DCCLXXXI

Anno diCristo DCCLXXXI. Indizione IV.
Adriano I papa 10.
Costantino imperadore 6 e 2.
Irene Augusta 2.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 8.
Pippino re d'Italia 1.

Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re Carlo a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente anno in Pavia, insieme colla regina Ildegarde sua consorte; e venuta poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco due de' suoi piccioli figliuoli, cioè Carlomanno e Lodovico. Giunto colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può credere nel sabbato santo) Carlomanno da papa Adriano, il quale con levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di Pippino, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in re i suddetti due principi, cioè Pippino sopra l'Italia e Ludovico sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione, e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano, dove l'arcivescovo Tommaso diede il battesimo a Gisla figliuola d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu l'accasamento desiderato da Irene imperadrice di Costantino Augusto suo figliuolo con Rotrude figliuola d'esso re Carlo. Teofane scrive [Theoph., in Chronogr.] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense [Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.], gli sponsali fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787 seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e Tassilone, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza. Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del re andarono due legati del papa, cioè Formoso e Damaso vescovi, e tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco, quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere Paolino, cioè quel personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere. Anche in Benevento il duca Arigiso accoglieva tutti i letterati, e specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia, se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre Alcuino, che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle lettere.

Abbiamo ancora da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] che lo stesso re Carlo, benchè giunto all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica Petrum pisanum diaconum senem. E di questo medesimo Pietro da Pisa scrive il sopraddetto Alcuino [Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia; e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche si leggeva scritta. Aggiugne in fine: Idem Petrus fuit qui in palatio vestro (cioè in Aquisgrana) grammaticam docens claruit. Fortunato può dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto Paolino maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio figliuolo del fu Mimone da Laberiano, quae ad nostrum devenerunt palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro (si dee scrivere Roticauso, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776) a nostris fidelibus fuerit interfectus. Il diploma di Carlo Magno è rapportato intero dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.] e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.]. Tal dono si dice ivi fatto venerabili Paulino artis grammaticae magistro: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate. Più verisimile è che l'anno ottavo del regno di Carlo appartenga qui all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781, piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra del suddetto Rodgauso duca del Friuli, che s'era ribellato, noi troviam menzione nel medesimo diploma. La città di Loreia, dove fu fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di Loreo, posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.] crede incerto quel luogo. Ma in vece di Loreia, si ha da scrivere in esso documento Eboreia, cioè nella città di Ivrea. Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora Paolino suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re Carlo, che essendo passato al paese dei più Sigualdo patriarca d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede, sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio, dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis [De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.] parve dipoi probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore, Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato Paolino. Ma se veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico, converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che, anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta. Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo narra nella vita di Carlo Magno [Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2. Annal. Franc.], cioè che nel principio del regno di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno, appellato Clemente, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e plebei che bramassero d'imparare. Alterum vero in Italiam direxit, cui et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent. Il nome di questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.