DCCCXCIII
| Anno di | Cristo DCCCXCIII. Indizione XI. |
| Formoso papa 3. | |
| Guido imperadore 3. | |
| Lamberto imperadore 2. | |
| Berengario re d'Italia 6. |
Uomo inquieto e maligno era in questi tempi Zventebaldo duca della Moravia, chiamato anche re da talun degli storici. Di più benefizii l'avea colmato Arnolfo re della Germania, massimamente con dargli in feudo la Boemia. Scoprì costui nell'anno presente il suo mal talento contra dello stesso suo benefattore, laonde fu obbligato Arnolfo ad impugnar la spada per mettere in dovere l'ingrato. Ma non parendo a lui d'aver forze sufficienti per tale scabrosa impresa, chiamò in rinforzo suo i nuovi abitatori della Pannonia, cioè gli Ungheri, iniquissima e crudelissima gente, coi quali abbassò Zventebaldo, che fu costretto a rendersi tributario di Arnolfo, e a dargli per ostaggio un suo figliuolo, come s'ha da Reginone [Rhegino, in Chronico.]. Di questa risoluzione riportò egli gran biasimo fra i Cristiani, perchè quella barbara schiatta imparò le vie di nuocere alle circonvicine contrade, ma specialmente portò dipoi la desolazione alla misera Italia. Prorompe qui in una escandescenza Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 5.] contra di Arnolfo, con dire fra le altre cose: Hungarorum cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, caedis et omnium rapinarum solummodo avidam in auxilium convocat: si tamen auxilium dici potest, quod paullo post, eo moriente, tum genti suae, tum ceteris in Meridie Occasuque degentibus nationibus grave periculum, immo excidium fuit. Quid igitur? Zventebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius: sed Domino solus. O caecam Arnulfi regis regnandi cupiditatem! O infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europae contritio. Quid mulieribus viduitates, patribusque orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus, populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, caeca ambitio paras? Lascio il resto di quelle giuste doglianze. Intanto andavano in Italia di male in peggio gli affari del re Berengario, troppo soperchiato dalle maggiori forze di Guido imperadore [Idem, ibid., cap. 7.]. Altro ripiego non avendo, si rivolse egli al potentissimo e vittorioso re Arnolfo, con implorare il suo aiuto, e suggettarsi in tutto, se gli dava assistenza per atterrar l'avversario, e per fargli acquistar tutto il regno d'Italia. Pertanto spedì Arnolfo in Italia Zventebolco, ossia Zventebaldo o Zuenteboldo, suo figliuolo bastardo, con un poderoso esercito, che unito con quel poco che restava a Berengario, a dirittura s'inviò alla volta di Pavia per farne l'assedio. V'era dentro l'imperador Guido, uomo di accortezza militare e di non minor vigilanza provveduto. Avea egli barricato con buone palizzate le rive di un fiumicello che bagna quella città, e quivi disposto il suo accampamento in guisa tale, che l'esercito nimico non potea nuocere al suo. Più giorni passarono senza che seguisse un menomo badalucco. Vi fu un Bavarese che ogni dì caricava di villanie gli Italiani, chiamandoli gente vile, che non osava di combattere, che non sapea stare a cavallo; e per maggior loro vergogna un dì gli venne fatto di levar di mano la lancia ad un Italiano, e di tornarsene con essa tutto fastoso al suo campo. Adocchiò la boria di costui Ubaldo, padre di quel Bonifazio, il quale poscia a' tempi di Liutprando storico fu marchese di Camerino e di Spoleti; nè potendo digerir l'affronto fatto da costui all'armata italiana, gli stette alla posta nel dì seguente, e imbracciato lo scudo, andò ad incontrarlo, e lasciatolo ben caracollare, all'improvviso se gli avventò dietro, e venuto seco a duello, gli passò colla lancia il cuore. Da questo fatto presero ardire gl'Italiani, terrore i Bavaresi. O sia che Guido in tale occasione si valesse della possente interposizione della regina pecunia, come vuole Liutprando; ovvero che il re Arnolfo richiamasse il figliuolo in Baviera, come scrive il panegirista di Berengario [Anonymus, Panegir. Berengarii, lib. 2.]: certo è che Zventebaldo se ne tornò colle truppe in Germania, senz'altro avere operato in profitto di Berengario che di raffrenare alquanto i progressi di Guido Augusto. Ma questi appena mirò allontanato dall'Italia quel temporale, che più che mai tornò ad incalzare l'emulo Berengario. Allora fu che Berengario personalmente passò in Baviera per rappresentare con più efficacia la prepotenza di chi era avversario non men suo che del re Arnolfo; e supplicò di calar egli stesso in Italia, per prendere possesso di questo regno, ch'egli poi riconoscerebbe come vassallo dalla di lui potente mano. Abbiamo inoltre dal continuator degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] che anche papa Formoso con sue lettere, e colla spedizione di molti baroni d'Italia, sollecitò il re Arnolfo a questa spedizione, lamentandosi ancora delle oppressioni fatte da Guido alla Chiesa romana. Missi autem (scrive quell'autore) Formosi apostolici cum epistolis et primoribus italici regni ad regem in Bajoaria advenerunt, enixe deprecantes, ut italicum regnum, et res sancti Petri ad suas manus a malis Christianis eruendum adventaret: quod tunc maxime a Widone tyranno affectatum est. Truovavasi allora il re Arnolfo in Ratisbona, e con tutta onorevolezza accolti que' baroni e regalati, li rispedì in Italia, promettendo di calarvi in breve anch'esso. Noi qui il vedremo frappoco, conducendo seco una formidabile armata. Il panegirista di Berengario, dopo avere raccontato che
In monitu regis patrias Sinbaldus ad oras,
seguita a dire:
Tertia vix lunae se cornua luce replerunt,
Hic laetus patriam postquam concessit ad aulam;
En Wido agmen agens iterum renovare furores
Accelerat. Contra ductor [Cioè Berengario.] depellere pestem.
Instruit arma pius, tantosque recidere fastus.
Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum
Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum
Affore, cervicesque procaci attollere fastu
Audiit, ec.
Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non vuol dunque dire tertia lunae cornua che nel mese di marzo dell'anno 891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo anno DCCCXCIII, V idus novembris Veronae; e per conseguente, secondo lui, sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai veduto alcuno. So bensì che in esso giorno V idus novembris, dell'anno presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne monistero di San Zenone [Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 217.]. Reginone [Rhegino, in Chronico.] poi pretende che Arnolfo solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] più precisamente scrive che questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi cominciavano a contar l'anno nuovo) in curte regia Weibilinga, cioè fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 8.], avere Folco arcivescovo di Rems dato avviso in quest'anno allo imperador Guido, che il suddetto re Arnolfo non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus apud Peregrin., P. I, tom. 2, Rer. Italic.]. Dacchè i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro intavolarono un trattato con Giorgio patrizio, governatore di quella città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma Pietro arcivescovo di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente temessero di qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò salvo Salerno. Scoprì poi Guaimario I principe di quella città, i traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi Atenolfo conte e principe di Capoa teneva ora con Atanasio II vescovo di Napoli, ora con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di esso Guaimario ho io riferito [Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 755.] un diploma scritto all'anno 889, in cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da Guaiferio principe suo padre. S'intitola Guaimario imperialis patricius e dice d'essergli stato conceduto dagl'imperadori Leone ed Alessandro di poter fare e disfare, allegando firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum de' medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che Guaimario prendesse delle altre misure.