DCCXLIII

Anno diCristo DCCXLIII. Indizione XI.
Zacheria papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 24 e 3.
Liutprando re 32.
Ildebrando re 8.

Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra Costantino Copronimo ed Artabaso, ossia Artabasdo [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Vennero alle mani questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra battaglia, Niceta figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de' suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli. Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca Anastasio, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna, nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e dall'impotenza di resistere Eutichio patrizio ed esarco di Ravenna, altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo pontefice [Anastas., in Vit. Zachariae.]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di Giovanni arcivescovo d'essa città e de' popoli delle città dell'Emilia e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e regali al re Liutprando Benedetto vescovo e visdomino della santa Chiesa romana, insieme con Ambrosio primicerio de' notai, ad esortarlo e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon papa, lasciato il governo di Roma a Stefano patrizio e duca, qual padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli, si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso, benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena, dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa. Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e fermatosi nella basilica di s. Pietro in Cielo aureo, situata allora fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli, quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè i sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di Cesena alla parte della repubblica, cioè al romano imperio (che tale era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno, finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava, siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina ecclesiastica. In fine vi si legge: Factum est hoc concilium anno secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo secundo, Indictione duodecima. Non s'era dianzi negli atti romani giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'anno secondo di Artabasdo si dee leggere l'anno terzo, perchè a Roma non si era per anche intesa la di lui caduta e il risorgimento di Costantino Copronimo. Ad esso imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma questi trovato Artabasdo sul trono imperiale, saggiamente si era ritirato senza fare alcun personaggio, aspettando ciò che la sorte determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla repubblica, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e persecutore delle sacre immagini.