DCCCCXXXI
| Anno di | Cristo DCCCCXXXI. Indiz. IV. |
| Giovanni XI papa 1. | |
| Ugo re d'Italia 6. | |
| Lottario re d'Italia 1. |
Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi discendenti il regno d'Italia, il re Ugo dichiarò in quest'anno collega e re Lottario suo figliuolo, natogli da Alda sua moglie defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] che ciò seguisse nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi [Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.] asserì che questo principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente 930, per aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in quell'anno col regno di Ugo e Lottario. Prese il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata. Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato; ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno 930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più sicuro tengo il fermarmi in questa opinione. Ho io pubblicato un bel placito [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto in Pavia stessa, anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno 935. Un altro placito si vede tenuto in Lucca, anno domini Ugoni quintodecimo, domni Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione quartadecima, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno strumento fu scritto, Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda, cioè nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930 Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931 egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in Lucca anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione VIII, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.], che neppur nell'aprile dell'anno 931 aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non discordano le pubblicate dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr.] e dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno strumento dato alla luce dal padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.], dove son queste note cronologiche. Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quinta, cioè nell'anno presente di maggio. Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero milanese di santo Ambrosio, scritta Hugo et Lothario filius ejus divina ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii primo, mense magio, Indictione quarta. Credesi che in quest'anno mancasse di vita Lamberto arcivescovo di Milano. Quel clero e popolo si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per quella cattedra uno straniere. Questi fu Ilduino franzese, parente del medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a cercar migliore fortuna in Italia [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.]. Essendo venuto meno nell'anno 928 Noterio ossia Notecherio, vescovo di Verona, tanto si adoperò il re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare. Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto seco Raterio monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi ob religionem, septemque artium liberalium peritiam, come dice Liutprando, di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso Raterio a Roma [Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari, perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie in favor d'Ilduino allatae sunt et literae domni papae tunc temporis Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces, totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus. Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare in possesso della chiesa di Verona.
Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di Giovanni papa, convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere Stefano VII papa, di cui Frodoardo scrive così [Frodoardus, de Roman. Pontificib.]:
Septimus hinc Stephanus praefulget in annos,
Aucto mense super, bisseno ac sole jugato.
Gli succedette Giovanni XI figliuolo di Marozia. Ha questo papa anch'egli la disgrazia d'essere appellato pseudopontifex dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.], che unicamente, come fecero tant'altri, si appoggiò sulle maldicenze di Liutprando storico. Troppo stomaco fece allo zelante porporato l'aver questi detto ch'esso Giovanni era nato da Marozia e da Sergio III papa. Ma siccome abbiam detto di sopra all'anno 910, ragionevolmente si possono queste credere calunniose voci sparse da' nemici contro la fama e memoria di Sergio. Marozia era moglie, secondo tutte le apparenze, di Alberico marchese; e di esso Alberico vien chiamato da altri scrittori figliuolo esso Giovanni XI, creato papa in quest'anno. Che se il Baronio scrive essere egli stato portato al pontificato dalla prepotenza di Guido marchese di Toscana, marito posteriore di Marozia, non s'abbia a male, se gli rispondiamo, essere questi sogni suoi ed immaginazioni, non sostenute dalla testimonianza di alcun antico scrittore. E tanto più, perchè, siccome abbiam detto, pare che il suddetto Guido duca e marchese già fosse mancato di vita nell'anno 929. Per altro si può credere che Marozia non lasciasse in ozio la sua possanza per far cadere in capo al figliuolo la tiara pontificia, e seguitar ella a comandar le feste in Roma, come avea fatto in addietro. Ma di questo si ha da domandar conto ai Romani d'allora che, avviliti o effeminati, si lasciavano così aggirar da una donna. Per altro non sapendosi succeduta allora violenza alcuna, ragion vuole che legittima fosse l'elezion di Giovanni XI, ed egli in fatti fu riconosciuto per vero papa da tutta la Chiesa, e chiamato dal vivente allora Raterio pontifex gloriosae indolis; laonde al tribunale del sacro Annalista non conveniva di dichiararlo pseudopontefice ed intruso contra il sentimento della Chiesa universale e della storia.
Abbiamo da Frodoardo [Frodoardus, in Chron.] che in questo anno, Graeci Saracenos per mare insequentes usque ad Fraxenedum saltum, ubi erat refugium ipsorum, et unde egredientes Italiam sedulis praedabantur incursibus, Alpibus etiam occupatis, celeri Deo propitio internecione proterunt, quietam reddentes Alpibus Italiam. Di questo fatto, glorioso all'armi greche ed utile all'Italia, non resta vestigio in alcun'altra istoria. Nè si creda già il lettore che venisse fatto ai Greci di schiantar quella mala razza da Frassineto. Seguitarono que' malandrini ad abitar ivi, e ad infestar come prima l'Italia e la Provenza: e tornerà in breve occasion di parlarne. Oltre a quest'anno non si può differire una strepitosa iniquità del re Ugo [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 13.]. Reggeva la Toscana allora Lamberto duca, uomo bellicoso e capace di gran fatti. Il credito di questo principe, suo fratello uterino, era una spina sugli occhi al re Ugo, per timore che i principi d'Italia ribellandosi portassero alla corona esso Lamberto. Aveva inoltre Ugo un fratello dal lato del padre, appellato Bosone, che ardentemente vagheggiava il ducato della Toscana. Che dunque fece questa volpe regale? Sparse voce che Berta duchessa di Toscana sua madre non aveva partorito alcun figliuolo al duca Adalberto suo marito; ma che presi dei figliuoli nati da altre donne, cioè Guido, Lamberto ed Ermengarda, avea finto di averli essa partoriti, per poter continuare la sua autorità dopo la morte del marito. Bisognò ben supporre stranamente semplice e scimunito Adalberto duca, che non si avvide di questa invenzione. Ciò fatto, il re Ugo stette poco ad intimare al duca Lamberto che non ardisse di appellarsi più suo fratello. Non seppe Lamberto digerir questa calunniosa voce, e fece sapere al re d'essere pronto a provare in duello che tanto egli come esso Ugo erano venuti alla luce per la medesima madre. Allora il re destinò un certo giovane appellato Teduino per suo campione, affin di decidere coll'armi a nome suo questa controversia. Seguì il combattimento, in cui restò vincitore Lamberto; e ciò in que' tempi, ne' quali il duello per pazza opinione de' popoli veniva creduto un manifesto giudizio di Dio intorno alla verità o falsità delle accuse, servì a comprovare l'innocenza del vincitore Lamberto. Liutprando crede inventata questa calunnia dal re Ugo, perchè egli era già in trattato di accasarsi con Marozia, e cercava di levar di mezzo l'impedimento della parentela, essendo ella stata moglie di Guido marchese di Toscana suo fratello. Restò confuso il re Ugo, ma non lasciò per questo di continuar la persecuzione contro il fratello Lamberto; e tanto seppe fare che l'attrappolò, ed avutolo nelle mani, gli fece cavar gli occhi, e toltogli il ducato della Toscana, lo conferì a Bosone suo fratello. Per attestato del Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], questo Bosone si truova nell'anno seguente marchese della Toscana. Liutprando scrive [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.] che a' suoi tempi vivea tuttavia l'infelice Lamberto, qui nunc usque lumine privatus superest. Così in altre mani passò il ducato della Toscana, tolto con sì enorme superchieria alla schiatta dei Bonifazii ed Adalberti, gloriosi e potenti duchi di quella provincia. Ma non perciò credo io che finisse la lor prosapia, con avere addotto conghietture fortissime ed atte a persuadere, che [Antichità Estensi, P. 1, cap. 22 et seq.] da alcuno di quei due principi, cioè o da Guido o da Lamberto marchese di Toscana, e figliuoli di Adalberto II il Ricco, oppure da Bonifazio fratello d'esso Adalberto II, sia discesa la nobilissima stirpe dei marchesi d'Este, che poi nel secolo undecimo diramata, fiorisce tuttavia nella real casa di Brunsvic, regnante in Inghilterra e Germania, e nella casa dei duchi di Modena. Siccome ho io provato con sicuri documenti, cominciano in questi tempi a trovarsi gli antenati della gloriosa prosapia che poi fu appellata de' marchesi d'Este. Si truovano essi ornati del titolo di marchesi; e quantunque io non abbia potuto scoprir finora documento alcuno chiaramente comprovante la lor connessione coi suddetti antichi marchesi di Toscana; pure tali conghietture concorrono, che difficilmente si potrà fallare in tenendo i principi estensi per discendenti da essi. Lo stesso Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.] pare che indichi avere il duca Guido avuto dei figliuoli da Marozia patrizia romana, perchè detestando le nozze del re Ugo colla medesima, scrive ch'essa non potea valersi della legge ebraica, concedente all'un fratello di suscitare il seme dell'altro fratello defunto senza figliuoli, e perciò dice:
Immemor aspiceris praecepti caeca Johannis,
Qui fratri vetuit fratris violare maritam.
Haec tibi Moyseos non praestant carmina vatis,
Qui fratri sobolem fratris de nomine jussit
Edere, si primus nequeat sibi gignere natum.
Nostra tuo peperisse viro te saecula norunt.
Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere Lamberto suo fratello, ed altri anche Bonifazio loro zio paterno, giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il nome di Adalberto, il titolo di marchese, la lor potenza, i lor beni e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.