DCCLXXXVIII

Anno diCristo DCCLXXXVIII. Indiz. XI.
Adriano I papa 17.
Costantino imperad. 13 e 9.
Irene Augusta 9.
Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 15.
Pippino re d'Italia 8.

Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a Carlo Magno, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo, nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso principe di Benevento, concedesse a papa Adriano alcune città di quel ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di Capua, e verisimilmente ancora Sora, Arce, Aquino, Arpino e Teano; e nella Toscana Rosselle e Populonio, due piccole città situate al mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti, nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, ut denuo eos missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates sub integritate tradere in omnibus valeant. All'anno precedente senza dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato, come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il patriziato era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso principe Arigiso, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca, con esigere che egli desse per ostaggio Romoaldo suo figliuolo. Avea poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati dal numero del viventi il duca Arigiso e Romoaldo suo figliuolo (per errore di stampa o de' copisti appellato quivi Waldone), e con restare per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo, erano stati ricevuti in Salerno, dove con Adelberga, vedova del duca Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse venuto di Francia il duca Grimoaldo, perchè diceano d'aver fatta una spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una roga, cioè un suntuoso regalo, e non già una roba, come stimò il padre Pagi, ad esso re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e manipolando col vescovo Stefano e con altri dei disegni contrarii agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che Maginario abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda, scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.

Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca Grimoaldo. Dopo avergli significato che Adelgiso, figliuolo del già re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a motivo di precauzione, soggiugne, che nullo modo expedit, Grimoaldum filium Arichisi Beneventum dirigere. Che se i Beneventani non eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si levi al nefandissimo Adelgiso la comodità di nuocere. E qualora una tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza torbidi; e tanto più per avergli rivelato Leone vescovo che Adelberga vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora Populonio e Roselle, e inoltre Suana, Toscanella, Viterbo, Bagnarea ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto [Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.], obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.]: Romani, Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci eas radebant. Ma per gli Longobardi non sussiste. Ut Langobardorum mentum tonderi faceret, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città d'Acerenza, Salerno e Consa. Racconta l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] (creduto Erchemperto dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma veramente diverso da esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita. Allora l'accorto principe gli rispose: Gran re, per quanto io so, mio padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e desidero che ella cresca per tutti i secoli. Allora il re soggiunse: Dico daddovero, che tuo padre è morto. Replicò Grimoaldo: Dal dì ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto. Fu lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo, perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia. Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse. Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: Ben venuto nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio. Andò egli a dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno, anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa, visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza difesa, gli accennerò in altro luogo.

Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa. Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato Aruino duca e gli altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di Roselle e Populonia in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor libertà. E come, dice Adriano, potremo noi senza gli uomini ritener quelle città? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più parziale verso Grimoaldo figliuolo di Arigiso, che verso san Pietro, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi, s'era lasciato scappar di bocca, avere il re Carlo comandato che qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe: cosa di gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già erano insorte liti fra Costantino giovane imperadore dei Greci e Carlo Magno, perchè questi, secondochè scrive Eginardo [Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.], ruppe il trattato di dar la figliuola Rotrude, destinata in moglie ad esso Augusto Costantino: il che indusse Irene a cercarne altra al figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata Adelgiso figliuolo del re Desiderio, chiamato Teodoro da' Greci; ed è da credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne' suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di Adelberga sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci: stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino. Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo Ildebrando duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo suono di questi rumori da Carlo Magno Guinigiso per suo inviato con alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se vogliam credere a Teofane [Theoph., in Chronogr.], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento, salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo, senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa.

In questi tempi avvenne che Tassilone duca di Baviera, a persuasione di Luidburga sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de' giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con Teodone suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone, messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari. Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi, ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.]. Raccontasi quivi che a' tempi di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni, con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi Pippino suo figliuolo, e Berengario suo legato fu inviato per assistergli e difendere quella città. Potrebbe essere che questo Berengario padre di Unroco conte, fosse antenato di Berengario che fu poi re d'Italia, e poscia imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni, bastevolmente munita dal pubblico; ed occorrendo qualche rottura, veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo, amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio: se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi prendersi cura alcuna di ristorarle.