DCCCXXI

Anno diCristo DCCCXXI. Indizione XIV.
Pasquale papa 5.
Lodovico Pio imperadore 8.
Lottario imperadore e re di Italia 2.

Trovavasi a Nimega l'imperador Lodovico dopo Pasqua, ed ivi nella dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa presso il Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.]. Di Lottario altro non è detto, se non che era stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re Pippino viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di Tolosa con quattro altri comitati; a Lodovico re la Baviera, la Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano ammogliarsi [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del fratello maggiore, cioè dell'imperadore Lottario. Colà arrivarono nello stesso tempo i legati di papa Pasquale cioè Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello Liudevito duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone, essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane imperador Lottario prese per moglie Ermengarda figliuola di Ugo conte [Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.], discendente da Eticone duca d'Alemagna: Qui erat de stirpe cujusdam ducis nomine Edith, scrive Tegano [Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.]. Informato il romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della congiura del fu re d'Italia Bernardo, li fece venire alla sua presenza [Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che singulos in statum pristinum restituit. Di qui han preso giusto motivo il Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che Anselmo arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse placidamente fra' suoi. Wolfoldo vescovo di Cremona (chiamato dall'Ughelli [Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.], non so con qual fondamento modenese) scrive il medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova alcuna. Teodolfo ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo monaco miciacense [Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già dicemmo all'anno 814 che il celebre Adalardo, abbate della vecchia Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che Fortunato patriarca di Grado fu accusato da Tiberio suo prete presso l'imperador Lodovico d'infedeltà [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], quasi che egli esortasse Liudevito duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte. Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato spoletino [Chron. Farfens.], da Aledramo conte, e da Adelardo e Leone, vassali e messi spediti da Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas. Aveano sessione nel medesimo giudizio Guinigiso e Gerardo duchi, Sigoaldo vescovo di Spoleti, Magio, Ittone e Liutardo parimente vescovi con altri abati, vassi e gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato ad regiam partem, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche posseduti da loro. La decision fu in favore d'Ingoaldo abate di Farfa. L'aver trovato nella carta di questo placito con Guinigiso duca Gerardo duca, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò francamente per figliuolo di Guinigiso questo Gerardo duca. Io senza altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari; sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita nell'anno seguente Guinigiso, duca indubitato di Spoleti, vedremo che gli succede Suppone, senza che più si parli di Gerardo. Però tali riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di Spoleti. Al più si potrebbe sospettare che fosse stato duca di Camerino. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Angelo Particiaco doge di Venezia, udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di Michele Balbo, gli spedì per suo ambasciatore Angelo figliuolo di Giustiniano suo figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.