MCCCCXXXIV

Anno diCristo mccccxxxiv. Indiz. XII.
Eugenio IV papa 4.
Sigismondo imperadore 2.

Crebbero in quest'anno gli affanni di papa Eugenio [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Dall'un canto l'affliggevano i Padri del concilio di Basilea, che insuperbiti faceano di mani e di piedi per abbassare l'autorità del papa, e far conoscere superiore ad essa quella del concilio generale. Andò tanto innanzi la briga, che Eugenio, colla mira di schivare uno scisma, contro sua voglia cedette ad alcune pretensioni di quei Padri: il che diede poi motivi a molte dispute fra i teologi. Dall'altra parte cresceva la persecuzione fatta agli Stati della Chiesa dal conte Francesco Sforza [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.]. Coll'acquisto della Marca avea questi rallegrata non poco ed accresciuta la sua armata, e però durante il verno passò nell'Umbria, con occupar Todi, Amelia, Toscanella, Otricoli, Mogliano, Soriano ed altre terre. Atterrito da questo fiero temporale il papa, altro mezzo non seppe trovare per quetarlo, che quello di trattare un accordo [Blondus, Dec. II, lib. 5.]. Spedì pertanto allo Sforza il suo segretario Biondo da Forlì, storico rinomato; e la conchiusione del trattato fu, che Eugenio concedette al conte Francesco in vicariato, sua vita natural durante, la marca d'Ancona, nel dì 25 di marzo; e per maggiormente impegnarlo alla propria difesa, il creò gonfaloniere della Chiesa romana. Si accinse in fatti lo Sforza a sostenere gl'interessi del papa; e perchè Niccolò Fortebraccio tenea stretta Roma, inviò due mila cavalli sotto il comando di Lorenzo Attendolo e di Leone Sforza suo proprio fratello in soccorso a Micheletto Attendolo, generale in questi tempi del papa. Andarono queste genti all'assedio di Tivoli, dove s'era fortificato il Fortebraccio, il quale da lì a non molto attaccò una battaglia, e n'ebbe la peggio. Portossi lo stesso conte Francesco all'assedio di Montefiascone, e l'avrebbe astretto alla resa, qualora Filippo Maria Visconte non avesse imbrogliate le scritture. S'ebbe questi forte a male che il conte Francesco avesse abbracciato contro la sua mente il partito del papa. Per quanto dunque fu creduto, ricorse ad un altro ripiego a fin di salvare le apparenze, e di far del male, secondochè sospirava, all'odiato pontefice. Cioè operò che i Perugini, ossia che avessero, oppure che fingessero d'aver paura del conte Francesco Sforza, chiamassero in loro aiuto Niccolò Piccinino lor concittadino [Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 20.], il quale, mostrando di voler trasferirsi per bisogno di sua sanità ai bagni di Petriuolo, ottenne da' Fiorentini il passaggio di secento cavalli, ed altri cinquecento ne fece marciare per la Romagna. Giunto che fu il Piccinino, correndo il mese di maggio, in quelle parti, arrestò i disegni dello Sforza, e cominciò a camminar d'intelligenza con Niccolò Fortebraccio, il quale, ricevuto un rinforzo di gente da Viterbo, più che mai si diede ad inquietare ed angustiare i Romani. Ordiva egli nello stesso tempo delle trame co' Ghibellini di quell'augusta città, di modo che, sollevatosi il popolo romano nel dì 29 del mese suddetto, ed attizzato spezialmente da' Colonnesi [Raynaldus, Annal. Eccl. Blondus, et alii.], andò furiosamente a lamentarsi al papa delle vessazioni che lor conveniva di sofferire pel suo mal governo, e a far istanza che egli concedesse loro il reggimento temporale della città. Tanto il duca di Milano, quanto il concilio di Basilea fu creduto che segretamente soffiassero in questo fuoco. Andò tanto innanzi l'ardire de' Romani, che non solamente fecero prigione Francesco Condolmieri cardinale, e nipote d'esso papa, ma anche misero le guardie al palazzo del pontefice medesimo, abitante allora a' Santi Apostoli, ritenendolo anch'esso come prigioniere [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Ebbe la fortuna papa Eugenio nel dì 18 di maggio di potersene fuggire travestito con due soli compagni da monaco Benedettino, ossia de' minori osservanti, e di potersi imbarcare in uno schifo, oppur brigantino. Accortisi di sua fuga i Romani, il perseguitarono e balestrarono molto per le rive del Tevere; ma volle Dio che sano e salvo egli pervenisse ad una galea che l'aspettava in mare di là da Ostia [Anonimo, Ist. di Firenze, tom. 19 Rer. Ital.]. Adagiatosi in essa pervenne egli nel dì 12 di giugno a Livorno, da dove passò poi a Firenze nel dì 25, accolto con grande onore da quel popolo.

Restò dunque Roma in potere di Niccolò Fortebraccio, ma con poco gusto di que' cittadini [Stephan. Infessuta Diar.]; imperocchè dall'una parte Micheletto e Lorenzo da Cotignola con Leone Sforza, e dall'altra il castellano di Sant'Angelo li tormentarono sì fattamente con saccheggi e morti, che cominciarono dopo alcun mese a desiderare e a parlar d'accordo. Pertanto nel dì 26 d'ottobre Giovanni de' Vitelleschi Vescovo di Recanati e il vescovo di Turpia [Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.] ripigliarono, di consenso de' Romani, il possesso e dominio di Roma a nome del papa. Furono assai vicine in questi tempi l'armata del conte Francesco Sforza unito con Micheletto Attendolo dall'una parte, e dall'altra quella di Niccolò Piccinino congiunto con Niccolò Fortebraccio, a venire alle mani fra loro [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.]; e succederono anche molti movimenti delle lor armi; ma, interpostisi gli ambasciatori del duca di Milano, seguì fra loro una specie di concordia, per cui si obbligò il Piccinino di non impacciarsi nelle cose di Roma. Mentre da quella parte erano sotto il peso dell'armi gli Stati della Chiesa, si accese un altro incendio in Romagna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Nel dì 21 di gennaio, essendosi sollevato il popolo minuto d'Imola, tolse quella città alle genti del papa, e chiamò colà le milizie del duca di Milano, che stanziavano a Lugo: il che diede motivo a Guidantonio dei Manfredi signor di Faenza di far guerra a quella città, e di occupar quasi tutte le castella del di lei contado. Per questa novità non meno i Veneziani che i Fiorentini, spinti massimamente dalle istanze del papa, strepitarono forte, lamentandosi che l'incontentabil duca di Milano avea chiaramente contravvenuto ai capitoli dell'ultima pace. E perchè anche in Bologna vi erano dei cattivi umori per cagion della fazione allora dominante dei Canedoli, spedirono i Veneziani sul territorio bolognese Gattamelata lor capitano con mille lancie, acciocchè tenesse l'occhio addosso a Bologna, intendendosi col governatore di quella città, che era allora il vescovo d'Avignone. Gattamelata senz'altre cerimonie s'impadronì di Castelfranco, di Manzolino e della rocca di San Giovanni in Persiceto; ed, essendo capitato nel dì 13 di giugno ad essa terra di San Giovanni Gasparo fratello di Batista da Canedolo con cinquecento cavalli, venendo dai servigi della repubblica veneta, il Gattamelata il fece prigione con tutta quella gente. Si sollevarono per questo i Canedoli in Bologna; e, dopo aver preso il governator pontifizio, introdussero in città ducento cavalli del duca di Milano. Trattossi poi d'accordo cogli ambasciatori del papa; ma perchè non fu rilasciato Gasparo di Canedolo, non ebbe effetto il trattato. Intanto nuova gente venne da Venezia a Gattamelata sul Bolognese e in Romagna, che occupò Castel Bolognese, Castello San Pietro ed altri luoghi. I Fiorentini vi spedirono anch'essi Niccolò da Tolentino colle lor soldatesche; e nel medesimo tempo il duca di Milano, oltre all'avervi inviata gente dal canto suo, richiamò anche Niccolò Piccinino colle sue squadre dalle terre del Patrimonio [Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Venne il Piccinino a postarsi ad Imola, e dopo varii piccioli fatti, nel dì 28 di agosto, siccome capitano accortissimo e maestro di guerra, avendo con falsi assalti tirata di qua da un ponte fra Imola a Castel Bolognese parte dell'esercito collegato de' Veneziani co' capitani stessi; e fatto da' suoi occupare quel medesimo ponte, non durò gran fatica a sbaragliar questo corpo. Dopo di che marciò di là dal ponte, e sconfisse il resto dell'armata nemica. Segnalatissima fu questa vittoria, minutamente descritta dall'Ammirati [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 20.], perchè il campo dei Veneziani e Fiorentini era composto di sei mila cavalli e tre mila fanti; e, secondo la Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], fu creduto che appena ne scampassero mille cavalli, restando gli altri prigionieri; e fra questi ultimi si contarono [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] lo stesso Niccolò da Tolentino generale de' Fiorentini, che morì poi, o fu fatto morire, Pietro Gian Paolo degli Orsini, Astorre de' Manfredi di Faenza, Cesare da Martinengo, ed altri condottieri d'armi. Ebbero la fortuna di salvarsi Gattamelata, Guidantonio de' Manfredi signor di Faenza e Taddeo marchese. Spese poscia il Piccinino i due seguenti mesi in liberar da' nemici varie castella del Bolognese.

In Firenze nel dì 26 di settembre gran tumulto fece quel popolo [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Italic.], e fu richiamato dall'esilio Cosimo de Medici con altri confinati. E perocchè la rotta data dal Piccinino in Romagna avea di molto esaltato il duca di Milano [Ammirati, Istor. di Fir., lib. 20.], i Fiorentini cercarono di condurre al servigio loro e della lega il conte Francesco Sforza, già divenuto marchese della marca d'Ancona. Questi si trovava allora di stanza a Todi, e, quantunque gli stessero davanti agli occhi i vantaggi che sperava dal duca di Milano coll'accasamento di Bianca di lui figliuola, pure, considerando che il Piccinino gli andava avanti nella grazia del duca, e che a lui, e non a sè, verrebbe raccomandato il comando dell'armata, antepose all'incertezza delle speranze dell'avvenire la certezza dei presenti vantaggi: e tanto più perchè gli premeva di conservare l'acquistato dominio della Marca, di tenersi amico il papa co' Fiorentini, e di conservare il grado di gonfalonier della Chiesa [Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital.]. Pertanto si acconciò al servigio loro con ottocento cavalli e cinquecento fanti. Il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.] parla di tre mila cavalli e di mille fanti, e che ad esso conte Francesco fu promesso il generalato dell'armata de' collegati. Da molto tempo signoreggiava la famiglia de' Varani in Camerino. Per opera di Giovanni de Vitelleschi da Corneto vescovo di Recanati, e poi patriarca d'Alessandria, personaggio che per la sua superbia e crudeltà sfregiò di molto il pastorale e la mitra, fu ucciso Giovanni Varano da due suoi fratelli, e a Pietro Gentile altro lor fratello dallo stesso Vitellesco tolta fu la vita. Non passò molto che i due fratelli uccisori, cioè Gentile Pandolfo e Berardo, furono trucidati dal popolo di Camerino: con che i Varani perderono quella signoria, e i Camerinesi si fecero tributarii del conte Francesco Sforza con permissione di governarsi colle loro leggi. V'ha chi mette questo fatto sotto il precedente anno. Per alcun tempo avea Amedeo VIII duca primo di Savoia e principe di Piemonte [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.] gloriosamente e saviamente governati i suoi Stati, quand'ecco che nel novembre dell'anno presente, dato un calcio alle grandezze terrene, e rinunziato il governo ai due suoi figliuoli Luigi e Filippo, si ritirò in un romitaggio a Ripaglia presso il lago di Ginevra, ed ivi istituì l'ordine di San Maurizio. Fra poco vedremo questo principe in una positura ben diversa. Guerra intanto era nel regno di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Bonincont. Annal., tom. eod.]. Sovvertita la regina Giovanna da' suoi consiglieri, cioè da gente invidiosa del potere e delle ricchezze di Gian Antonio Orsino principe di Taranto, ch'era allora il primo barone del regno, gli mosse guerra. Il re Lodovico d'Angiò, dimorante allora in Calabria, per ordine della regina menò contra di lui mille e cinquecento cavalli ed altrettanti pedoni. Tre altri mila cavalli condusse a questa impresa Jacopo Caldora, allora duca di Bari e signor dell'Abbruzzo; e la regina vi mandò cinque altri mila cavalli. Contra di questo torrente fece quanta difesa potè il principe di Taranto, aiutato da Gabriello Orsino duca di Venosa suo fratello; pure passavano male i suoi affari, ed era, dopo aver perduto alcune città, in pericolo di rimanere spogliato di tutto, essendo anche stato assediato in Taranto. Ma venuto il novembre, fu sorpreso da gagliarde febbri il re Lodovico, ed, essendo passato al castello di Cosenza in Calabria, verso la metà di quel mese passò a miglior vita: principe per le sue rare qualità compianto da tutti, e spezialmente dalla regina, ben pentita d'averlo trattato sì male per tanto tempo, con tenerlo lungi da sè. Aveva egli sposata in questo o nel precedente anno Margherita figliuola del suddetto Amedeo duca di Savoia, e sorella di Maria duchessa di Milano, ed avea anche impiegata o gittata buona parte della dote nella spedizione suddetta [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoje, tom. 1.]. Divenne poi questa principessa in seconde nozze moglie di Lodovico duca di Baviera, conte palatino del Reno. Per la morte di questo principe, e perchè Jacopo Caldora, sazio sino alla gola di prede, s'era ritirato a Bari, respirò alquanto il principe di Taranto; e con quelle poche genti che avea, uscito in campagna nel verno, in meno d'un mese ricuperò tutte le terre perdute: frutto massimamente delle sue amabili maniere, e della sua onoratezza e giustizia.