DCCCXCVIII
| Anno di | Cristo DCCCXCVIII. Indizione I. |
| Teodoro II papa 1. | |
| Giovanni IX papa 1. | |
| Lamberto imperadore 7 e 5. | |
| Arnolfo imperadore 3. | |
| Berengario re d'Italia 11. |
Succedette in quest'anno ciò che narra Liutprando istorico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.] di Adalberto II, duca e marchese di Toscana: cioè, ch'egli insieme con Ildebrando molto potente conte (non si sa di qual città) si ribellò da Lamberto imperadore, e raunata una competente armata, s'incamminò alla volta di Pavia. Tantae quippe (dice egli) Adalbertus erat potentiae, ut inter omnes Italiae principes, solus ipse cognomento diceretur dives. Aggiugne ch'egli avea per moglie Berta, la quale in prime nozze con Teobaldo conte di Provenza avea partorito Ugo conte e marchese, che vedremo all'anno 926 essere creato re d'Italia. Questa altera donna figliuola del già Lottario re della Lorena, quella fu che spinse il marito a prendere le armi contra dell'Augusto Lamberto. Passato per monte Bardone, giunse egli col suo poco agguerrito esercito tino a Borgo san Donnino fra Parma e Piacenza. Intanto avvertito di questa mossa Lamberto, mentre godeva il divertimento suo favorito nella foresta di Marengo, senza aspettar che si unisse l'armata sua, con soli cento cavalli venne frettolosamente incontro ad Adalberto. Trovata la di lui gente immersa in un profondo sonno per aver votate nel giorno innanzi le botti, le diede addosso, e sopra quanti arrivò, sfogò la collera sua. Ildebrando ebbe la fortuna di salvarsi colla fuga. Non così avvenne al duca della Toscana. Colto in una greppia, dove s'era appiattato, e condotto alla presenza di Lamberto, che gli diede solennemente la berta, fu condotto prigione con altri a Pavia. Gli autori più antichi ci descrivono l'imperador Lamberto, come giovane di non molto cuore e di minore sperienza nell'armi; e qui Liutprando cel fa conoscere un Marte. Contuttociò si può ben credere che Liutprando nella sostanza del fatto non si sia ingannato. Era in Pavia esso Lamberto nel dì 27 di luglio di quest'anno, siccome costa da un privilegio da lui conceduto ai canonici di Parma, e da me dato alla luce con queste note: [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.] VI kalendas augusti anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, (sarà l'anno pisano, cioè secondo l'era volgare anno 898) domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VI, Indictione I. Actum Papiae urbe ticinensi. Dopo soli quattro mesi di pontificato, per quanto si crede, papa Romano passò a miglior vita. In luogo suo fu eletto Teodoro II, pontefice che non tenne la sedia di san Pietro più di venti giorni, ma che meritava per le sue virtù di tenerla lunghissimo tempo. Di lui così scrive Frodoardo [Frodoardus, de Romanor. Pontif., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]:
Dilectus clero Theodorus pacis amicus,
Bis senos (denos) romana dies, qui jura gubernans,
Sobrius et castus, patria bonitate refertus,
Vixit pauperibus diffusus amator et alter.
Hic populum docuit connectere vincula pacis;
Atque sacerdotes concordi, ubi junxit honore,
Dum propriis revocat disjectos sedibus, ipse
Complacitus rapitur decreta sede locandus.
Si venne ad un'altra elezione. Elesse una parte del popolo Sergio prete, il quale, se vogliam credere a Liutprando, era anche stato, siccome già dicemmo, eletto nell'anno 891, in concorrenza di papa Formoso, e poi rifugiato in Toscana sotto la protezione di Adalberto II duca. Ma più possanza ebbe il partito contrario, da cui fu non solamente eletto, ma consecrato Giovanni IX. E questi poi cacciò in esilio tanto il suddetto Sergio, quanto altri Romani di lui fautori:
Pellitur electus patria quo Sergius urbe,
Romulidumque gregum quidam traduntur abacti.
Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891 seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo Giovanni IX papa fu un usurpatore del pontificato:
Romuleosque greges dissipat iste lupus.
Comunque sia, toccò a Sergio il di sotto in questa occasione, e le poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per conoscere il sistema di questi tempi [Labbe, Concil., tom. 9.]. Prima d'ogni altra cosa fu annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata l'elezione ed unzione di Lamberto imperadore; riprovata ed annullata la barbarica di Arnolfo, quae per subreptionem extorta est. Fu ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque ad capiendum thesaurum avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che dal padre Pagi vien creduto fatto da Stefano VI papa, e già riferito all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati. Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale eccesso: Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur.
Terminato questo concilio, si portò papa Giovanni a Ravenna, per abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de' comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. Si quis Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando, inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas, aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint, imperialis ultionis indignationem incurrat. Fra gli sconcerti degli anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre l'imperadore privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis temporibus per piissimos imperatores stabilitum est. Volle dipoi il pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il concilio romano, poco dianzi pro causa domni Formosi sanctissimi papae, non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum. E perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza all'imperadore, ut alia impunita non dimittatis. Soggiunge: Ut pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est, nunc reintegretur, et inviolatum servetur. Chiamavasi Patto la signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città, ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte in territoriis beati Petri delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi ed anche Franzesi, contra apostolicam et imperialem voluntatem; vuole che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite per l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore, acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio conoscere che questo papa Giovanni era personaggio di vaglia, ma eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che peggiorarono anche di più andando innanzi.
Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario [Anonymus, in Panegyrico Berengarii.] che ne' due precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e un felice raccolto delle campagne:
Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas.
Ubere telluris potientem pace sequestra.
Ma non giunse al fine di quest'anno l'imperadore Lamberto, giovane dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione, se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il bosco di Marengo nel territorio dove fu poi fabbricata la città d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì 30 di settembre confermò egli a Gamenolfo vescovo di Modena i privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.]. Esso fu dato anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris Indictione secunda. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo, che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto. Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario:
. . . . . . . Studio jam vadit in altos
Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum
Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum;
Avia sed postquam nimio clamore fatigant
Praecipites socii, ipse uno comitante ministro.
Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,
Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,
Abrumpens teneram colliso gutture vitam.
Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua morte, lo attesta anche Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.] con dire: Ajunt sane, hunc regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse. Ma soggiugne appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare Maginfredo conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel posto ad Ugo di lui figliuolo, che Maginfredo o Magnifredo vien appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli amendue alla caccia, aspettando che passasse qualche cinghiale, fu preso Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo, facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche l'autore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] lasciò scritto, che per mano del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto, mentre erano alla caccia. Spina Lamberti era chiamata una volta la terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa, pretese così nominato quel luogo a casu Lamberti, con aver anche creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non meritano d'essere confutate.
Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la fortuna del re Berengario. Strano ben può sembrare uno strumento d'acquisto fatto da Everardo vescovo di Piacenza della metà della Rocca di Bardi, scritto [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], Berengario rege, anno regni ejus in Italia decimo, mense augusto, Indictione prima. All'agosto dell'anno presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva l'anno undecimo, e non già il decimo, del regno di Berengario; e però nulla si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da Lamberto. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Regiens. Append.] un suo diploma in favore di Azzo vescovo di Reggio, VIII idus novembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione I. Actum Papiae palatio regio. Trovò egli, per testimonianza di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.], carcerato in essa città di Pavia Adalberto II duca e marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava tuttavia la vedova imperadrice Ageltruda, madre del defunto Lamberto Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle, secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per Indictionem II. Actum civitate Regiae: cioè, a mio credere, in Reggio di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le seguenti parole: Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste. C'è motivo di credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato, giacchè non s'ode più parlare di Guido duca e marchese, di cui fu fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, Odone, re di una parte della Francia, morendo, aprì la strada a Carlo il Semplice, re dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto Arnolfo re di Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio [Struvius, Hist. German., in Vita Arnulfi.] col prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò Guido imperadore, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso, ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.