DCCCXV
| Anno di | Cristo DCCCXV. Indiz. VIII. |
| Leone III papa 21. | |
| Lodovico Pio imper. 2. | |
| Bernardo re d'Italia 4. |
Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna [Rer. Ital. P. I, tom. 2.], che Martino fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma dalle mani di papa Leone; e ciò prima che mancasse di vita Pippino re d'Italia, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo, il monistero di s. Maria ad Blachernas, con averne ricevuto in regalo dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato. Parimente Anastasio [Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.] fa menzione di questa pia liberalità del papa verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia all'imperador Lodovico per chiedere licenza di poter procedere contra d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta Giovanni vescovo d'Arles con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo. Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu ad Novas, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, ubi olim fuit civitas nunc dirupta, di cui si ha menzione anche nelle Tavole itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta Porto Cesenatico, quivi finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo, perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede [Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.]. Morto lui, tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì immantinente a Bernardo re d'Italia ordine di portarsi a Roma unitamente con Geroldo conte, affin di prendere le informazioni di questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore. Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida, Teodoro nomenclatore e Sergio duca, a' quali riuscì di giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re Bernardo, diede incontanente commessione a Guinigiso duca di Spoleti di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.
Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono Erioldo re di Danimarca, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio, spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri Annali [Annal. Fuldens. Lambec.], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di luglio, alla quale intervennero Lottario re di Baviera e Pippino re d'Aquitania, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche Bernardo re d'Italia; e Tegano [Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.] scrive: Bernardus ibi ad eum venit, quem dimisit ire iterum in Italiam. Tornarono ancora da Costantinopoli i legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e vantaggiosamente assodata con Leone imperador de' Greci, il quale in questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle sacre immagini, fra' quali s. Teodoro Studita ed altri santi uomini furono cacciati in esilio. Risulta poi dalle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di beni a quel sacro luogo anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere l'opinione del p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] e dell'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 27.], che stimarono Guinigiso duca di Spoleti poco fa nominato, da cui fu quetato il tumulto di Roma, diverso da Guinigiso creato duca di quella provincia nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini [Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.] all'anno 814 si legge Guinichus dux, quasichè questi sia stato figliuolo del primo. La carta suddetta ci fa conoscere che un solo Guinigiso continuava tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione di due diversi duchi di questo nome. In vece di anno II Bernardi regis, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che altrove [Antiquit. Ital., Dissert. X.] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto [Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.] di Grimoaldo Storesaiz, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse colla sua armata addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani, qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che probabilmente era Antimo, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il che diede fine alla guerra.