DCCXVI

Anno diCristo DCCXVI. Indizione XIV.
Gregorio II papa 2.
Teodosio imperadore 1.
Liutprando re 3.

Degno era l'imperadore Artemio, detto Anastasio, di lungamente tener le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de' medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi; quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono a Costantinopoli. Trovato un certo Teodosio, esattor delle gabelle pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo d'imperadore, Anastasio a questa nuova, dopo aver lasciata una buona guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero nella regal città quei scellerati, e diedero loro la comodità d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso Teodosio, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo. Circa questi tempi Faroaldo II duca di Spoleti, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe, tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco Scolastico al re Liutprando, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di Spoleti [Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi. Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione Teodone II duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da Anastasio [Anastas., in Gregor. II.]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti alberi, ed impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.