DCCXCIV
| Anno di | Cristo DCCXCIV. Indizione II. |
| Adriano I papa 23. | |
| Constantino imper. 19 e 15. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 21. | |
| Pippino re d'Italia 14. |
Era tornato in Ispagna al vomito Felice vescovo di Urgel, con rinnovar le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò principalmente da Elipando arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. Carlo Magno, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia, Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno, non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de' santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in tal occasione Angilberto abbate di Centula a papa Adriano coi voti di que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera condannatoria di Eliprando), s. Paolino patriarca d'Aquileia, e Pietro arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum, composto da s. Paolino, una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum venerandis praesulibus. Crede il Labbe [Labbeus, tom. 7 Concilior.] che invece di Austriae s'abbia quivi a leggere Histriae et Venetiae. Ma egli non sapea l'uso de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e Neustria l'occidentale: del che ho parlato anch'io [Rer. Italic., Part. II, tom. 1.] nelle annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la provincia della Venezia e il Friuli; la Liguria disegnava i vescovi suggetti all'arcivescovo di Milano; l'Emilia dinotava i sottoposti all'arcivescovo di Ravenna, e l'Esperia, cioè l'Italia, i vescovi della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel poema della vita di Lodovico Pio Augusto [Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.], da me dato alla luce. Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia. Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe Carlo suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino, passò oltre. Da lì poco sopraggiunse Pippino con una gran truppa di cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente Lodovico re d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino dall'autore anonimo [Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.] della sua vita; ma quello scrittore non manca d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la praticava in questi tempi.
Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di Valerio in arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa Adriano. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto, allorchè dopo la morte di Sergio arcivescovo si trattò di eleggere il suo successore, cioè Leone. Risponde in quella lettera il pontefice Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, Michele usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di Giovanni e di Grazioso. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui patriziato, e venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: Numquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam; sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno la regina Fastrada moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a Magonza, donna crudele e malvoluta da molti [Eginhardus, in Annal. Franc.]. Il re Carlo poscia con un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi. Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di Guglielmo conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente. Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie Liutgarda di nazione alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in quest'anno che Teodolfo, scrittore poscia celebre, ottenne da esso re [Mabill., in Annal. Benedictin.] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli [Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.], che andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e poscia il promovesse alla dignità episcopale.