DCCCCX

Anno diCristo DCCCCX. Indizione XIII.
Sergio III papa 7.
Lodovico III imperadore 10.
Berengario re d'Italia 23.

Fra le giunte da me fatte alla Cronica casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2, Rer. Ital.] abbiamo un placito tenuto sotto quest'anno nel mese di novembre in un luogo appellato Corneto da Waldeperto, chiamato vicecomes Alberici marchionis. Per quanto si può scorgere, questo luogo era situato nel distretto di Cività di Penna, che nei tempi d'allora apparteneva alla marca di Camerino, perchè v'intervengono Scabini de Pinne. Veniamo perciò a comprendere chi fosse allora marchese della marca di Camerino, ciò un Alberico. E da tal notizia prendono lume i versi del poeta panegirista di Berengario [Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 2.], il quale fra gli altri che condussero soldatesche in rinforzo di Guido allora re d'Italia contra del re Berengario nell'anno 888, oppure nell'889, annovera ancora Alberico, con dire:

. . . . . . . Pariterque cohors camerina superbit

Munere natorum, subigitque in bella sodales

Mille. Sua virtute, magis sed prole supinus

(Post monstrata fides) centeno milite laetus

Pauper adhuc Albricus abit, jamjamque resultat

Spe Camerina. Utinam dives sine morte sodalis.

Son certamente assai scure queste parole. Potrebbe talun credere che quell'Alberico conte, il quale nell'anno 776 intervenne alla dieta di Pavia, per eleggere o confermare Carlo Calvo re d'Italia, fosse il medesimo che vien qui mentovato dal poeta. Ciò nondimeno è punto assai dubbioso per la troppa distanza dell'età; ma par bene che non resti dubbio, che l'Alberico nominato qui dal poeta suddetto divenisse poi marchese di Camerino. Militava egli nell'anno 888, oppure 889, in favore di Guido contra di Berengario, e già sperava il governo di quella marca:

. . . . Jam jamque resultat

Spe Camerina....

Poscia dovette egli abbracciare il partito di Berengario:

Post monstrata fides....

E in ricompensa fu fatto marchese di Camerino. Prima era povero Signore:

Pauper adhuc Albricus abit.....

Divenne poscia ricco coll'avere ucciso il suo compagno, cioè probabilmente chi era duca di Spoleti, ed aver egli occupato anche quel paese. Non ci dà la storia luce alcuna per poter discifrar questi oscuri fatti. Più scuro ancora è il senso di quelle parole:

Sua virtute, magis sed prole supinus.

Vo io credendo che supinus sia adoperato per significare un arrogante ed altiero. Seneca usò in questo senso il vocabolo supinus. E quando ciò sia, vedremo a suo tempo che un Alberico marchese da Marozia ebbe un figliuolo appellato anch'esso Alberico, il quale divenne poi principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Potrebbe essere che il primo di questi Alberighi fosse il medesimo Alberico marchese di Camerino, da noi veduto nel placito suddetto. Concorre a farcelo sospettare il nome e la dignità ancora. Negli stati della Chiesa romana noi non sappiamo che alcuno de' governatori portasse il titolo di marchese. Era questo solamente in uso nei regni d'Italia, Germania e Francia. Però non mancherebbe probabilità a chi volesse credere che Alberico marchese di Camerino fosse marito di Marozia. E qualora il panegirista di Berengario avesse scritto quel suo poemetto dopo la morte di lui (del che ragionevolmente dubito io, e prima di me dubitò il padre Pagi) potrebbe parere che fosse chiamato da lui Alberico prole supinus, cioè superbo per aver procreato Alberico principe di Roma, e Giovanni XI pontefice romano. Da un diploma da me dato alla luce apparisce che nel dì 27 di luglio [Antiquit. Ital., Dissert. XXII, pag. 245.] il re Berengario si trovava in Pavia, e che tuttavia era vivente la regina Bertila sua moglie, poichè ad istanza sua egli donò una corte ad Anselmo glorioso conte di Verona suo compadre e consigliere. Fu dato il diploma VI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIII, Indictione XIII. Actum in curte Rodingo. Due placiti parimente da me pubblicati [Antiquit. Italic., Dissert. XIX et IV.] cel fanno vedere nel mese di novembre in Cremona. Il principio d'uno è questo: Dum in Dei nomine civitate Cremona, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, ec. Fu scritto quel documento anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo tertio, mense novembri, Indictione quartadecima, cominciata nel settembre. In quest'anno Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, conoscendo per qualche incomodo di sua salute che si avvicinava il tempo di pagare il tributo della natura, ed avendo inviato il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Landolfo, alla corte imperiale di Grecia, affinchè, se veniva la morte, altri non s'intrudesse nel principato, dichiarò suo collega coll'assenso del popolo il minore de' suoi figliuoli, cioè Atenolfo II. Ciò si ricava dai diplomi di questi due fratelli, molti dei quali si veggono dati alla luce. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò in fatti Atenolfo I la sua carriera nel mese di aprile di quest'anno, ed ebbe per successori nel principato i suddetti suoi due figliuoli, principi di gran giudizio, perchè attesero per loro conto a smentire il proverbio del rara est concordia fratrum. Diedero in quest'anno [Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chronico et alii.] gli Ungheri una gran rotta all'armata di Lodovico re di Germania; e così la lor fierezza e fortuna si facea largo dappertutto. Seguitava il re Berengario a tenerseli amici, e con ciò difendeva l'Italia.