DCCCXLVIII
| Anno di | Cristo DCCCXLVIII. Indiz. XI. |
| Leone IV papa 2. | |
| Lottario imperad. 29, 26 e 9. | |
| Lodovico II re d'Italia 5. |
Bollivano forte in questi tempi fra Rabano Mauro arcivescovo di Magonza e Gotescalco monaco alcune famose controversie intorno alla divina predestinazione. Era venuto in Italia Gotescalco pieno di boria, e per dovunque passava, andava seminando le opinioni sue. Fermossi costui presso di Eberardo duca, ossia marchese del Friuli, il cui nome e titolo si comincia circa questi tempi ad udire. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.] una lettera scritta da esso Rabano a Notingo vescovo, non già eletto vescovo di Verona, ma bensì di Brescia, intorno a questo monaco; e un'altra pure scritta ad Heberardum ducem, a cui poscia sul principio dà il titolo solamente di conte, secondo il rito d'allora, trovandosi i duchi altre volte appellati marchesi ed altre conti. In essa gli dice di essergli stato riferito, quemdam sciolum nomine Gotaschalcum apud vos manere, qui dogmatizet, ec. Che questo Eberardo fosse veramente duca o marchese del Friuli, ne fa fede Andrea prete nella Cronichetta pubblicata dal Menchenio e da me [Antiqit. Ital., Dissert. II.] ristampata. Fiorì Andrea in questo medesimo secolo, e le sue parole sono tali: Multam fatigationem Langobardi et oppressionem a Sclavorum gente sustinuerunt, usquedum imperator Forojulianorum Eberhardum principem constituit. Nè altri è questo Eberardo, ossia Everardo, se non lo stesso, a cui Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens, lib. 3, cap. 26.] dice scritta una lettera da Hincmaro arcivescovo di Rems, cioè viro illustrissimo Eberardo ex principibus Lotharii. Ho anch'io, a mio credere, bastevolmente provato [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.] che da lui viene la Raccolta delle leggi longobarda, salica, etc. che si conserva nell'antichissimo Codice della cattedrale di Modena. In un diploma dell'anno 855, riferito dal padre de Rubeis [De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejens., cap. 49.], egli è chiamato da Lodovico II imperadore Eurardus illustris comes, dilectusque compater noster. Parleremo anche più abbasso di questo medesimo principe, bastando per ora di sapere ch'egli fu marito di Gisela ossia Gisla figliuola di Lottario Augusto, e fu padre di Berengario, poscia duca o marchese anch'esso del Friuli, finalmente re d'Italia ed imperador de' Romani. I soli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.] quei sono che sotto il presente anno hanno le seguenti parole: Exercitus Hlothari contra Saracenos Beneventum obtinentes dimicans, victor efficitur. Non sussiste già che i Saraceni si fossero impadroniti di Benevento. Solamente alcune brigate di essi vi erano state chiamate in soccorso da Radelgiso principe. Altro non vuol dire quello scrittore colla parola Beneventum, se non una parte del ducato beneventano, occupata dai Saraceni; oppure in vece di obtinentes, s'ha da scrivere obsidentes. Contra di quei Maomettani l'imperador Lottario dovette comandare al figliuolo Lodovico re d'Italia di procedere con una buon'armata, alla quale, secondo i suddetti Annali, riuscì di dar loro una sconfitta. Sul fine poi di questo anno, soggiugne il medesimo storico, che Mauri denuo Beneventum invadunt. Nella storia del regno di Napoli è celebre la pace che finalmente fu conchiusa tra i due competitori nel ducato di Benevento Radelgiso e Siconolfo. Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 19.] e Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. I, cap. 29.] raccontano che Landone conte di Capua, Adelmario, e Bassacio abbate di Monte Cassino, veggendo troppo assassinate quelle contrade per la lunga nemicizia di quei due principi, e per l'insaziabil crudeltà de' Saraceni abitanti in Bari, ed anche presi al suo servigio da Radelgiso, si portarono a Lodovico Augusto (che nondimeno fin qui tale non era) figliuolo di Lottario, supplicandolo di metter fine a tanti malanni. Colà pertanto si portò in persona lo stesso re Lodovico, e fattisi consegnare per forza tutti i Saraceni abitanti in Benevento, nella vigilia di Pentecoste condotti costoro fuori della città, a cadauno fece tagliar la testa. Poscia interpostosi fra i due principi litiganti, compose le lor differenze, con dividere il ducato suddetto fra loro nella forma che vien descritta dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit. Paralip., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], e con restare sottoposta a Siconolfo Capua col suo distretto, la quale nondimeno da lì a non molto scosse il giogo; con che di un solo si vennero a formare tre principati, cioè di Benevento, di Salerno e di Capua. Il solo Leone Marsicano quegli è che chiaramente dice accaduta questa divisione nell'anno 851; ed Erchemperto, col chiamare Augusto in quel tempo il suddetto Lodovico, sembra concorrere nella medesima opinione. Ma Camillo Pellegrino ebbe sospetto che ciò seguisse all'anno 850, ed io più di lui vo sospettando che anche prima possa essere succeduta una sì importante avventura. Sì Erchemperto che Leone Ostiense molta accuratezza non mostrano nel racconto di quel fatto dacchè mettono la venuta di Lodovico II a Benevento dopo la morte dell'imperador Lottario suo padre: il che non può stare, perchè Lottario mancò di vita solamente nell'anno 855. Però non è maraviglia se su questo supposto amendue danno il titolo d'imperador e ad esso Lodovico II in quella occasione.
Ora in quest'anno sembra a me più verisimile che Lodovico II re d'Italia invitato e venuto a Benevento coll'esercito suo, dividesse quel ducato. Nella parte che resta dello strumento d'essa divisione, pubblicata dal suddetto Pellegrino [Camill. Peregrin., Hist. Princ. Longobard.] Radelgiso dice: Et praesentialiter antequam domnus Ludogvicus rex cum suo exercitu exeat de ista terra, do in vestra potestate gastaldatum Montellam, ec. In quest'anno abbiam veduto che l'esercito d'esso re Lodovico era nel ducato di Benevento, nè ci resta memoria che negli anni 850 e 851 esercito alcuno franzese militasse in quelle parti. Adunque piuttosto in questo, che in quegli anni, seguì l'accordo fra i principi litiganti del regno di Napoli. Oltre a ciò, qui Lodovico è appellato solamente re: notizia che, siccome dissi all'anno 843, abbastanza indica non potersi quel fatto riferire all'anno 851, perchè Lodovico sarebbe stato allora appellato imperatore. Ma quel che più fa animo alla mia conghiettura, e forse la rende opinione certa, si è l'autorità di Giovanni Diacono, che fiorì e scrisse ne' medesimi tempi. Dopo aver egli narrato il naufragio della flotta saracenica, di cui s'è parlato nell'anno addietro, seguita a dire [Johann. Diacon., Chron. P. II, tom. 1, Rer. Ital.]: Eodem quoque anno, supplicatione hujus Sergii, principumque langobardorum, direxit Lotharius imperator filium suum Ludogvicum, bonae adolescentiae juvenem, propter catervas Saracenorum Apuliae sub rege commanentes, et omnium fines populantes. Qui adveniens, coelesti comitatus auxilio, de illis Hismahelitis triumphavit, et sagaciter ordinata divisione Beneventani et Salernitani principum victor reversus est. O sia dunque che nell'anno prossimo passato venisse l'armata franzese col re Lodovico a Benevento, ma vincesse e trionfasse nel presente; oppure che eodem anno voglia significare non per anche spirato un anno dopo il naufragio de' Saraceni: abbastanza intendiamo che in quest'anno il re Lodovico pose fine alle lunghe contese dei principi beneventani, e non già nell'anno 850 o pure 851. Era intanto il popolo romano, ma più il buon papa Leone, preso da grave malinconia sì per la fresca ricordanza del sacco dato dai Mori e Saraceni alla basilica vaticana, come pel timore d'altri simili insulti in avvenire. Mosso perciò il Magnanimo pontefice [Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.] dal comune lamento, e maggiormente ancora dal suo zelo, determinò di fabbricare intorno ad essa basilica e al borgo una città colle sue mura, porte e fortificazioni per sicurezza della medesima. Era prima di lui stato formato questo disegno da papa Leone III; anzi ne aveva egli anche in molti luoghi poste le fondamenta; ma sorpreso dalla morte, non potè continuarne la fabbrica. Ora Leone IV comunicò la presa risoluzione all'imperadore, e questi non solamente l'approvò e lodò, ma tanto egli come i re suoi fratelli mandarono a Roma una buona somma di danaro per dar principio al lavoro. Quod nutu dei, Francique juvamine regis, dice Frodoardo [Frodoardus in Vitis Pontific. Roman.], cioè di Lottario, fu intrapreso. Ordinò il papa che da tutte le città del ducato romano, da tutti i poderi del pubblico e da ogni monistero si mandassero, secondo la tassa uomini atti a faticare in quella operazione. E così nell'anno presente si cominciò la fabbrica grandiosa di questa nuova città, e nello spazio di quattro anni se ne vide il compimento. Tanto si adoperò in questo anno Lodovico re di Baviera, che ottenne da Lottario Augusto a Giselberto il perdono pel rapimento della figliuola di esso imperadore. Tiene l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc. lib. 30.] che da questo Giselberto discendesse quel Giselberto duca di Lorena che fu poi celebre nel secolo X.