DCCCXXVIII
| Anno di | Cristo DCCCXXVIII. Indiz. VI. |
| Gregorio IV, papa 2. | |
| Lodovico Pio imperadore 15. | |
| Lottario imperatore e re di Italia 9 e 6. |
Cominciava già la monarchia franzese a sentire che più non la reggeva un Carlo Magno. Avea l'armata imperiale di Catalogna fatta una vergognosa figura incontro ai Mori di Spagna. Altrettanto aveva operato nella Pannonia superiore, o pur nella Carintia quella d'Italia incontro ai Bulgari, che aveano dato il guasto ad un buon tratto di paese suggetto allo imperadore, senza che alcuno avesse fatta resistenza e contrasto [Annal. Francor. Bertiniani. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.]. Però l'Augusto Lodovico nel febbraio di quest'anno, tenuta una gran dieta in Aquisgrana, cassò gli uffiziali che in sì fatte congiunture aveano mancato al loro dovere. Cadde questo medesimo gastigo sopra Baldrico duca o marchese del Friuli; e quella marca, quam solus tenebat, inter quatuor comites divisa est. Sicchè veggiamo che prima d'ora era stata formata la marca del Friuli, e ch'essa per questo avvenimento cessò d'avere un duca ossia marchese, con esserne dato il governo a quattro conti, cioè a quattro governatori di città, indipendenti l'uno dall'altro. Probabilmente queste città furono Cividal di Friuli, Trivigi, Padova e Vicenza, se pur fra queste non si computò anche Verona. Il nome di marca vuol dire confine. Fin sotto Carlo Magno per maggior sicurezza delle provincie situate ai confini furono istituiti uffiziali che ne avessero cura, chiamati perciò marchensi e marchesi, che è quanto dire custodi de' confini. E perchè secondo i bisogni non mancasse forza a tali uffiziali, al marchese furono subordinati i conti, cioè i governatori delle città della provincia. Che il marchese della marca del Friuli risedesse in Trivigi, sembra che si possa conghietturare dal vedere che in quella città era la zecca dell'imperadore, come costa da una moneta di Carlo Magno ch'io ho data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.]. Ma non andrà molto che questa marca ci comparirà davanti risorta come prima. Non so onde abbia preso il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae.] che la marca del Friuli fu allora divisa fra dodici conti, e che Lottario figliuolo dell'Augusto Lodovico se ne credette stranamente offeso. Nell'anno precedente avea lo stesso imperadore inviati a Costantinopoli per suoi ambasciatori Alitgario vescovo di Cambrai, e Anfrido abbate di Nonantola sul modenese: contrassegno della singolar considerazione in cui erano allora gli abati di questo insigne monistero, ma che fra poco decaderono, siccome dirò a suo luogo. Tornarono questi legati circa il tempo della dieta suddetta contenti dell'onorevol trattamento lor fatto da Michel Balbo imperador de' Greci. Poscia nel mese di giugno, trovandosi Lodovico nella villa d'Ingeleim (perciocchè i re ed imperadori di allora mutavano spesso paese, nè soleano avere un luogo fisso di residenza, a riserva di Aquisgrana, dove era il loro più ordinario soggiorno di là da' monti, ed eccettuata Pavia per i re d'Italia) quivi si presentarono a lui con dei ricchi doni Quirino primicerio e Teofilatto nomenclatore, legati del romano pontefice Gregorio. La cagione della lor venuta è a noi ignota. Furono ben accolti e rimandati. Sparsasi poi voce che i Saraceni di Spagna con grande sforzo minacciavano la Catalogna ed anche l'Aquitania, diede l'imperadore commessione a Lottario augusto di accorrere con un grosso nerbo di milizie in ajuto del fratello Pippino. Venne Lottario a Lione per questo; ma svanita la nuova, e cessato il pericolo, se ne tornò al padre; il quale intanto religiosamente attendeva a placar Dio, che parea sdegnato colla Francia, e diede in quest'anno ordine che si celebrassero quattro concilii per la correzione del clero e del popolo.
Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi [Annales Franc. Eginhard.] che nell'anno presente Bonifazio II, conte di Lucca, del quale abbiam parlato di supra all'anno 823, e a cui l'imperadore avea dato il carico di difendere l'isola di Corsica dalle incursioni de' Saraceni, preso seco Beretario (che Berehario vien nominato dall'autore della vita di Lodovico Pio) con alquanti altri conti della Toscana, Corsica e Sardegna, assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam comitibus de Tuscia, e formata una picciola flotta, uscì in corso contro quegl'infedeli. Non avendo trovato nei contorni della Corsica alcun corsaro, passò in Africa colle sue navi, e fece uno sbarco fra Utica e Cartigine. Accorse una innumerabile quantità di quegl'infedeli, e ben cinque volte vennero alle mani coi Cristiani, de' quali ancora ne trucidarono alcuni che vollero far troppo da bravi. Però Bonifazio, fatta una saggia ritirata, se ne tornò co' suoi legni a casa. Poco certamente di profitto riportò seco; tuttavia gli Africani, avvezzi solamente a portare il terrore e la desolazione nelle contrade cristiane, al vedere i Cristiani questa volta comparire coll'armi in casa loro, se non sentirono danno, ebbero almeno un fiero spavento. Allora veramente trascuravano forte gl'imperadori d'Occidente l'aver forze in mare, e perciò cotanto insolentivano i Saraceni di Spagna, d'Africa e di Soria. Ed appunto circa questi tempi riuscì a quei d'Africa di mettere il piede nell'isola di Sicilia, e poscia di conquistarla a poco a poco con danno e vergogna del nome cristiano. Per quanto si ricava da Cedreno [Cedren., in Annal. ad ann. 826.], un certo Eufemio capitano di milizia perdutamente innamorato di una monaca, la rapì per forza dal monistero, e tenne questa preda come cosa sua in sua casa. Ricorsi i fratelli della monaca all'imperadore d'Oriente padrone dell'isola, venne ordine di dargli il convenevol gastigo; ciò gli fece prendere la fuga, e ritirarsi presso i Saraceni dell'Africa. Così un greco storico. Ma un italiano, cioè l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 45. P. II, tom. 2 Rerum Ital.] ne rigetta la colpa sopra gli stessi Greci, con dire che Eufemio avea contratti gli sponsali con una giovine appellata Omoniza di maravigliosa bellezza. Ma il governator greco della Sicilia, sedotto con danari, gliela levò, e la diede per moglie ad un altro. Infuriato per tale affronto Eufemio coi suoi famigli s'imbarcò, e passato in Africa, tante speranze diede a quel re maomettano della conquista della Sicilia, che in fatti condusse que' Barbari colà, ed aprì loro la strada ad impadronirsene interamente nello spazio di pochi anni, avvenimento che recò lunghi ed incredibili disastri all'Italia. Aggiugne lo stesso Anonimo che i Saraceni presero a tutta prima Catania, con farvi un gran macello di que' cittadini, e dello stesso greco governatore. Portata questa infausta nuova a Sicone principe di Benevento, se ne afflisse forte, ben prevedendo che questo turbine andrebbe un dì a cadere sulle proprie contrade. Giovanni Diacono, scrittore di questi tempi, racconta [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., P. II, Tom. 2 Rer. Ital.] che i Siracusani cujusdam Euthymii factione rebellantes (chiama egli Eutimio lo stesso, che gli altri appellano Eufemio), uccisone Gregora patrizio, cioè il governatore della Sicilia. Perciò Michele imperadore de' Greci spedì contra di loro un riguardevol esercito, al quale non potendo resistere, presero que' cittadini la fuga. Allora fu che Eutimio ossia Eufemio colla moglie e coi figliuoli (adunque non potè cercare Omoniza per moglie) passò in Africa; e sollecitò quel re saraceno all'impresa della Sicilia. Vennero que' Barbari, e talmente strinsero Siracusa, che i Greci pagarono di tributo cinquantamila soldi, forse per riscattare la lor vita e la facoltà di andarsene in pace. Diedero da lì innanzi i Saraceni un terribil guasto a tutta la Sicilia. La narrativa nondimeno di Giovanni Diacono pare che metta alcuni anni prima del presente l'entrata d'essi Saraceni in quella dianzi sì felice e dappoi sì sventurata isola. Ma giacchè abbiam fatto di sopra menzione del suddetto Bonifazio, bene sarà che il lettore non ne perda la memoria, sì perchè fortissime conghietture concorrono a farci credere questo personaggio per uno degli antenati della nobilissima ed antichissima casa d'Este, siccome ho fatto vedere nella parte I delle Antichità estensi; e sì ancora perchè di qui possiam ricavare che già la Toscana avesse ricevuto anch'essa la forma di marca, stante il vedersi che già Bonifazio comandava ai conti di quella provincia. Truovansi simili personaggi chiamati nello stesso tempo conti, perchè governatori d'una città, ed appunto Bonifazio era conte di Lucca; ed anche marchesi, perchè la lor provincia era limitanea, ed essi custodi di quei confini; ed ancora duchi, secondochè piaceva agli Augusti di decorarli coi titoli. Trovandosi parimente monete battute in Lucca fino nei tempi di Carlo Magno, concorre ancor questa notizia a farci credere quella città per capitale in questi tempi di tutta la Toscana longobarda. Si ha poi da riferire all'anno presente, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.], la traslazione del corpo di s. Marco evangelista da Alessandria a Venezia: sopra di che è da vedere la sua leggenda. Ed avendo l'imperador de' Greci Michele fatta istanza di molte navi da guerra a Giustiniano doge di Venezia contra dei Saraceni che a poco a poco andavano conquistando la Sicilia, le inviò ben egli, ma inutile riuscì il loro viaggio e sforzo.