DCCCLXXXVII

Anno diCristo DCCCLXXXVII. Indiz. V.
Stefano V papa 3.
Carlo il Grosso imperad. 7.

Trovavasi l'imperador Carlo dopo Pasqua a Guibelinga fra Maneim ed Eidelberga [Annales Francor. Fuldenses. Freheri.], quando comparve alla sua corte Berengario duca del Friuli, informato che gli soprastava una gran tempesta per la violenza usata in Vercelli contra di Liutvardo vescovo di quella città, da noi già veduto sì potente appresso di questo Augusto. Si seppe così ben maneggiare Berengario, che placò lo sdegno dell'imperadore, et magnis muneribus, contumeliam, quam in Liutwardum priori anno commiserat, componendo absolvit, come s'ha dagli Annali di Fulda presso il Freero. Sembra adunque ch'egli rifacesse a Liutvardo, e con usura, i danni recati a lui in Italia. Mancò di vita in quest'anno Bosone re di Provenza e della Borgogna inferiore nel dì 11 di gennaio. Restò di lui un figliuolo partoritogli da Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore, a cui fu posto il nome di Lodovico in onore dell'avolo materno. Abbiam veduto quanto odio portassero i re della Gallia e della Germania a Bosone, perchè usurpatore di sì bella parte della monarchia franzese. Ma Bosone favorito dalla propizia disposizione di questi tempi, si mantenne la corona in capo; e, quel che è più da stupire, il suddetto suo figliuolo Lodovico, che non potea aver compiuti i dieci anni, portossi nel presente anno alla corte dell'imperadore Carlo, per pagargli i tributi del suo ossequio, e dichiararsi suo vassallo. Piacque tanto all'imperadore quest'atto, che avuto anche riguardo alla parentela, l'accolse con singolare onorevolezza, e non finì la faccenda che l'adottò per suo figliuolo. Suscepit ad hominem (cioè per vassallo), sibique adoptivum filium constituit, dicono gli Annali suddetti. Se ne ricordi il lettore, perchè questo Lodovico si farà conoscere dopo alquanti anni in Italia, e il vedremo anche imperador de' Romani. Andava intanto declinando in esso Carlo imperadore la sanità del corpo, e non men quella della mente. Aprissi con ciò una favorevol congiuntura per abbattere la fortuna di Liutvardo vescovo di Vercelli, a chiunque de' baroni e cortigiani o dall'invidia o dai giusti motivi era animato contra di lui. Verisimile è, che se Berengario duca era tuttavia alla corte, o almeno che gli amici suoi si sbracciassero per atterrar questa torre. L'arme, con cui ottennero il loro intento, fu la calunnia. Il continuator degli Annali di Fulda presso il Lambecio [Annales Fuldenses Lambecii.], che sparla forte di questo vescovo, giugne fino a dire ch'egli era eretico, e che sosteneva essere il Signor nostro Gesù Cristo unum unitate substantiae, non personae. Niente è più facile che il sognare od inventar tutto contra chi è in odio al pubblico. Ma quello che diede il crollo a Liutvardo, fu l'avere gli Alemanni nemici suoi fatto credere all'imperadore, che fra lui e l'imperadrice Riccarda passasse un'indecente amicizia, perchè egli praticava assai familiarmente con esso lei. Bastò questa sola ombra all'imperadore per cacciare vituperosamente da sè il dianzi sì caro e potente ministro, e per ispogliarlo di tutte le sue cariche, senza dar luogo a ragione alcuna in contrario. Da lì poscia a pochi giorni, fatta venir l'imperadrice nel consilio de' suoi ministri, vomitò anche contra di lei il suo sdegno, e con istupore di tutti protestò di non averla mai toccata in dieci anni di matrimonio passati con lei. Crebbe la maraviglia all'incontro all'udire Riccarda protestare, che non solamente il marito Augusto niun commercio aveva avuto con lei, ma neppure altra persona; e ch'ella era vergine, esibendosi di provare questa sua asserzione col giudizio di Dio, cioè o col duello da farsi da qualche campione per lei, o dalla pruova dei vomeri infocati ch'ella stessa farebbe: riti praticati dall'ignoranza di questi barbari secoli, e disapprovati sempre dai saggi tra i Cattolici. Con ciò difese ella bastevolmente l'innocenza sua. Ma dopo la deformità di quest'atto, o non reggendo il cuore a Riccarda di abitar più con un consorte scimunito, o non volendola più lo stesso Augusto nella sua corte, ella si ritirò in Andela, monistero d'Alsazia, da lei fabbricato, dove santamente condusse il resto di sua vita, e dopo morte fu onorata qual santa.

Crescendo intanto i malori di esso Augusto, intimò egli una dieta generale del regno a Triburia pel prossimo novembre, affin di provvedere ai bisogni della monarchia; e probabilmente colla speranza, o almeno col desiderio di far accettare ai baroni per suo successore Bernardo suo figliuolo bastardo. La prima di quel tempo, per attestato degli antichi Annali [Annales Fuldens. Freherii.], molti de' principali baroni della Francia, Sassonia, Baviera ed Alemagna, non volendo più sofferire un principe sì screditato, e divenuto oramai affatto inetto al governo, fecero insieme congiura, ed invitarono al regno Arnolfo, figliuolo bastardo di Carlomanno già re di Germania e d'Italia. L'autore degli Annali lambeciani [Annales Fuldenses Lambecii.] ancor qui pretende che Liutvardo scacciato, come dicemmo, da Carlo Augusto, ricoveratosi in Baviera presso il medesimo Arnolfo, macchinasse con lui di deporre esso imperadore, e di prendere le redini del governo. Se ciò fosse vero, segno ben sarebbe che a Liutvardo non mancavano amici per tutta la monarchia de' Franchi. Comunque sia, verso la metà di novembre si tenne la dieta suddetta; tutti i baroni, e tutti infino i principali cortigiani, abbandonando il misero imperadore, riconobbero per re il giovane Arnolfo, creduto da essi il più abile al governo fra quei pochi che restavano della discendenza maschile di Carlo Magno. In così abbietto stato rimasto questo Augusto, dianzi padrone di quasi tutto l'Occidente, ed allora vivo spettacolo della caducità delle cose terrene, che altro ripiego non seppe prendere, se non quello d'inviar molti regali al nipote Arnolfo, e di pregarlo che almeno gli concedesse alquanti luoghi in Alemagna per sostentamento suo, finchè Dio il lasciasse in vita; e gli ottenne, ma per poco tempo ne potè godere l'uso. Mandò anche il figliuolo Bernardo ad esso Arnolfo, che gli assegnò varii beni per suo retaggio. I principi e popoli della Gallia, tuttochè seguitassero ad essere flagellati dai Normanni, pure non concorsero punto nell'elezione d'Arnolfo, e presero, siccome dirò, altre risoluzioni. Per lo contrario i popoli della Francia orientale, della Sassonia, Turingia e Baviera, e di una parte della Schiavonia, accettarono per loro signore Arnolfo. Per conto dell'Italia, finchè visse il deposto Carlo il Grosso, niuna mutazion vi si fece, e solamente si tennero consigli e si formarono leghe per quello che già si prevedeva vicino. Cadde infermo in quest'anno Giovanni doge di Venezia, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e non potendo accudire al governo, quantunque già fosse stato dichiarato suo collega nel ducato Orso suo fratello, tuttavia diede licenza al popolo di eleggersi un nuovo doge. E fu eletto Pietro Candiano nel dì 17 di aprile, uomo di gran senno e cuore negli affari della guerra. Questi procedette ostilmente contro gli Schiavoni; ma essendo egli restato ucciso nel mese di settembre in una zuffa, il doge suddetto Giovanni ripigliò il governo, e sopravvisse anche sei mesi e tredici giorni. Era signore di Capoa Landone conte [Erchempertus, Hist., cap. 63 et seq.]. Tra per esser egli uomo pigro e disattento, e perchè si trovava malconcio dalle febbri, per curar le quali si portò ad abitare in Teano, giunse a perderne la signoria nell'anno presente nel dì dell'Epifania. Atenolfo suo parente, accordatosi prima con Atanasio II vescovo e duca di Napoli, che teneva mano a tutte le cabale di questi tempi, s'impadronì di Capoa, e, siccome avea promesso, si dichiarò vassallo del suddetto Atanasio, con dargli per ostaggio un suo figliuolo. Ma pentitosi dipoi, si raccomandò a Guido duca di Spoleti, il quale con tal forza ne trattò col vescovo suddetto, che fece restituirgli lo strumento dell'obbligazione, e rimandargli il figliuolo. Trattò poscia Atenolfo con papa Stefano di farsi suo vassallo, di dargli Gaeta ch'egli avea poco avanti presa con un'astuzia, e di aiutarlo contra de' Saraceni abitanti presso il Garigliano, col mandare a tal fine a Roma Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, e Dauferio diacono. Ma stette poco a dimenticar la parola data, e nulla attenne di quanto avea promesso. Non mancavano già aderenti in Capoa a Landone conte, escluso già dal dominio di quella città, che l'invitavano a ritornarvi. Animato da questa speranza, un dì nascoso in una carretta entrò in essa città, e a dirittura andò al palazzo del vescovo, cioè di Landolfo juniore suo figliuolo, dove raunò tosto alquanti de' suoi fautori. Atenolfo, che non dormiva, sollecitamente si mise in armi, laonde si venne alle mani fra le due fazioni. Prevalendo quella di Atenolfo, Landone ebbe per grazia di potersene andar sano e salvo; ma i suoi, e fra gli altri il vescovo Landolfo, furono messi in prigione, e dopo non molto rimessi in libertà. Circa questi medesimi tempi, e forse vivente tuttavia l'imperador Basilio [Erchempertus, Hist., cap. 67.], Guaimario I principe di Salerno, si portò alla corte di Costantinopoli, ricevuto quivi con distinti onori, e creato patrizio dall'imperadore, se ne tornò poscia in Italia. Questo vuol dire che egli giurò fedeltà ed omaggio ai Greci. Una carta di molta importanza, benchè non assai corretta, ci ha conservato l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Firman.], scritta da Teodosio vescovo di Fermo nell'anno presente, dove è riferito ii consenso omnium venerabilium episcoporum in ducatu spoletano degentium. Questi erano i vescovi di Rimini, Fossombrone, Ancona, Camerino, Sinigaglia, Spoleti, Fano, Pesaro, Umana, Perugia, Osimo, Rieti, Cagli, Lodone (non so che sia), Urbino, Nocera, Terni e Forlì: la qual ultima città forse è nome guasto. Ora ecco fin dove si stendesse allora il ducato di Spoleti, con cui andava unita la marca di Camerino, appellata poi di Fermo, e finalmente d'Ancona.