MCCCL
| Anno di | Cristo mcccl. Indizione III. |
| Clemente VI papa 9. | |
| Carlo IV re de' Romani 5. |
Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma da papa Clemente VI [Raynaldus, Annal. Eccles.], il quale per le istanze de' popoli, e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni decretato da papa Bonifazio VIII, perchè resterebbe da questo pio vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono. Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti, come nelle fiere [Matteo Villani, lib. 1, cap. 56.]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno. E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e il cardinale Annibaldo da Ceccano legato apostolico corse dei pericoli [Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Questi poi, prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia era Astorgio di Duraforte; e trovando egli tutte le città occupate da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le richieste sue con premurose lettere del papa. L'arcivescovo di Milano gl'inviò cinquecento barbute. Mastino dalla Scala, i Pepoli signori di Bologna ed Obizzo Estense signor di Ferrara e Modena gliene mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani. La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di Faenza, signoreggiata allora da Giovanni de' Manfredi, che dianzi ne avea cacciate le genti del conte [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 16 di maggio imprese l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette una strepitosa novità. Trattava Giovanni de' Pepoli d'aggiustamento fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere di Jacopo suo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con un suo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti prigioni. Il Manfredi e Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo il duca Guarnieri condottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza, e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due nobili bolognesi. Condotto Giovanni de' Pepoli nelle carceri d'Imola, gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto, e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche, per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece allora Jacopo de' Pepoli venire il duca Guarnieri con sua gente per difesa della città, e ricorse ancora per aiuto a Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano. Bella occasione di pescar nel torbido parve questa al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandio Ugolino Gonzaga, e vi andò in persona Malatesta signor di Rimini con assai gente: stomacati tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli. Per lo contrario, Mastino dalla Scala, ricordevole che i Pepoli erano stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio del conte della Romagna.
Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli. Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte, segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 1. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]; laonde il Visconte spedì tosto a Bologna i due nipoti Bernabò e Galeazzo con gran gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] fecero eleggere signor di Bologna Giovanni Visconte nel dì 25 d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto, che andava gridando per le strade: Noi non vogliamo essere venduti. Tuttavia bisognò prendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.
Fu in quest'anno [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] che Giovanni Visconte, per meglio stabilire la sua casa, procurò a Bernabò suo nipote in moglie Regina figliuola di Mastino, e all'altro suo nipote Galeazzo Bianca sorella di Amedeo VI conte di Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata Regina, e alla nobil funzione intervennero Obizzo marchese d'Este e Jacopo da Carrara signor di Padova, i quali, secondo l'uso di que' tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa. Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le nozze di amendue, e quelle ancora di Ambrosio figliuolo di Lodrisio Visconte. Successivamente nel mese di novembre Can Grande dalla Scala figliuolo di Mastino prese per moglie Isabella figliuola del già Lodovico il Bavaro, e sorella del marchese di Brandeburgo. Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasione Nell'anno presente [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] Lodovico degli Ordelaffi s'impadronì di Bertinoro, e Francesco degli Ordelaffi occupò Meldola. Erano essi collegati coi Manfredi di Faenza contro al conte di Romagna. Guerra in questi tempi bolliva tra il patriarca di Aquileia Beltrando, Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e il conte di Gorizia, con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del patriarca [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada, vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città di Padova Jacopo da Carrara, e s'era guadagnato l'amore del pubblico, ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi portamenti era sequestrato in Padova [Gatari, Histor. Padov., tom, 17 Rer. Ital. Cortus. Histor.]. Perchè costui non poteva ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì, che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre, onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani. Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè non si trovava in città se non Marsilio fanciullo, figliuolo di esso Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il popolo, finchè venissero Jacopino fratello e Francesco primogenito dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22 del suddetto mese, entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.
Terminò in quest'anno sul principio di gennaio o di febbraio i suoi giorni Giovanni da Murta doge di Genova, dopo aver con assai zelo e prudenza governata quella repubblica [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. In luogo suo fu eletto Giovanni di Valente. Ma in questo anno ebbe principio una nuova guerra fra i Genovesi e i Veneziani, nazioni emule da gran tempo per la mercatura che faceano in Levante. Erano i primi padroni di Gaffa nella Crimea [Marino Sanuto, Ist., tom. 22 Rer. Ital.], e pretendendo che i Veneziani non navigassero nel mar Nero, ossia Maggiore, presero alcuni loro legni, e ne ritennero la mercatanzia. Essendo riuscite vane le istanze fatte per via di ambasciatori, affinchè restituissero il maltolto, adunarono i Veneziani una flotta di trentacinque galee sotto il comando di Marco Ruzino. Con questa avendo colte nel di 29 di agosto quattordici galee di mercatanti genovesi ad Alcastri, cinque ne presero, e all'altre fu messo fuoco da' Genovesi medesimi; oppure, secondo lo Stella, dieci vennero alle loro mani, e quattro si salvarono a Scio. Più di mille prigioni furono condotti a Negroponte. Ecco dunque dichiarata la guerra fra queste due nazioni, sì potenti allora in mare. Diede essa motivo dipoi a' Veneziani di collegarsi col re di Aragona, nemico anch'esso de' Genovesi; e di queste maledette divisioni e rivalità de' cristiani seppero ben profittare allora i Turchi con istendere la loro potenza nell'Asia. Benchè sembrassero gli affari del re d'Ungheria in assai buono stato dopo la rotta data ai Napoletani, pure cangiarono presto faccia per l'infedeltà ed ingordigia de' Tedeschi, comandati dal duca Guarnieri. Cominciarono essi a tumultuare in Aversa per cagion delle paghe che non correvano [Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Stefano vaivoda di Transilvania, generale dell'armata unghera, tentò di placarli col dar loro nelle mani i baroni napoletani prigioni, acciocchè col riscatto di essi si rimborsassero. Racconta il Gravina che que' crudi masnadieri, per indurre essi nobili a pagare cento mila fiorini d'oro, con varii tormenti li ridussero quasi a morte: laonde promisero di pagare quella somma, che Matteo Villani fa ascendere fino a ducento mila fiorini. Ma neppur questo bastando al compimento delle paghe da loro pretese, si scoprì una risoluzione da lor fatta di far prigione lo stesso vaivoda. Perlochè il vaivoda una notte con tutti i suoi Ungheri se ne andò alla volta di Manfredonia. Rimasti i Tedeschi padroni d'Aversa e d'altri luoghi, trattarono una tregua col re Luigi e coi Napoletani, ricavandone cento mila fiorini d'oro. Cento altri mila furono loro promessi, se cedevano Aversa, Capoa ed altri luoghi ad esso re Luigi. Ma in fine costoro, non avendo più sussistenza di viveri, si ritirarono da Aversa, e la depositarono in mano del cardinal di Ceccano [Matteo Villani, lib. 1, cap. 87.]. Il duca Guarnieri con settecento cavalieri, siccome dicemmo, venne dipoi a Forlì e Bologna, dove prese soldo. Corrado Lupo con altri Tedeschi si acconciò di nuovo ai servigi del vaivoda. Avendo poscia il re Luigi ripigliato Aversa, e fortificatala, parevano risorti i di lui affari, quando eccoti Lodovico re d'Ungheria, che con gran gente, mosso dalle sue contrade, viene a sbarcare in Manfredonia. Unite insieme le sue forze in Baroli, si trovò che ascendevano a quasi quattordici mila Ungheri a cavallo ed otto mila Tedeschi parimente cavalieri, e a quattro mila fanti lombardi. Il Villani, forse con più fondamento, la fa minore di qualche migliaio. Conquistò Bari, Bitonto, Baroli, Canosa, Melfi, Matalona, Trani ed altre terre. I Salernitani gli aprirono le porte: in una parola venne alle di lui mani, fuorchè Aversa e Napoli, tutta la Terra di Lavoro. Lungo tempo si trattenne dipoi il re d'Ungheria all'assedio di Aversa, nè, per quanti assalti desse alla terra con gran perdita di sua gente, potè vincerla. L'ebbe in fine per trattato da quei cittadini. Ma intanto papa Clemente VI non intermetteva diligenza alcuna per mettere fine a questo fiero sconvolgimento del regno di Napoli, facendo proporre, per mezzo di due cardinali, tregua o pace. Il re d'Ungheria, che gran voglia avea di ritornarsene al suo paese, vi diede orecchio; molto più il re Luigi e la regina Giovanna sua moglie, che erano giunti al verde, nè sapeano più come sostenersi. Fu dunque rimessa al pontefice la cognizion della differenza, con che intanto i due re e Giovanna uscissero del regno. Se si trovava colpevole la regina della morte del duca Andrea, dovea perdere il regno, e questo darsi al re unghero; se innocente, avea da tornarne in possesso, e pagare al re unghero per le spese della guerra trecento mila fiorini d'oro. Venne il re d'Ungheria per sua divozione a Roma, e poscia si ridusse ai suoi stati d'Ungheria. La sentenza della corte pontificia in fine fu favorevole alla regina Giovanna, come ogni saggio ben prevedeva; e il re di Ungheria per sua magnanimità neppur volle o pretese i trecento mila fiorini, che gli si doveano secondo i patti. In quest'anno Benedetto di Buonconte de' Monaldeschi, dopo avere ucciso due de' suoi consorti, si fece signore d'Orvieto. Giovanni de' Gabrielli anch'egli prese la signoria di Gubbio; e perciocchè i Perugini andarono all'assedio di quella città, il tiranno chiamò in suo aiuto Bernabò Visconte, che per l'arcivescovo suo zio vi mandò un rinforzo di cavalleria, e in questa guisa si difese.