DCCCXXXV
| Anno di | Cristo DCCCXXXV. Indiz. XIII. |
| Gregorio IV papa 9. | |
| Lodovico Pio imper. 22. | |
| Lottario imperadore e re di Italia 16 e 13. |
Nella villa di Teodone tenuta fu in quest'anno dall'imperador Lodovico una dieta [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], in cui si trattò di que' vescovi che aveano cospirato contro la di lui persona e contro l'imperio suo nell'anno precedente. Fra gli altri essendo stato citato Agobardo arcivescovo di Lione; nè comparendo, gli fu di poi nell'anno susseguente levata la chiesa. Alcuni di quei vescovi erano fuggiti in Italia; per questi non si fece gran rumore, affine di non alterar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, che gli avea sotto la sua protezione. Quivi ancora con più solennità fu da tutti i vescovi abolito e dichiarato ingiustamente fatto tutto ciò nell'anno addietro era stato operato in disonore dell'Augusto Lodovico. Poscia nella chiesa di santo Stefano di Metz fu di nuovo da que' prelati coronato. Ebbone arcivescovo di Reims v'intervenne anch'egli, dopo di che confessando i suoi falli, si protestò decaduto dal vescovato e fu confinato in un monistero. Attese in quest'anno Lodovico Augusto a riparare i disordini cagionati in Francia dalle passate turbolenze con essere cresciuti i ladri, essere stati usurpati i beni delle chiese, oppressi i poveri: al qual fine spedì varii messi, o sieno giudici straordinarii, per le provincie, e gastigò coloro che non aveano soddisfatto al loro dovere nell'amministrazion della giustizia e nel procurare la sicurezza delle strade. Han creduto il Cointe, il Pagi e l'Eccardo che a quest'anno s'abbia da riferire una nuova divisione dei regni fatta dall'imperador Lodovico fra i suoi tre figliuoli Pippino, Lodovico e Carlo, senza parlare in esso di Lottario, la quale dal Baluzio viene rapportata all'anno 837. Comunque sia, certo è ch'esso imperadore nulla più aveva a cuore, quanto di assicurare al suo quartogenito Carlo una buona porzion di stati, e a questo fine slargò molto quella ancora degli altri due figliuoli con isperanza di contentarli, e di tor loro di cuore la voglia di nuocere al minor fratello. Veggonsi in quest'anno alcuni diplomi spediti in Italia da Lottario Augusto, ne' quali non fa menzione alcuna dell'imperadore suo padre, forse per vendicarsi del medesimo padre, che in Francia faceva altrettanto, senza nominare il figliuolo ne' suoi atti e privilegii. Uno d'essi diplomi, riferito dal Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.], è dato VIII idus majas, anno domni Lotharii Pii imperatoris XVIII. Indicione XIII: Actum Papiae palatio regio. L'epoca è presa dall'anno 817. In esso egli dona alla basilica milanese di sant'Ambrosio la corte di Lemonta pro remedio animae Hugonis fratris ipsius Hermengardis (cioè dell'Augusta sua moglie) puerili aetate ab hac luce subtracti. Fu dato un altro suo diploma rapportato dal Margarino [Bullar. Casinens., tom. 2, p. 23.] in favore di Amalberga badessa di s. Giulia di Brescia, Actum Moringo, palatio regio, XVII kalend. jannuarias anno imperii Hlotharii XVIII, Indictione XIV: la qual indizione ebbe principio nel settembre di quest'anno. Abbiamo parimente dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin., tom. 2. Append.] uno strumento di Cunegonda vedova del fu Bernardo re d'Italia. Quivi ella dona al monistero di santo Alessandro di Parma molti beni posti ne' contadi di Parma, Reggio e Modena, pro remedio animae senioris sui (cioè di Bernardo) et suae, filiique sui Pippini, cioè dello stesso che abbiam veduto nell'anno precedente favorevole all'imperadrice Giuditta. Fu scritta quella carta in Parma civitate, regnantibus dominis nostris Hludowico et Hlothario imperatoribus, anno XXII et XVI, septimodecimo kal. julias, e sottoscritta da Lamberto e Norberto vescovi, e da Adalgiso conte e da varii, ciascun dei quali s'intitola Gartio (oggidì garzone, forse allora paggio) ex genere Francorum; dal che non si può francamente concludere, come ha credulo taluno, che questa principessa fosse di nazione franzese, perchè le mogli solevano seguitar la legge del marito, e secondo quella regolarsi ne' contratti. Circa questi tempi abbiamo dal Dandolo [Dandulus, Chron. tom. 12 Rer. Ital.] che Massenzio patriarca d'Aquileia, assistito dall'imperadore Lottario, obbligò i vescovi dell'Istria a riconoscere lui per metropolitano, con sottrarli dall'ubbidienza del patriarca di Grado, e a nulla giovò che papa Gregorio l'ammonisse di desistere da questa novità. Accadde ancora che in Venezia alcuni principali di quella città scacciarono il loro doge Giovanni, il quale andò in Francia con fare ricorso all'imperador Lodovico. Occupò dopo la di lui fuga il ducato un certo Caroso tribuno, figliuolo di Bonicio tribuno, e per sei mesi lo tenne; ma unitisi molti, a' quali dispiaceva una sì fatta usurpazione, gli misero le mani addosso nel palazzo, e cavati che gli ebbero gli occhi, il mandarono in esilio: con che Giovanni doge se ne tornò al suo governo.