MCCCCLX
| Anno di | Cristo mcccclx. Indiz. VIII. |
| Pio II papa 3. | |
| Federigo III imperadore 9. |
Continuando il buon papa Pio II il suo soggiorno in Mantova, impiegò tutto il suo zelo per l'esecuzione del suo disegno intorno all'unione dei principi cristiani, gli ambasciatori de' quali erano concorsi a quella dieta [Gobell., Comment., lib. 3. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Quei di Firenze, Siena, Genova e Bologna promisero soccorsi. Borso duca di Modena e signor di Ferrara chiaramente esibì trecento mila ducati d'oro. I Veneziani anche essi si mostrarono pronti a far guerra, ma voleano il comando dell'armata e delle genti degli altri principi. Più larghe erano le offerte del re Ferdinando, sennonchè egli si trovava involto in una pericolosa guerra col duca d'Angiò e coi suoi baroni. Nulla si potè ottener dalla Francia. Poco ancora potea sperarsi dalla Germania, perchè, per la morte di Ladislao re d'Ungheria e di Boemia, l'imperador Federigo, pretendendo a quei regni, pensava più a sè stesso che ai Turchi. Cosa promettesse Francesco duca di Milano non apparisce. I fatti fecero vedere che i suoi molti colloquii col papa furono di aiutare il re Ferdinando, e non già di guerreggiare in Levante. Furono nondimeno nella dieta di Mantova stabiliti varii punti intorno al formare una possente flotta per mare e un poderoso esercito per terra da inviare contro ai Turchi: tutte belle disposizioni, le quali dove andassero a terminare, non tarderemo a vederlo. Ciò fatto, senza badare al rigore del verno, mosse da Mantova il pontefice Pio nella metà di gennaio, ed arrivò a Ferrara nel giorno 17 [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], servito sempre nel viaggio per Po dal duca Borso con apparato di festa anche maggiore del precedente. Nel dì 22 arrivò a Bologna, e di là poi passò a Siena, dove si fermò sino al dì 1 di settembre: nel qual tempo andò ai bagni di Macerata e di Petriolo. Egli era maltrattato dalla gotta, e si facea portar dagli uomini in lettiga. Perchè vedea Sigismondo Malatesta, uomo torbido e malcontento della pace fatta, prese al suo soldo Lodovico Malvezzo [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], condottiere di ottocento cavalli e ducento fanti. E non il prese indarno, perchè Sigismondo nel novembre ruppe la guerra alla Chiesa, e andò all'assedio di Castello Moro; ma ne fu cacciato con suo disonore da esso Malvezzo.
Cresceva intanto l'incendio della guerra nel regno di Napoli. Già Marino Marzano principe di Rossano e duca di Sessa vedemmo che s'era congiunto con Giovanni duca d'Angiò, ossia di Lorena [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital. Jovianus Pontanus. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Gobellinus, et alii.]. Altrettanto fecero Antonio Caldora e gli altri Caldoreschi molto potenti nello Abbruzzo, e Pier Giovanni Cantelmo duca di Sora, e Niccola conte di Campobasso. Penetrato poi il duca Giovanni in Abbruzzo, trovò ubbidiente a' suoi cenni la città dell'Aquila. Intanto dal servigio di Ferdinando si levò ancora Ercole Estense, fratello del duca Borso, e colla sua brigata si gettò nel partito dell'Angioino, aprendogli le porte la città di Nocera dei Pagani. Ma quello che maggiormente rinforzò l'esercito del duca Giovanni fu la venuta al suo soldo di Jacopo Piccinino, già staccato dal servigio degli Aragonesi, sì perchè egli era gran capitano d'armi, e sì ancora perchè seco trasse un buon corpo di soldatesche [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.]. Partitosi egli da Cesena sul fine di marzo, per la marca d'Ancona andò in Abbruzzo, accrescendo con ciò l'animo agli Angioini, in poter dei quali vennero dipoi Foggia, San Severo, Manfredonia e molte altre terre. Allora fu che Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, levandosi la maschera, si dichiarò del partito angioino, ed unì col duca le sue forze, che erano ben molte. Con tale prosperità camminavano gli affari del duca; e già pareva ch'egli fosse per far balzare dal trono il re Ferdinando. Ricorse il re ai Veneziani e Fiorentini, ma niun di essi volle prendere impegno alcuno in favore di lui. Il solo papa e Francesco duca di Milano furono in suo aiuto. La maggior apprensione che si avesse lo Sforza dopo l'acquisto dello Stato di Milano, fu sempre quella dei Franzesi, per le pretensioni del duca d'Orleans al ducato di Milano, a cagione di Valentina Visconte. Mal volentieri si vedeva egli vicino esso duca di Orleans, padrone della città d'Asti. Gli stava anche sul cuore il dominio di Genova dato al re di Francia. Se fosse riuscito in oltre a Giovanni duca d'Angiò di conquistare il regno di Napoli, tanta potenza dei Franzesi in Italia potea far tremare un duca di Milano [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 27, tom. 21 Rer. Ital.]. Perciò Francesco Sforza diede circa due mila cavalli a Buoso Sforza suo fratello nel marzo di quest'anno, con ordine di andare ad unirsi con Alessandro Sforza signore di Pesaro suo fratello, e col conte Federigo d'Urbino, per impedire il passaggio del Piccinino alla volta del regno di Napoli. O non vollero, o non poterono essi tagliargli la strada; e però gli tennero dietro per la Marca, e, giunti anche essi in Abruzzo cominciarono a far guerra alle terre di Giosia Acquaviva. Non meno del duca di Milano avea i suoi motivi Pio II pontefice d'assistere al re Ferdinando in sì grave bisogno; nè egli potea sofferire i Franzesi, tanto più che negato gli aveano ogni sussidio contro dei Turchi. Pertanto inviò a Ferdinando in soccorso Simonetto da castello di Piero, e Rinaldo Orsino, con molte squadre di cavalleria. In questi tempi, volendo il re Ferdinando tirare nel suo partito Marino duca di Sessa, si lasciò condurre ad un abboccamento con lui, accompagnato da due soli compagni. Era venuto il duca con due altri per assassinarlo; ma egli così ben seppe difendersi colla spada, ch'ebbero tempo i suoi d'accorrere e di ripulsare i traditori.
Col pontifizio rinforzo esso re Ferdinando uscì dipoi in campagna, e giacchè il duca d'Angiò col principe di Taranto era coll'esercito suo pervenuto sino a Nola, andò a trovarlo, e fu a fronte dei nemici al fiume Sarno sul principio di luglio. Siccome superiore di forze, gli avea già ridotti a tale che li potea vincere colla fame. Ma da giovanile baldanza mosso, contuttochè Simonetto e gli altri saggi capitani il dissuadessero, volle dar loro battaglia nel dì 7 di luglio [Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Andò in isconfitta tutta l'armata sua; Simonetto vi lasciò la vita; moltissimi furono gli uccisi, più i prigioni. Ferdinando con soli venti cavalli si ritirò salvo a Napoli [Tristan. Caracciol., Opusc., tom. 22 Rer. Ital.]. Ma, ritrovandosi senza danari, non ebbe scrupolo la regina Isabella, sua moglie saggia, di andare colla bussola in mano per Napoli cercando come per limosina soccorso; e con ciò raccolse una somma d'oro, tanto che il re si rimise alquanto in arnese. Ma quella vittoria si tirò dietro favorevoli conseguenze pel duca di Angiò. Nola col circonvicino paese se gli diede. Roberto conte di San Severino, e il duca di San Marco, con gli altri della casa di San Severino, non potendo di meno, vennero alla di lui ubbidienza. Così parimente fece Cosenza in Calabria, a riserva della rocca; e Castellamare in Terra di Lavoro, e moltissime altre terre e baroni del regno, di modo che a poco oramai si stendeva la signoria del re Ferdinando. Se il duca d'Angiò marciava a dirittura a Napoli, fu comune credenza che vi avrebbe messo dentro il piede, perchè neppur ivi mancava a lui una grossa fazion d'Angioini. Ma il principe di Taranto, che non volea finir sì presto la guerra, si oppose, e condusse il duca contro d'alcune terre e baroni tuttavia disubbidienti [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. In Napoli poi col tempo fu detto che la regina Isabella, nipote di esso principe di Taranto, vestita da zoccolante, fosse ita a trovarlo, e, gittatasi a' di lui piedi, il pregasse, che giacchè l'avea fatta regina, la lasciasse anche morire regina; e che egli perciò menasse a spasso da lì innanzi il duca d'Angiò. Non andò molto che anche a San Fabiano in Abbruzzo Jacopo Piccinino venne alle mani con Alessandro Sforza e col conte d'Urbino nel dì 27 di luglio [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fu quella una sanguinosa ed ostinata battaglia, che durò dalle venti ore del giorno sino alle tre della notte, con gran perdita di cavalli da amendue le parti, ma maggiore da quella di Alessandro, il quale nella stessa notte tacitamente levò il suo campo, e si ridusse in salvo. Non restando dunque oppositore in quelle contrade, al Piccinino cadde in pensiero di far guerra al papa, per distorlo dalla lega col re Ferdinando. Calò dunque nell'autunno nel territorio di Rieti, dove prese alcune terre degli Orsini. Jacopo Savello, che molte altre ne possedeva nella Sabina, s'accordò tosto con lui. Per questa novità s'empiè di terrore Roma stessa. Di ciò avvisati Alessandro Sforza e Federigo conte d'Urbino, valicato l'Apennino, sen vennero su quel di Norcia; e l'arrivo loro servì a fare che ritornasse Jacopo Piccinino colle sue milizie a svernare in Abbruzzo. Tuttavia il papa pregò Francesco Sforza duca di Milano d'inviargli alquante delle sue truppe per maggior sua sicurezza. Aveva anche lo stesso duca spedito al re Ferdinando, dopo la rotta di Sarno, oltre a buona somma di denaro due mila cavalli ben in punto, e mille fanti, coi quali e colle sue truppe ricuperò molti luoghi intorno a Napoli, fece tornare alla sua divozione i Sanseverineschi, e riebbe la ricca città di Cosenza, capo della Calabria, che fu barbaricamente allora messa tutta a sacco. Per guadagnare alla parte sua Roberto da San Severino, il re Ferdinando gli diede il principato di Salerno, con ispogliarne Felice Orsino. Gran tribolazione patì in questo anno Venezia per cagion della peste, la quale, aiutata dalla negligenza degl'Italiani d'allora, troppo spesso s'introduceva nelle città, e dall'una passava alla altra con facilità mirabile. Nota parimente il Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] che in questi tempi la mirabil arte della stampa fu portata a Venezia, e cominciò a diffondersi a poco a poco anche per l'altre città italiane.