MCCCCLXI

Anno diCristo mcccclxi. Indiz. IX.
Pio II papa 4.
Federigo III imperadore 10.

Io non so come il Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. eod. Giustiniani, Istor. di Genova, ed altri.] ed altri storici riferiscano sotto il precedente anno la rivoluzione di Genova, che certamente avvenne nell'anno presente. Per le gravezze smoderate che andavano mettendo i Franzesi a quella città, erano essi venuti in odio a non pochi; oltre a ciò la plebe non sapea digerire che il peso principale delle contribuzioni fosse a lei addossato, con goderne intanto esenzione molti dei nobili e dei più ricchi. Forse anche un segreto vento spirava dalla parte dell'accorto duca di Milano, a cui dispiaceva quel nido di Franzesi. Ora nel dì 9 di marzo la plebe si levò a rumore, e crebbe nella notte il tumulto, con essersi fatta nel giorno seguente tal massa di gente armata, che il luogotenente regio, trovandosi senza forze da poter resistere alla moltitudine, si ritirò nel castelletto. Entrarono allora in Genova Paolo Fregoso arcivescovo e Prospero Adorno, amendue seguitati da una copiosa frotta di villani armati, i quali forzarono gli altri Franzesi a ritirarsi anche essi nel castelletto. Seguì poi gran discordia tra i Fregosi e gli Adorni. Furono spinti parecchi di essi fuor di città; ma, accordati fra loro, venne dipoi eletto doge di Genova Prospero Adorno. Dopo di che si diedero a vigorosamente assediare il castelletto, e ricorsero per soccorso a Francesco Sforza duca di Milano, il quale aspettava a mani giunte l'occasione di cacciare di colà i Franzesi; nè si fece molto pregare ad inviar loro più migliaia di fanti, ed insieme una grossa somma di danaro, nutrendo fin d'allora la speranza d'impadronirsi egli di quella città. L'arcivescovo Paolo fu, per sospetti insorti, obbligato a ritirarsi; ma perchè giunsero nuove che Carlo re di Francia inviava sei mila combattenti contra di Genova per terra, e il re Renato signor della Provenza incamminava anch'egli a quella volta sette galeazze piene di gente; il duca di Milano fece tornar l'arcivescovo a Genova, mandò rinforzo di nuova pecunia, ed operò che Marco Pio signor di Carpi con sua brigata marciasse in aiuto de' Genovesi. Arrivarono finalmente per terra e per mare i Franzesi, e v'era in persona lo stesso re Renato. Non seppero servirsi del tempo: altrimente potevano sulle prime entrare in Genova. Assediarono dunque la città, e seguirono varii assalti e molti combattimenti, con difendersi valorosamente il doge, l'arcivescovo e i cittadini, aiutati dagli Sforzeschi, finchè nel dì 17 di luglio [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.], mentre si faceva una general battaglia da ambe le parti, arrivati a Genova tre capitani dello Sforza, cioè Carlo Cadamosto da Lodi, Giorgio Dalmatino, soprannominato Targhetta, e Niccolò Epirota, i quali fecero credere imminente l'arrivo d'un gagliardo rinforzo di gente, inviato dal duca dì Milano; proruppero in sì alte voci d'allegrezza i Genovesi, gridando: Viva Sforza, viva il duca, che i Franzesi atterriti diedero tosto a gambe. Furono inseguiti dal furioso popolo di Genova, e parte da esso e parte dai contadini, fama fu che ne restassero uccisi più di due mila e cinquecento [Cristoforo da Soldo, tom. 21 Rer. Ital.], fra' quali circa cento cavalieri a speroni d'oro: il Filelfo ed altri dicono fin quattro mila; e ciò perchè i Franzesi, allora gente bestiale, non davano quartiere agli Italiani, e però dagl'Italiani furono pagati della stessa moneta. Vi restarono non di meno anche moltissimi d'essi prigioni. Dopo cotal vittoria insorse nuovamente lite tra gli Adorni e Fregosi. Prevalendo gli ultimi, toccò a Prospero Adorno d'uscir di città, e di perdere il governo. Col consentimento dell'arcivescovo fu eletto doge Spineta Fregoso suo cugino; ma da lì a poco entrato in Genova con molti armati Lodovico Fregoso, già stato doge di quella città, si fece eleggere di nuovo doge coll'abbassamento di Spineta. Questi ottenne il possesso del castelletto dal re Renato, il quale se ne tornò a Savona, tuttavia ubbidiente a lui, e poscia a Marsilia, portando seco una gran doglia per un'impresa così mal terminata. Venne poi a morte nel dì 22 di luglio Carlo VII, glorioso re di Francia, e però dalla di lui collera e vendetta rimasero liberi i Genovesi. Succedette in quel regno Lodovico XI, suo primogenito, principe d'umore strano, stato finora in discordia col padre.

Per conto del regno di Napoli, appena coll'arrivo della primavera poterono uscire in campagna gli emuli principi, che tutti furono in armi. In quattro luoghi era nell'anno presente la guerra. Sigismondo Malatesta, acconciatosi con Giovanni duca d'Angiò, facea guerra al papa. Era questi tenuto in briglia da Lodovico Malvezzo e da Pier Paolo de' Nardini [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.]. Furono amendue assaliti nel dì 2 di luglio a Castello Leone dal Malatesta, e durò la zuffa ben cinque ore. Ebbero la peggio le truppe pontifizie, e vi morì il Nardini; il Malvezzo vi perdè tutto il credito, perchè non avea la gente che era obbligato a tenere, e Sigismondo rimase padrone del campo. Se non fuggiva Bartolomeo vescovo di Corneto, commissario del papa con quattro squadre di genti d'armi a Rocca Contrada, forse era differente il fine di quella battaglia. Misesi poi Sigismondo a' dì 19 di luglio in viaggio per passare in Abbruzzo ed unirsi col conte Jacopo Piccinino; ma, udito che il papa mandava Napolione Orsino con assai gente nella Marca, se ne tornò indietro alla difesa del proprio paese. Intanto non si può esprimere che sdegno ed odio concepisse il pontefice Pio contra d'esso Sigismondo; e però diede mano alle scomuniche, e sottopose all'interdetto tutte le di lui città e terre, e il fece dipignere qual traditore per gli Stati della Chiesa. Altra guerra fu nella Sabina, perchè s'erano ribellati i Savelli. Ma inviato ai loro danni Federigo conte d'Urbino colle milizie pontifizie, ridusse nel mese di luglio Jacopo Savello alla necessità di chiedere accordo, e l'ottenne. Guerreggiava nei medesimi tempi in Abbruzzo Jacopo Piccinino, ed avea messo il campo ad un castello. Accorsero in quelle parti Alessandro Sforza e Matteo da Capoa per dargli soccorso, e scontratisi per accidente in viaggio con Antonio Caldora, che colle sue genti andava ad unirsi al Piccinino gli diedero una rotta: lo che fu cagione, che esso Piccinino, levatosi da quell'assedio, cavalcasse verso il contado dell'Aquila. Ma tenendogli dietro Alessandro e Matteo, tanto fecero che il ridussero ad uscire d'Abbruzzo. Se n'andò egli a trovare il duca d'Angiò e il principe di Taranto, che allora si trovavano in Puglia. Poco mancò che non prendesse piede la discordia insorta fra il pontefice Pio e il re Ferdinando in questi tempi. La città di Terracina era allora sotto il dominio di Ferdinando. Fece rumore quel popolo, e Pio II mandò a prenderne il possesso. Acquistò ancora il conte d'Urbino molte terre nel regno di Napoli; e strano parve che le prendesse a nome del papa, il quale veramente le ritenne in suo potere. Fece il re Ferdinando molte doglianze per questi atti; ma sì grave era il bisogno che egli avea dell'assistenza papale nel lubrico suo stato, che gli convenne sagrificar questi piccioli interessi al maggiore. Infatti Pio II gl'inviò un possente soccorso di gente sotto il comando di Antonio suo nipote, figliuolo d'una sua sorella, adottato nella casa Piccolomini. E perciocchè esso Pio non volea essere da meno degli altri papi che aveano già cominciato, e seguitarono poi lungo tempo, a tenere per uno dei lor principali pensieri e desiderii quello d'ingrandire a dismisura i lor nipoti, dopo aver egli investito di varie terre della Chiesa questo suo nipote, procurò che anche il re Ferdinando il promovesse a gradi più alti [Istor. di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.]. Ora, dopo avergli data esso re in moglie Maria sua figliuola bastarda, nel dì 27 di maggio il dichiarò ancora duca d'Amalfi e gran giustiziere del regno; e cavalcando per Napoli il tenne a' fianchi, con far portare davanti a lui un'insegna e un pennone. A lui parimente nell'anno 1465 donò la contea di Celano.

Coll'esercito suo uscì bensì Ferdinando in campagna, ma non avrebbe forse potuto resistere al duca d'Angiò e al principe di Taranto, che, colla giunta delle truppe del Piccinino, già erano superiori di forze, e il tennero anche come assediato in Barletta per alquanti giorni, se Alessandro Sforza non fosse anche egli arrivato colla sua gente a rinforzarlo. In oltre eccoti all'improvviso sbarcare a Trani, ed impadronirsi di quella città Giorgio Castriota appellato Scanderbech, potente signore in Albania, e celebre per le vittorie riportate contro ai Turchi, che con circa ottocento bravi cavalieri venne in aiuto del re Ferdinando. La venuta di questo principe, che lasciava la guerra contro il comune nemico, allora minacciante i suoi Stati, per correre a quella del regno di Napoli, diede occasione a molti di sparlare di papa Pio: quasi che tutti i suoi movimenti per incitare i cristiani a militare in Oriente, e per raccogliere tanta copia di danaro con decime ed indulgenze da tutta la cristianità, andassero poi a finire in una guerra contra dei Franzesi, per sostenere la corona sul capo a Ferdinando. Certamente l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] con poco vantaggio parla del danaro ammassato per far guerra ai Turchi, che fu poi dissipato in altro uso. Coi rinforzi suddetti il re Ferdinando campeggiò per qualche tempo; assediò Gesualdo, e, dopo non so quanti giorni, in faccia ai nemici se ne impadronì; e andato anche sotto Nola, non solamente l'ebbe a patti, ma condusse anche ai suoi servigii il conte Orso Orsino, che v'era di guarnigione, e con esso lui la sua gente ancora, con che terminò la campagna [Raynald., Annal. Eccles.]. Avea il papa scomunicato chiunque seguitava il partito angioino. Nè si dee tacere che il medesimo pontefice, oltre all'aver canonizzata in quest'anno santa Caterina da Siena, fece anche nel dicembre una promozione di cardinali, tutti persone di merito, fra i quali merita d'essere menzionato Jacopo Ammanati Lucchese, appellato il cardinal di Pavia, perchè vescovo di quella città, uomo di rara letteratura e di singolar prudenza, come ne fan fede le sue lettere stampate.