DCCXCVIII
| Anno di | Cristo DCCXCVIII. Indizione VI. |
| Leone III papa 4. | |
| Irene imperadrice 2. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 25. | |
| Pippino re d'Italia 18. |
A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto [Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.] nella vita di s. Adalardo abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno, probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di consigliere e primo ministro al figliuolo Pippino re d'Italia. Come si portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso, Pascasio, che così ne parla: Justitiam vero quantum sectatus sit, testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa. Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro virtutis amore angelus predicaretur. Seguita poi a dire che Adalardo non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de' prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re Carlo per ambasciatori [Annal. Franc. Loiselian.] Michele, già patrizio della Frigia, e Teofilo prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia restituì in libertà Sisinnio fratello di s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò, darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla luce. La riputazione in cui si era allora s. Paolino patriarca d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino, non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi, v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che parimente si legge data alla luce.
Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, Leone III, romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti da Anastasio [Anastas., in Vit. Leonis III.]. Monsignor Ciampini [Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.] rapporta un musaico, tuttavia visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora l'immagine di Carlo Magno che porta i mustacchi, il manto e la spada. Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano. Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù Cristo, che porge colla destra le chiavi a s. Pietro, e colla sinistra il vessillo ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V. Trovandosi dietro alla testa di questo principe un quadrato, che, secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri, denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non già Costantino il grande, ma Costantino imperadore di Oriente ne' primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista, viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare il patriziato de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone III, autore di quel musaico, rappresentato col quadrato dietro la testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un vessillo ad un principe inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORIA CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro, perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una donazione fatta da Ludigario conte d'Ascoli ad Instolfo vescovo di quella città. La carta rapportata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.] si dice scritta: Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta L'Ughelli, quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni Carlo imperadore, di Pippino patrizio de' Romani, e l'anno 874 posto in fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun conto legittimare. Pippino mai non fu re de' Franchi; nè Carlo Magno era imperadore nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che nella città di Spoleti anno Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI. Mamiano abbate ed Isembardo, missi domni regis, giudicarono di una causa in favore de' monaci farfensi.