DCCLXXV

Anno diCristo DCCLXXV. Indiz. XIII.
Adriano I papa 4.
Leone IV imperad. 25 e 1.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 2.

Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi Costantino Copronimo Augusto, risoluto di portar la guerra contro de' Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva. Rimase suo successor nell'imperio Leone IV suo figliuolo, già dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito dell'augusta Irene. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, Teodoto re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto dell'imperadore. Lo autore della Miscella [Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.] ossia chi diede quella storia alla luce, credendo un errore quel Teodoto, sostituì il nome di Adelgisa nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo Berta figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore, figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in Costantinopoli, il nome d'Eudocia. L'andata di Arigiso colà, e la protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca paura nel pontefice Adriano; e corse anche voce ch'egli, tenendo intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno. Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni. Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ed altri lasciarono scritto ch'egli restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese, perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava unita la conquista d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date. Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, retulit nobis de immensis victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus est. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè fu scritta questa lettera. Ma quali immense vittorie aveva mai riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia? Niuna. Ben più probabile sembra che tali vittorie riguardino la Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, Allone duca l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782 e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano. Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi di Pisa, di Lucca e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, ab illo tempore, et die, quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis, sembra piuttosto indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel precedente a Roma.

A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di Carlo Magno, quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis. Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice. Furono portate queste lettere al papa da Possessore vescovo e da Babigaudo abbate; e però si trova coerente a queste la lettera quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia, in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con Ildebrando duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per altro erano state fatte da Carlo nisi pro justitiis beati Petri exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae, con aggiugnere una particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu in Roma, fatta l'offerta del ducato di Spoleti a s. Pietro per sollievo dell'anima sua. Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem (e non già a' tempi di Pippino) pro animae vestrae mercede. Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.] si veggono atti del medesimo Carlo Magno, ne' quali è mentovato Hildeprandus dux noster, e in tutto si scuopre re padrone sovrano di quel ducato, e Ildeprando vassallo di lui, e non già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin.] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero farfense da Ildeperto duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella carta Ildeperto ossia Ildeberto, in vece di Ildeprando ossia Ildebrando, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de' duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si legge espresso: Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini residessemus Spoleti in palatio, etc. Oltre a ciò, ho io rapportato [Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente indicanti che questo medesimo Ildeberto duca fece altri atti in quel ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca Ildebrando. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que' documenti il nome d'Ildebrando in quello d'Ildeberto; e più verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca Ildebrando appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, Arigiso duca di Benevento, Rodgauso duca del Friuli, e Regnibaldo ossia Reginaldo duca di Chiusi aveano tramata una congiura con Adelgiso figliuolo di Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta di Greci, affin d'assalire questa nostra città di Roma, e di rimettere in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo nostro della repubblica de' Romani, et ut ea, quae eidem Dei Apostolo vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad effectum perducatis: dal che si conosce che Carlo Magno non avea per anche dato effetto alle promesse sue.