DCCCLXXVI

Anno diCristo DCCCLXXVI. Indiz. IX.
Giovanni VIII, papa 5.
Carlo II imperadore 2.

Per quanto s'ha dagli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.], Carlo Calvo imperadore soggiornò in Roma fino al dì cinque di gennaio, nel qual tempo papa Giovanni diede una bolla in favore del monistero di san Medardo di Soissons, riferita dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 3.], e scritta quarto nonas januarii per manum Anastasii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis quarto, imperante domno piissimo perpetuo Augusto Carulo, a Deo coronato magno imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona, cioè nella stessa guisa che si praticò cogli antichi Augusti. Partissi dunque da Roma l'imperadore novello, e venuto a Pavia, colà convocò la dieta del regno d'Italia, che si tenne nel mese di febbraio. V'intervennero diciotto vescovi, alla testa de' quali era Ansperto arcivescovo di Milano, e Bosone fratello di Richilda imperadrice (poco dianzi da Carlo dichiarato duca di Lombardia, con dargli la corona ducale), e dieci conti, fra' quali Suppone, che tuttavia teneva il governo del ducato di Spoleti, e Boderado conte del sacro palazzo. Non dovea prima d'ora essere stato eletto e riconosciuto in dieta alcuna per re d'Italia esso Carlo Calvo. Per sicurezza sua, ed anche per conservare i suoi diritti ai principi di questo regno, volle l'Augusto Carlo che ne seguisse la solenne funzione. Le parole dell'accettazione son queste, secondo l'edizion più copiosa d'esso concilio [Rer. Ital. P. II, tom. 2.]: Jam quia divina pietas vos, beatorum Apostolorum, Petri et Pauli interventione, per vicarium ipsorum, domnum videlicet Johannem, summum pontificem, et universalem papam, spiritalemque patrem vestrum, ad profectum sanctae Dei Ecclesiae, nostrorumque omnium invitavit, et ad imperiale culmen sancti Spiritus judicio provexit: nos unanimiter vos protectorem, dominum, ac defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus, ec. Ed ecco come cominciarono anche i magnati del regno d'Italia ad eleggere il re loro: cosa praticata sempre sotto i re longobardi; ma, per quanto sembra, dismessa sotto i precedenti imperadori franzesi. Passato di poi Carlo Calvo in Francia, fece quivi tenere un concilio, ossia un'altra dieta in Pontigone, dove fu medesimamente riconosciuto per imperadore dai baroni della Francia, Borgogna, Aquitania, Settimania, Neustria e Provenza, nel giugno dell'anno presente. V'erano presenti i legati apostolici Giovanni vescovo di Tuscania e Giovanni vescovo di Arezzo. Vi comparve lo stesso Carlo, vestito pomposamente alla greca, e da essi legati gli furono presentati per parte del papa varii regali, fra' quali uno scettro e un bastone d'oro, o pure indorato. In questi tempi la vedova imperadrice Angilberga menava sua vita nel monistero insigne di santa Giulia di Brescia, che il defunto Augusto consorte suo Lodovico II, giusta l'uso, o, per dir meglio, abuso d'allora, aveva a lei conceduto in commenda, ossia in governo, finchè ella vivesse. Da una lettera di papa Giovanni [Epist. 43 Johannis Papae VIII.], a lei scritta nell'anno seguente, pare che traspiri aver ella già preso l'abito monastico; ma questo non è certo, a creder mio. Siccome dicemmo, Carlomanno l'avea nel precedente anno spogliato del suo tesoro. Le restavano molte terre e stabili, a lei donati dall'Augusto consorte, e almen buona parte di questi ella intendeva di donare al monistero delle sacre vergini di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza. Ma perciocchè non si fidava delle mani rapaci dei re suoi parenti, che o signoreggiavano o aveano pretensioni negli stati, dove ella avea que' beni, però quest'anno ella si procacciò un diploma di protezione da Lodovico I re di Germania, dato XIII kal. augusti, anno XXXVIII regni domni Hludowici serenissimi regis in orientali Francia, Indictione VIIII. Leggesi questo nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.]. Non si sa ch'ella se ne procurasse un altro simile da Carlo Calvo imperadore, perchè non godeva molto della di lui grazia. Siccome accennai di sopra, in esso diploma Angilberga è appellata da Lodovico dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga: il che fa conoscere l'abbaglio preso dal Campi [Campi, Istor. Piacent., lib. 7.] in ispacciarla figliuola naturale del medesimo re Lodovico. Se crediamo agli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], Carlo Calvo montato in superbia, faceva intanto delle sparate contra d'esso re suo fratello, non solamente negando di volergli dar parte alcuna degli stati del defunto comune nipote Lodovico, ch'egli pretendeva, ma anche minacciando e vantandosi ridicolosamente di voler condurre tanta quantità di cavalli, che bevendo tutta l'acqua del Reno, porgerebbono a lui comodità di passare per l'alveo asciutto di quel fiume. Avendo poscia udito che Lodovico si metteva in ordine per ben riceverlo, cadutegli le penne, mandò ambasciatori per trattar di pace. Ma il re Lodovico preso da mortale infermità, terminò i suoi giorni nel palazzo di Francoforte nel dì 28 d'agosto: principe che nella storia germanica di Reginone si meritò questo nobile elogio [Regino, in Chron.]. Fuit autem iste princeps christianissimus, fide Catholicus, non solum saecularibus, verum etiam ecclesiasticis disciplinis sufficienter instructus. Quae religionis sunt, quae pacis, quae justitiae ardentissimus exsecutor. Ingenio callidissimus, consilio providentissimus, in dandis, sive subtrahendis publicis dignitatibus discretionis moderamine temperatus, in praelio victoriosissimus; armorum quam conviviorum apparatu studiosior; cui maximae opes erant instrumenta bellica; plus diligens ferri rigorem quam auri fulgorem; apud quem nemo inutilis valuit; in cujus oculis perraro utilis displicuit; quem nemo muneribus corrumpere potuit; apud quem nullus per pecuniam, ecclesiasticam, sive mundanam dignitatem obtinuit; sed magis Ecclesiam, probis moribus et sancta conversatione; mundanam devoto servitio et sincera fidelitate. Gli è tenuta la Germania, specialmente per aver egli fondato quel vasto regno; e per questo, ma più per le sue virtù, tuttavia illius memoria in benedictione est. Lasciò dopo di sè tre figliuoli, cioè Carlomanno primogenito, Lodovico II e Carlo appellato il Grosso.

Tutto ringalluzzito l'imperador Carlo Calvo all'avviso della morte del fratello, allora fu che si tenne in pugno la conquista di tutto il paese toccato in parte ad esso Lodovico di qua dal Reno [Annal. Franc. Bertiniani. Annal. Francor. Metenses. Regino, in Chronico.]. Ammassato dunque un poderoso esercito, andò ad occupare Aquisgrana e dipoi Colonia. Accorse nella ripa opposta del Reno Lodovico II con quanti armati egli potè in quell'angustia adunare; spedì ancora legati all'Augusto suo zio, pregandolo con tutta umiltà di ricordarsi della parentela, dei patti e giuramenti fatti nel dividere il regno di Lorena. La risposta assai galante fu, che i patti erano seguiti col fratello, e non già coi figliuoli del fratello. Allora Lodovico, benchè inferiore di forze, rivolto il timore in rabbia, animosamente passò di qua dal Reno, e fattosi forte nel castello di Adernaco, tornò ad inviare ambasciatori a Carlo con chiedere pace. Fece vista Carlo di volerla, e promise d'inviare a Lodovico i suoi messi per trattare di qualche accordo; ma nella seguente notte mise in armi tutte le sue schiere per improvvisamente assalire il nipote. Avvisato Lodovico segretamente di questo disegno da Guiliberto vescovo di Colonia, con ordinare che i suoi mettessero le camicie sopra il giuppone, coraggiosamente si mosse contro della nemica armata, che già era in marcia, e confidato in Dio, attaccò la zuffa nel dì 8 di ottobre. Toccò alla perfidia di Carlo Calvo quello che si meritava. Andarono vituperosamente in rotta le genti sue; molti furono gli uccisi, molti i prigioni, fra' quali un vescovo, un abate e quattro conti; e si arricchirono assaissimo tutti i vincitori; tanta fu la copia del bottino in oro, argento, merci e bagaglie. Crescevano intanto i guai della Italia a cagion de' Saraceni, i quali avendo tirato dall'Africa in Calabria de' gagliardi rinforzi, s'erano talmente ingrossati, che faceano paura a tutte le città cristiane del vicinato [Erchempertus, Hist., cap. 38.]. Venne a Taranto un nuovo lor generale, che, assunto il titolo di re, ed uscito in campagna, diede un terribile sacco al territorio di Benevento, di Telese e di Alifi. Volle di nuovo provar la sua fortuna contra di quegl'infedeli Adelgiso principe di Benevento; ma rimasto sconfitto, fu obbligato a comperarsi un po' di quiete col rimettere in libertà il sultano, già fatto prigione col riacquisto di Bari. I due compagni di costui Annoso ed Abadelbach, dianzi spediti da lui a Taranto per trattare di qualche accordo, restarono colà, nè più fecero ritorno. Ora il popolo di Bari, veggendosi in pericolo di cader di nuovo in mano dei Mori [Lupus Protospata, in Chronico.], chiamarono da Otranto Gregorio generale dei Greci, che con un buon nerbo di truppe venne a prendere il possesso di quella città; ma, secondo la fede greca, mise tosto le mani addosso a quel governatore e ai principali cittadini, e li mandò a Costantinopoli. Andarono poscia i Greci colla spedizion di varie lettere pregando quei di Salerno, Napoli, Gaeta ed Amalfi di dar loro aiuto contra de' Saraceni. Ma cantavano ai sordi. Que' principi e popoli aveano fatta pace con que' Barbari; anzi unitisi con essi cominciarono colle lor navi ad infestar la riviera romana e il suo ducato. Papa Giovanni, le cui lettere si cominciano a leggere nel settembre di questo anno, essendo perite le precedenti, non avendo forze bastanti da opporre a questo torrente, si diede a tempestar con lettere [Epist. 1, 7, 21, etc. Johannis VIII Papae.] Bosone duca, lasciato da Carlo Calvo come vicerè in Italia, e poi lo stesso imperadore Carlo, con rappresentar loro lo stato miserabile in cui si trovava il paese intorno a Roma per le scorrerie de' Saraceni, e implorando l'aiuto loro. Acremente si lamenta egli ancora de confinibus et vicinis nostris, quos marchiones solito nuncupatis, che facevano anch'essi alla peggio contro gli stati della Chiesa. Vuol egli significare Lamberto e forse Guido suo fratello, duchi di Spoleti, e forse anche Adalberto marchese e duca di Toscana, in una lettera [Epist. 22 ejusdem.] scritta allo stesso Lamberto. Il prega di rimediare ai danni che da i di lui uomini venivano fatti a quei di san Pietro e di Guido: col qual nome se egli significa il fratello di Lamberto, si viene a conoscere ch'egli non avea parte in quelle violenze. Ma Carlo Calvo, nulla curando le preghiere del papa, nè il debito suo, altra premura non aveva in questi tempi, che di spogliare, se avesse potuto, i nipoti suoi de' loro stati: nel che andarono falliti i suoi desiderii e disegni. Intanto que' principi si divisero fra loro l'eredità paterna [Regino, in Chron.]. A Carlomanno toccò la Baviera, la Pannonia, la Carintia, la Schiavonia e la Moravia; a Lodovico la Francia orientale, la Turingia, la Sassonia, la Frisia e una parte del regno della Lorena; a Carlo il Grosso l'Alemagna, cioè la Svevia, con alcune città della Lorena. Circa questi tempi la Russia, che a' nostri giorni per cura di Pietro il grande è salita in tanta potenza e credito, abbracciò la religione di Cristo [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basil. Imper.], e cominciò ad avere un arcivescovo, spedito colà da sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli. Si scorge poi da un placito da me pubblicato nelle giunte della Cronica casauriense [Chronic. Casauriens. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.], che era stato tolto il governo di Spoleti a Suppone conte o duca di quella contrada; perciocchè nel presente anno si truova un decreto fatto in favore del monisterio di Casauria per jussionem domni Karoli imperatoris Augusti, et per jussionem Lamberti et Widonis comitum. Fu scritto quel documento anno domni Karoli piissimi imperatoris Augusti, anno imperii, in Dei nomine, primo, seu et temporibus Widonis comitis anno comitatus ejus primo, mense junio, per Indictionem IX. Sicchè Lamberto per grazia di Carlo Calvo imperadore ricuperò il ducato di Spoleti; e Guido suo fratello fu anch'egli fatto duca, e pare che signoreggiasse nel ducato spoletino di qua dell'Apennino, cioè in Camerino e Fermo. Truovasi poi negli anni seguenti memoria di Suppone conte nelle lettere di papa Giovanni VIII [Epist. 107 et 130 Johannis Papae VIII.], dalle quali si raccoglie che governava Milano, Pavia e Parma; e però dovrebbe essere stato duca o marchese di Lombardia, come era dianzi Bosone, passato al governo della Provenza.