DCCCIV
| Anno di | Cristo DCCCIV. Indizione XII. |
| Leone III papa 10. | |
| Carlo Magno imperadore 5. | |
| Pippino re d'Italia 24. |
Fece gran rumore quest'anno in Italia la scoperta succeduta nella città di Mantova di una spugna inzuppata, come corse la fama, nel sangue del Signor nostro Gesù Cristo, portata colà da Longino. In que' secoli d'ignoranza poco ci voleva a spacciare e far credere somiglianti racconti. Lo straordinario concorso dei popoli e l'universale bisbiglio per questa novità giunse all'orecchie di Carlo Magno, e mosso da giusta curiosità ne scrisse tosto a papa Leone III, pregandolo di esaminar la verità del fatto, che non s'accorda cogl'insegnamenti della scolastica teologia. Il papa, o perchè avesse voglia di passare in Francia, o gli venisse fatta gran premura per questo affare [Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani.], sen venne a Mantova, senza che apparisca qual decreto egli proferisse intorno a questo preteso sangue del Signore; e prevalendosi della buona occasione, fece sapere a Carlo Magno il desiderio suo di trovarsi con lui, per solennizzare insieme la festa del santo Natale. Gli scrittori mantovani coll'Ughelli [Ughell., in Ital. Sacr., tom. 1 in Episc. Mantuan.] asseriscono che fino a questi tempi la città di Mantova non avea goduta la dignità del vescovato, e che il primo quivi ordinato dal suddetto pontefice fu Gregorio di patria romano. In fatti non s'è scoperto finora vescovo di Mantova più antico di questo; ma con rimaner sempre un motivo di stupore, come una sì illustre città cominciasse così tardi ad aver questo decoro, e senza sapersi chi dianzi la governasse nello spirituale. Avvertito Carlo imperadore della venuta del papa, gli mandò incontro fino a san Maurizio il principe Carlo suo primogenito, ed egli l'aspettò nella città di Rems, di là poscia il condusse a Soissons, e finalmente ad Aquisgrana, dove passarono le feste di Natale in divozione ed allegria. Dopo otto giorni di permanenza nella corte di quel monarca, sul principio del gennaio dell'anno seguente se ne tornò il pontefice per la Baviera a Roma, seco portando varii regali a lui fatti da Carlo Magno, il quale fece anche accompagnarlo da alcuni suoi baroni fino a Ravenna. Aveva in quest'anno l'Augusto Carlo spedito i suoi eserciti nella Sassonia, perchè vi restavano spezialmente di là dall'Elba alcuni popoli ostinati nell'idolatria, che pervertivano anche i nuovi convertiti de' Sassoni [Annales Franc. Moissiacens. Annales Franc. Loiselian.]. Fece egli prendere tutti costoro colle lor famiglie (Eginardo scrive che furono diecimila persone), e li distribuì in varie contrade de' suoi regni. Trovandosi poi egli in un luogo appellato Holdunstetin, vennero ad inchinarlo alcuni principi della Schiavonia, che erano in disparere fra loro. Egli, dopo essersi servito della sua sapienza ed autorità per comporre le lor differenze, diede ad essi per re Trasicone, che s'era presentato a lui con molti regali. Era in questi tempi re della Danimarca Gotifredo. Desiderava egli di abboccarsi con Carlo Magno, non si sa se per attestare il suo ossequio a sì potente e temuto monarca, oppure per qualche controversia fra loro. Venne colla sua flotta e con tutta la sua cavalleria sino a Slevich, cioè ai confini del suo regno e della Sassonia, e fece intendere a Carlo la sua venuta; ma i suoi baroni non gli permisero di andar più innanzi. Siccome al precedente anno dicemmo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], erano fuggiti per paura dei dogi molti nobili veneziani a Trivigi. Quivi stando e tenendo segrete intelligenze con gli altri nobili rimasti in Venezia, per loro consiglio elessero doge Obelerio tribuno. Il che inteso dai due indegni dogi, cioè da Giovanni e da Maurizio suo figliuolo, che dovettero anche avvedersi della poca sicurezza del loro soggiorno, spaventati presero la fuga. Giovanni si ritirò a Mantova, Maurizio se ne andò in Francia, per implorar la protezione di Carlo Magno. E tentarono ben essi più volte di ritornare alla patria, ma sempre rigettati, finirono i loro giorni in esilio. All'incontro Obelerio fu con gran festa accolto dal popolo, e intronizzato in Malamocco, dove allora dovea esser la principal residenza di que' dogi. Egli da lì a non molto ottenne dal popolo, che Beato suo fratello fosse anch'egli assunto alla dignità di doge, e dichiarato suo collega. Per paura d'esso Obelerio, Cristoforo vescovo d'Olivola, siccome parente dei dogi scacciati, uscì di Venezia, e in suo luogo fu eletto vescovo Giovanni diacono. Rapporta l'Ughelli all'anno seguente, ma dovea piuttosto dire al presente, un diploma di Carlo Magno, dato in favore dell'antico monistero di santa Maria, situato fuori di Verona presso la porta appellata dell'Organo, anche oggidì esistente, ed inchiuso nella città. La data sua, che esso Ughelli mise fuor di sito, è questa: Imperante domno Carolo Magno imperat. anno IV, de mense novembris, Indictione XIII. Osservò il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad ann. 804.], che l'indizione XIII non conviene all'anno presente, ma bensì al seguente, e che questo diploma non sa dello stile della cancelleria di Carlo Magno, e convenir esso piuttosto a Carlo Crasso ossia il Grosso, imperadore. Allorchè io visitai per opera del chiarissimo marchese Scipione Maffei le pergamene dello archivio del suddetto monistero veronese, trascurai di esaminare l'originale o la copia antica di questo privilegio, in cui son corsi varii errori per negligenza dell'Ughelli. Per altro non sussiste già che l'indizione XIII sia qui scorretta. Cominciò essa nel settembre dell'anno presente, e però era in corso nel novembre; e durava similmente allora tuttavia l'anno IV dell'impero di Carlo Magno. Tali note cronologiche non possono già accordarsi con gli anni di Carlo Crasso Augusto. Del resto, se questo sia documento autentico e sicuro, ne potrà render miglior conto chi avrà sotto gli occhi quella cartapecora.