DCCCXLVI
| Anno di | Cristo DCCCXLVI. Indiz. IX. |
| Sergio II papa 5. | |
| Lottario imper. 27, 24 e 7. | |
| Lodovico II re d'Italia 3. |
Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] son chiamati Saraceni, Maurique. Col nome di Saraceni vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani, conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di Mori gli Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s. Pietro [Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense [Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.], allo stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo. Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono, poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi medesimi tempi, asserisce che costoro Romam supervenerunt, ecclesias Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et horribili captivitate diripuerunt. Con questo scrittore va d'accordo ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a Lodovico II re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.], come se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra che Lottario re de Franchi, sotto il cui nome tutto si operava dal re Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, ch'era accorso colle brigate di Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo Hludovicus Hlotharii filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit. Ma Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati dall'abbate Bassacio, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale, che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno, andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi; ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava in Aquisgrana [Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.], Giselberto, soldato, o pur vassallo del re Carlo Calvo, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a Lodovico re di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], che bramando papa Sergio di comporre le differenze tuttavia bollenti tra Venerio patriarca di Grado, e Andrea patriarca di Aquileia, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente anche Pacifico arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma più corretto ed intero dal marchese Maffei [Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.], tuttavia si legge in quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:
QVICQVID AVRO VEL ARGENTO
ET METALLIS CETERIS,
QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS
ET MARMORE CANDIDO,
NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS
IN TANTIS OPERIBVS.
HOROLOGIVM NOCTVRNVM
NVLLVS ANTE VIDERAT.
ET INVENIT ARGVMENTVM
ET PRIMVM FVNDAVERAT.