallo nell'acqua, e fu da un soldato schiavone, che il riconobbe, introdotto in essa. Datosi anche a conoscere segretamente al capitan della nave, il pregò ed ottenne che gli lasciasse spedire un messo all'imperadrice Teofania, perch'ella manderebbe montagne di danaro e regali per riscattarlo. Stava essa Augusta nella città di Rossano, patria di quel Giovanni archimandrita, che abbiam già veduto divenuto abbate di Nonantola. E ben informata di quel che avesse ad operare, allorchè comparve la nave greca, fece uscir di Rossano una gran frotta di giumenti tutti carichi di some, credute piene d'oro e di regali preziosi. In alcune barchette, dove erano dei bravi soldati vestiti da marinari, s'accostò alla nave greca Teoderico vescovo di Metz, per conchiudere il negozio e il cambio. Condotto sulla proda l'Augusto Ottone, allorchè si trovò alla vista dei suoi, fidandosi del suo ben saper nuotare, spiccò un salto, e lanciossi in mare, e perchè volle ritenerlo per la veste uno dei Greci, si guadagnò da uno dei soldati tedeschi una stoccata, che il fece cadere indietro, e mise spavento a tutti gli altri, in guisa che l'imperadore nuotando, e seguitato dalle barchette dei suoi, arrivò in salvo al lido. Rimasti i Greci tutti confusi, se n'andarono con Dio, altro non portando seco che un rimprovero alla lor balordaggine. Arnolfo, storico milanese del secolo susseguente, vuole [Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.] che i Greci restassero in altra guisa burlati: cioè mostrò Ottone di voler seco la moglie colle sue damigelle, assicurando che porterebbono un'immensa somma d'oro e d'argento con loro. Quumque foret permissum, viros adolescentes muliebriter superindutos, subtus autem accinctos mucronibus cautissime venire mandavit. Ubi vero ingressi sunt navem, illico irruentes in hostes, evaginatis ensibus, indifferenter quosque trucidant. Interim saltu percito prosiliens imperator in pelagus, natando evasit ad littus liber et laetus. Unde terrefacti transiverunt hostes ad propria. L'anonimo scrittore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] anch'egli parla di questo fatto con alcun'altra circostanza. Giunto poscia l'Augusto Ottone a Capua, per attestato di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.], firmavit principatum relictae Pandulfi (Capodiferro) principis Aloariae, et filio ejus Landenulfo: dal che si può scorgere chi fosse riconosciuto allora per sovrano di quegli Stati. Comparirà all'incontro che dagl'imperadori d'Occidente punto non dipendeva in questi tempi il popolo di Venezia; perciocchè abbiamo la fondazione del nobile monistero di san Giorgio nella città di Venezia, data alla luce dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., t. 5, in Venet. Patriar.]. Vedesi scritto quello strumento anno ab Incarnat. Redemptoris nostri DCCCCLXXXII, imperatoribus dominis Vasilio et Constantino fratribus populo romano (questi ed altri simili sbagli son frequenti nell'Italia sacra. Qui s'ha scrivere, come risulta dalla Cronica del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], fratribus filiis quondam Romani imperatoris) magnis et pacificis imperatoribus, anno autem imperii eorum post obitum Johannis Cimistei (scrivi Zimiski) undecimo die XX decembris, Indictione XI. Rivoalti. Appena ritornato dalla battaglia di Calabria sano e salvo in Germania il sopra mentovato Ottone duca di Baviera, quivi diede fine alla sua vita. Il ducato dell'Alemagna ossia della Suevia toccò a Corrado [Annalista Saxo.], e quel della Baviera nell'anno seguente ad Arrigo figliuolo di Bertoldo, essendo tuttavia in prigione il già deposto Arrigo, cugino germano di Ottone II Augusto. Mancò di vita in quest'anno Giovanni duca di Napoli, per quanto s'ha da san Pier Damiano [Petrus Damian., Epist. V., cap. 13.].