MCCCCXXXIII
| Anno di | Cristo mccccxxxiii. Indiz. XI. |
| Eugenio IV papa 3. | |
| Sigismondo imperatore 1. |
Coll'essersi fermato in Siena quasi un anno Sigismondo re de' Romani, convertì le brevi benedizioni di quel popolo in maledizioni senza fine, stante lo strabocchevol aggravio che lor dava la sì lunga permanenza non meno di questo principe, che della sua corte e gente di armi [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Maneggiava egli intanto i suoi interessi con papa Eugenio IV per ottener la corona imperiale; e finalmente dopo essersi spianate tutte le difficoltà che il sospettoso pontefice avea frapposto, e dopo essersi conchiusa la pace fra le potenze guerreggianti, egli da Siena si mosse alla volta di Roma. Seguì, dissi, la pace fra i Veneziani e Fiorentini dall'una, e Filippo Maria Visconte duca di Milano dall'altra, e i lor collegati, per opera spezialmente dì Niccolò marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio. Erasi questo principe acquistato già il credito di paciere d'Italia colla sua onoratezza e destrezza: e siccome amico d'ognuno, e neutrale nell'ultima guerra, cotante istanze fece, che ognuno de' principi interessati in essa discordia spedì a Ferrara i suoi ambasciatori per trattare d'accordo sotto la sua mediazione [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Quivi si trovava ancora Luigi marchese di Saluzzo, suocero dello stesso marchese Niccolò, che unì i suoi uffizii a sì lodevole impresa. Dopo essersi dunque digeriti tutti i punti della controversia dai due marchesi arbitri, finalmente nel dì 26 d'aprile furono sottoscritti gli articoli della pace. Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. eod.] e il Corio [Corio, Istoria di Milano.] la fanno conchiusa alcuni giorni prima. In vigor di essa tanto il duca di Milano, quanto i Veneziani, Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri collegati restituirono le terre occupate nella ultima guerra. Il solo Gian-Giacomo marchese di Monferrato ebbe molto a penare a vedersi rimesso interamente in possesso di tutte le terre a lui tolte dal duca di Milano, e delle altre raccomandate ad Amedeo duca di Savoia. Promossero amendue varie difficoltà, e tirarono in lungo il più che poterono la restituzione, con essere stata obbligata per questo la repubblica veneta a spedire più ambasciatori a fin di sostenere questo suo malconcio collegato. Intorno a ciò son da vedere Benvenuto da San Giorgio storico monferrino [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] e il Guichenone storico della real casa di Savoia [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.], che son ben discordi nella lor relazione. Ora dappoichè fu ritornata la calma in Toscana e Lombardia [Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital.], Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia si mise in cammino verso Roma, dove pervenne nel dì 21 di maggio, accolto con gran magnificenza dal popolo romano, e con affetto paterno da papa Eugenio. Nel giorno ultimo dello stesso mese, festa della Pentecoste, seguì nella basilica vaticana la solenne di lui coronazione secondo il rito consueto; laonde cominciò egli ad usare ne' suoi diplomi il titolo d'imperador de' Romani, non usato fin qui dagli eletti se non dopo aver ricevuta la corona romana [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Partito di Roma nel mese d'agosto, venne per Perugia, e poscia a Rimini, e per la Romagna, dove fece varii cavalieri; e nel dì 9 di settembre pervenne a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], dove fu magnificamente ricevuto ed alloggiato dal marchese Niccolò, e diede l'ordine della cavalleria ad Ercole e Sigismondo figliuoli legittimi di esso marchese, e a Lionello, Borso e Folco bastardi del medesimo. Passò poscia a Mantova, e quivi, oltre all'aver dato, siccome accennai poco fa, a Gian-Francesco signore di quella città il titolo di marchese, stabilì ancora le nozze di Lodovico di lui figliuolo con Barbara figliuola del marchese di Brandeburgo. Osserva il Corio [Corio, Istoria di Milano.] con altri che Sigismondo entrò in Italia amico del duca di Milano, e ne partì nemico. Per lo contrario, al suo arrivo parea mal soddisfatto di papa Eugenio e de' Veneziani, ma loro amico se ne ritornò in Germania. Andossene dipoi a Basilea, dove quel concilio avea già mosse delle insolite pretensioni contra di papa Eugenio, con aver anche tirato nel loro parere il cardinal Giuliano legato presidente di quella sacra assemblea. Sostenne esso imperadore la dignità pontificia contra di que' sediziosi. Ma di queste controversie non è mio assunto il trattare, rimettendone la conoscenza alla storia ecclesiastica.
Non bollivano intanto in cuor di Filippo Maria duca di Milano se non sospetti e pensieri di vendette. Fra gli altri gli venne in diffidenza il conte Francesco Sforza, ed avea presa la risoluzione di farlo uccidere; ma, informato il conte di così perverso disegno, fondato nella sua innocenza [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.], a dirittura se n'andò a Milano, ed ebbe coll'aiuto degli amici maniera di giustificarsi e di dileguar tutte le ombre concepute del duca; il quale, mutato l'odio in amore e carezze, cominciò a riguardarlo come suo figliuolo. Era parimenti in collera esso duca contra di papa Eugenio, perchè nell'antecedente guerra avea congiunte l'armi sue con quelle de' Fiorentini ai danni del medesimo duca. Segretamente adunque s'intese col predetto Francesco Sforza, il quale, con prendere il pretesto di accorrere alla difesa degli Stati a lui spettanti in regno di Napoli, ed allora infestati da Jacopo Caldora, licenziato dal duca, direttamente se ne andò verso il regno per la Romagna. Nel mese di novembre passò pel Bolognese [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e, giunto nella marca d'Ancona, ossia perchè invitato da que' popoli, oppure per effettuar le occulte commessioni e trame del duca, cominciò colle sue genti ad insignorirsi di quella provincia, essendosi unito a lui Lorenzo Attendolo da Cotignola con altre milizie. Con lettere finte mostrava egli di far quelle conquiste a nome del concilio di Basilea [Raynaldus, Annal. Eccles.], che l'avea rotta col papa. Alle mani di lui volontariamente venne Jesi, e per forza il Monte dell'Olmo, e quindi Osimo e Fermo colla Rocca, Recanati ed Ascoli, essendo fuggito Giovanni Vitellesco governatore d'essa provincia. Anche la città d'Ancona si rendè a lui, e divenne sua tributaria. Si credeano quei popoli di darsi al duca di Milano, ma il conte chiaramente protestava di voler esserne egli signore [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]. Udite queste nuove il duca, confortollo segretamente a continuar l'impresa. Nello stesso tempo con altre soldatesche entrarono nel ducato di Spoleti Taliano Furlano, Antonello da Siena e Jacopo da Lunato, condottieri d'armi, allegando anch'essi, cioè fingendo, d'essere colà inviati dal concilio suddetto. Nè qui finì tutta la scena. Anche Niccolò Fortebraccio, soprannominato dalla Stella, dianzi capitano del papa medesimo, rivolse l'armi contra di lui, e, dopo la presa di Tivoli, cominciò ad infestare la stessa Roma. In grandi angustie ed affanni era per tali movimenti il pontefice. Rimasta in questi tempi libera dalle guerre esterne la repubblica fiorentina, ne soffrì un'interna [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 20.]. Rinaldo degli Albizi con altri potenti, voglioso di abbattere la fazione di Cosimo de' Medici, il più ricco e saggio di que' cittadini, tanto fece, che Bernardo de' Guadagni gonfalonier di giustizia, chiamato a palazzo esso Cosimo, il trattenne prigione. Fu in pericolo la vita di lui. Tuttavia andò a finir la tempesta in relegar lui per dieci anni a Padova, Lorenzo suo fratello per due anni a Venezia, e gli altri Medici in altre città. Fermossi, come già dicemmo, Alfonso re d'Aragona ad Ischia colla sua flotta, aspettando mutazioni a sè favorevoli nella corte della regina di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Ridusse intanto alla sua divozione Jacopo duca di Sessa; ma questo servì appunto a rovinare gl'interessi suoi [Bonincontrus, Annal., tom. eod.]; perciocchè Gabella Ruffa duchessa di Sessa, da cui, siccome favorita della regina, dovea venire il buon vento, essendo nemica del duca suo marito, voltato mantello, impiegò tutti i suoi uffizii contra d'Alfonso. Egli dunque trovando deluse le sue speranze, fatta una tregua di dieci anni colla regina, se ne tornò schernito in Sicilia. Nel mese di dicembre [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.] Antonio degli Ordelaffi, chiamato dal popolo, entrò in Forlì, e se ne fece signore, con iscacciarne la guarnigion pontificia. E Sigismondo Malatesta signore di Rimini, unito con Malatesta suo fratello, occupò la città di Cervia.