DCLXXXI
| Anno di | Cristo DCLXXXI. Indizione IX. |
| Agatone papa 4. | |
| Costantino Pogonato imp. 14. | |
| Bertarido re 11. | |
| Cuniberto re 4. |
Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli [Labbe, Concilior., tom. 4.]. Macario patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa Agatone, cioè Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però Giorgio patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono Ciro patriarca d'Alessandria, Sergio, Pirro, Pietro e Paolo patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa Onorio, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa Onorio entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.
In questo medesimo anno abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scoperta da Costantino imperadore qualche trama d'Eraclio e Tiberio suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di Augusti, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo Costantino era considerato come imperador maggiore, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio Giustiniano II suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Agathone.] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.