DCCCLXV

Anno diCristo DCCCLXV. Indizione XIII.
Niccolò papa 8.
Lodovico II imp. 17, 16 e 11.

Probabilmente succedette in questo anno ciò che abbiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 29.], le cui parole furono copiate dall'autore della Cronica del monistero di Volturno e da Leone Ostiense. Maielpoto gastaldo, cioè governatore di Telese, e Guandelperto gastaldo di Boiano nel ducato di Benevento, tali e tante preghiere adoperarono, che indussero Lamberto duca di Spoleti, e Garardo ossia Gherardo conte di Marsi, a voler colle loro armi dare addosso ai Saraceni. Tutti dunque insieme assaltarono que' Barbari, nel mentre che dal territorio di Capua e Napoli se ne tornavano a Bari, carichi tutti di bottino. Ma il feroce loro sultano con tal bravura li ricevette, che li mise tosto in iscompiglio e in fuga, con restare assaissimi cristiani morti sul campo, e molti altri condotti via prigioni, ai quali parimente fu di poi crudelmente levata la vita. Perirono in quella giornata, valorosamente combattendo, i due gastaldi suddetti col conte Gherardo. Tali parole sembrano indicare che a Guido duca di Spoleti fosse succeduto Lamberto. Presero da lì innanzi i Saraceni maggior baldanza e rabbia, onde a man salva faceano scorrerie per tutto il ducato di Benevento, con distruggere dovunque giugnevano; e, a riserva delle principali città, luogo appena vi restò che non andasse a sacco. Toccò spezialmente questa disavventura a Telese, Alife, Supino, Boiano, Isernia e al castello di Venafro, che furono interamente disfatti. Arrivarono le loro masnade anche al suddetto monistero di san Vincenzo di Volturno [Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic. pag. 403.] che era dei più ricchi d'Italia, e tutto lo spogliarono con dissotterrare ed asportare il suo tesoro. Convenne anche pagar loro tre mila scudi d'oro, perchè perdonassero alle fabbriche, nè vi attaccassero il fuoco. Però giusto sospetto nasce che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 35.] senza fondamento scrivesse, essere stato in tal congiuntura incendiato quell'insigne monistero. Noi vedremo che molto più tardi gli succedette questa disgrazia. Per altro sappiamo da lui che que' monaci si rifugiarono e salvarono nel castello fabbricato da essi in vicinanza del monistero. Era in questi tempi abbate di monte Casino Bertario, uomo letterato, che compose molti trattati e sermoni, siccome ancora alcuni libri di grammatica e medicina, ed assaissimi versi scritti all'imperadrice Angilberga e agli amici suoi. Questi pensando ai pericoli in cui per l'addietro si era trovato il suo monistero per cagione de' Saraceni, nemici del nome cristiano e troppo amici delle sostanze dei cristiani, avea prima d'ora fatto cingere di forti mura e torri quel sacro luogo, ed in oltre cominciata alle radici del monte una città, che oggidì si appella San Germano. Giovò al monistero in tal congiuntura quella fortificazione, ma giovogli anche più il senno d'esso abbate; perchè appena ebbe sentore dell'avvicinamento di quei crudi infedeli, pervenuti sino a Teano, che mandò a trattar con loro di composizione. Tre mila scudi d'oro pagò anch'egli, e coloro contenti se n'andarono. Intanto Landolfo vescovo e signore di Capua [Erchempertus, Hist., cap. 30.], dopo aver cacciato dalla città i suoi nipoti, figliuoli di Landone già conte, che si fortificarono in alcune castella, tutto dì andava ordendo nuove cabale, ingannando ora Guaiferio principe di Salerno, a cui Capua avrebbe dovuto ubbidire, ed ora Adelgiso principe di Benevento. Tirò poscia in Capua i suddetti suoi nipoti, affinchè facessero guerra agli altri suoi nipoti, figliuoli di Pandone. Seguì finalmente pace fra essi cugini, e tutti entrarono in Capua. Ma non mancò all'astuto prelato maniera di dividerli ed ingannarli, con sostenere a forza di queste arti la sua signoria anche nel temporale. Intanto spedì papa Niccolò in Lorena e Francia Arsenio vescovo d'Orta suo legato, che astrinse il re Lottario a richiamare e a ricevere in sua corte la regina Teotberga. Avea anch'esso vescovo indotta l'imperadrice Gualdrada a venire in Italia per presentarsi al sommo pontefice; e la medesima promessa avea riportato da Engeltruda, figliuola del conte Matfrido e moglie di Bosone conte, scomunicata dal papa, perchè fuggita dal marito viveva in un totale libertinaggio. Ma dietro alla strada si trovò da ambedue deluso. Gualdrada giunta sino a Pavia [Epist. 55 Nicolai I papae.], non passò oltre, richiamata dall'adultero re, che di nuovo cominciò a maltrattare la regina Teotberga; Engeltruda anch'ella se ne ritornò ai suoi stravizzi in Francia. Non dormiva intanto la imperadrice Engilberga, attendendo ad impetrar continuamente dei doni dall'Augusto suo consorte. Da un documento, che io diedi alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXII, pag. 241.], apparisce che nell'anno presente, o pure nell'antecedente, Gualberto vescovo di Modena, messo dell'imperador Lodovico, la mise in possesso della corte di Wardestalla, oggidì Guastalla, città che poi passò sotto la signoria del monistero di San Sisto di Piacenza, fondato e dotato dalla medesima Augusta.