MCCCLI
| Anno di | Cristo mcccli. Indizione IV. |
| Clemente VI papa 10. | |
| Carlo IV re de' Romani 6. |
L'acquisto fatto da Giovanni Visconte arcivescovo di Milano della città di Bologna, con indignazione era stato inteso da papa Clemente VI [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], sì per vedere occupata da un sì potente signore una sì riguardevol città della Chiesa, come ancora per conseguenze fastidiose che ne poteano avvenire. Però nel novembre dell'anno precedente gli avea scritto un breve fulminante, con ordine di restituire entro un termine prefisso quella città, e con intimazione delle censure contra di lui, di Galeazzo suo nipote e dei Pepoli, se non ubbidiva. Mandò anche in Italia nell'anno presente un suo nunzio per far leghe contra del Visconte. Se s'ha in ciò da prestar fede al Corio [Corio, Istoria di Milano.], arrivato questo nunzio a Milano nel gennaio di quest'anno, rinnovò le istanze pontificie per la restituzion di Bologna, e disse per parte del papa al Visconte, che si eleggesse, o d'essere solamente arcivescovo, o solamente principe temporale, perchè l'uno e l'altro non volea che fosse. Aspettò l'arcivescovo a dargli la risposta la seguente mattina nel duomo, dopo aver celebrata solenne messa. Fatta ripetere l'istanza del nunzio in presenza del popolo, prese colla man manca la croce, e coll'altra una spada nuda, e disse al prelato: Monsignore, risponderete al papa da parte mia, ch'io con questa difenderò l'altra. Il pontefice, avuta questa risposta, sottopose all'interdetto tutte le città dell'arcivescovo, e citò lo stesso arcivescovo a comparire in Avignone: al che gli fece sapere d'essere pronto. Diede intanto ordine al suo ministro d'Avignone di far quivi de' preparamenti per dodici mila cavalli e sei mila fanti; e il ministro cominciò con furia a preparar fieno e case per li forestieri che il Visconte andava mandando colà. Avvisatone il papa, volle saperne da esso ministro la cagione: e uditala, e che la spesa già fatta ascendeva a quaranta mila fiorini, gli rimborsò quella somma, e comandogli di far sapere al suo padrone che non s'incomodasse per venir colà. Non farei sicurtà io che questo non fosse uno di que' racconti che vengono dal popolo per esaltar le cose del proprio paese. Quello che è fuor di dubbio, l'oro, sì potente in tante altre congiunture, qui ancora esercitò il suo potere. Cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente ebbe maniera il Visconte di riportar dal papa l'investitura di Bologna collo sborso di centomila fiorini d'oro in due rate; e così cessò tutta la collera della corte pontificia contra del Biscione. Ma da Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 1.] questo accordo è riferito al dì 8 di maggio, e dal Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] all'ottobre dell'anno seguente. Secondo lo stesso Villani, il Visconte diede da bere a tutti i maggiorenti d'essa corte, come dicono in Milano, nella tazza di santo Ambrosio. E perciocchè i Fiorentini, pensando ai casi loro, studiaronsi di far venire in Italia Carlo IV re de' Romani, seppe molto bene l'arcivescovo trattenere quest'altro principe con aurei regali, e con rappresentargli, qual indecenza sarebbe il venire contra chi sosteneva i diritti dell'imperio in Italia, laddove i Fiorentini e gli altri Guelfi non cercavano se non di abolirli.
Mentre queste cose passavano in corte del papa, Bernabò Visconte, il quale in vece del fratello Galeazzo era ito al comando di Bologna [Cronica di Bologna, tom. eod.], riscattò dalle mani de' Tedeschi i due figliuoli di Giovanni dei Pepoli, e da essi ricavò ancora il possesso di Castello San Pietro, e ricuperò Lugo, ed ogni altra fortezza e castello del Bolognese. Il duca Guarnieri soddisfatto delle sue paghe, e carico d'oro, andò ai servigi di Mastino dalla Scala; e il conte della Romagna [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], cioè Astorgio di Duraforte, accortosi tardi della pazza sua condotta e dei mali effetti della sua dislealtà, screditato se ne tornò oltramonti. A dì 14 di aprile arrivò al governo di Bologna Giovanni Visconte da Oleggio. La parzialità e fidanza grande che aveva in costui l'arcivescovo, fecero credere a molti ch'egli fosse suo figliuolo. Nel dì 3 di maggio l'esercito del Visconte andò allo assedio d'Imola sotto il comando di Bernabò, con cui furono Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì e Giovanni de' Manfredi signor di Faenza. Ma dentro v'era Guido degli Alidosi, che fece una gloriosa difesa, finchè l'arcivescovo mosse l'armi sue contro la Toscana. Intanto nel dì 21 di giugno si scoprì un trattato in Bologna; se vero o finto, io nol saprei dire. Andando la notte in ronda un uffiziale di Giovanni da Oleggio, trovò la porta di Strà Castiglione non serrata con chiave. Imprigionato il capitano e tormentato, accusò Jacopo de' Pepoli come congiurato coi Fiorentini, per ritorre quella città; e nominò alcuni complici, i quali tormentati confessarono lo stesso. Fu perciò preso Jacopo de' Pepoli ed Obizzo suo figliuolo, dimorante in San Giovanni in Persiceto, terra che, non men di Crevalcuore e di Sant'Agata, si diede poco appresso a Giovanni da Oleggio. Francamente se ne andò a Milano Giovanni dei Pepoli, che dimorava allora in Nonantola, a lamentarsi coll'arcivescovo di quanto avea operato il di lui uffiziale, pretendendolo un'iniquità e una mera calunnia. Gli fu permesso di stare in Milano coll'assegno d'una pensione mensuale, purchè facesse venir colà un suo figliuolo, e cedesse la terra di Nonantola: il che fu eseguito. Jacopo condannato ad una perpetua carcere, nell'ottobre fu condotto a Milano; ma alcuni de' suoi compagni come rei finirono la vita loro sopra un patibolo in Bologna. Dacchè Giovanni Visconte non potea, per li patti fatti col papa, stendere le sue conquiste verso la Romagna, rivolse i suoi pensieri alla Toscana. Sturbò le leghe che andavano maneggiando in Lombardia i Fiorentini, ed egli tirò al suo partito i Pisani e tutti i Ghibellini di quelle parti. Non isbigottiti per questo i Fiorentini [Matteo Villani, lib. 1, cap. 95.], attesero a premunirsi contra l'ingordo prete, che colla sua potenza già si scopriva disposto ad ingoiar tutti i vicini. La prima loro impresa fu di assicurarsi di Pistoia. V'erano dentro delle turbolenze per la nemicizia dei Panciatichi coi Cancellieri; e temendo che non ne approfittasse il Biscione, il quale tuttavia faceva dell'amico loro, nel dì 26 di marzo tentarono di sorprenderla con una scalata sul fare del giorno. Fallito il colpo, misero l'assedio a quella città, e la tennero stretta per qualche tempo, finchè, venuti gli ambasciatori di Siena a trattare d'accordo, ottennero sul fine d'aprile che quel popolo prendesse alla loro guardia i Fiorentini.
Era quasi spirato il mese di luglio, quando si fecero palesi i disegni dell'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconte contra de' Guelfi toscani. Marciò il di lui esercito da Bologna alla volta di Pistoia, ed, impadronitisi della Sambuca, si accampò sul territorio di Pistoia. Ne era capitan generale il soprammentovato Giovanni da Oleggio. Nello stesso tempo si mossero contro ai Fiorentini gli Ubaldini, i Tarlati e i Pazzi di Valdarno. Cavalcarono dipoi le genti del Visconte sul distretto di Firenze sino a Campi e Peretola; ma quivi, cominciando a penuriar di viveri, poco si poterono fermare, e passarono in Mugello. Cinsero poscia d'assedio la terra di Scarperia [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]; ma quegli abitanti col presidio de' Fiorentini fecero così valorosa difesa, che, per quanti assalti si dessero alla terra, non solo niun vantaggio ne riportarono gli assedianti, ma furono sempre respinti con loro danno e vergogna. Sicchè nel dì 16 di ottobre prese Giovanni da Oleggio il partito di valicar l'Apennino, e di tornarsene collo screditato suo esercito a Bologna, senza aver preso un castello di conto. Per sì felice avvenimento furono in gran gloria ed allegria i Fiorentini, e ne scapitò forte l'onore dell'arcivescovo di Milano. Nè si dee tacere che nel mese di settembre, mandando i Perugini in aiuto dei Fiorentini secento de' lor cavalieri, tutta bella gente d'armi Pier Saccone de' Tarlati, che avea ricevuto un sussidio di quattrocento cavalieri tedeschi dal capitano del Visconte, postosi in agguato, gli assalì; e, benchè sulle prime restasse egli prigione, pure riavuto sconfisse i Perugini con far prigioni trecento de' lor cavalieri, e prendere ventisette bandiere. Nel novembre seguente esso Pier Saccone per tradimento entrò in Borgo San Sepolcro, terra molto ricca, e se ne impadronì: nè i Perugini, con tutto il loro sforzo, poterono impedire ch'egli non acquistasse ancora le rocche, le quali si erano tenute forti per qualche tempo. Intanto per la guerra insorta fra i Veneziani e Genovesi, dall'una e dall'altra repubblica fatto fu un forte armamento [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; ma più in Genova, dove si allestirono sessantaquattro galee con gran copia d'armati, e massimamente di balestrieri, sotto il comando di Paganino Doria. Passata questa possente flotta nel mese di luglio nel golfo di Venezia, recò danno a varii luoghi, e poi dirizzò le prore verso Negroponte, dove erano i prigioni di lor nazione. Trovarono in quel porto tredici o più galee veneziane; v'ha chi scrive che le presero, e mandarono a Genova colle mercatanzie; e chi, avere il general de' Veneziani attaccato ad esse il fuoco. Tennero gran tempo i Genovesi assediata quella città, e l'assalirono in fine con tal empito, che v'entrarono per forza, e liberarono i lor prigioni; ma, conoscendo di non poter tenere quel luogo, dopo avergli dato fuoco in più siti, se ne andarono a Pera. Intanto i Veneziani collegatisi coi Catalani, o vogliam dire col re d'Aragona [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi supra.], nemico spacciato de' Genovesi, gli spedirono ventitrè corpi di galee, perchè le armasse di sua gente, siccome egli fece. Altre ventisette ne armarono nobilmente gli stessi Veneziani. Unitisi questi legni in Sicilia, fecero vela nel novembre verso l'Arcipelago, e raccolti altri di lor bandiera che erano in Levante, si trovarono i Veneziani avere una flotta di sessanta galee, che svernò in quelle parti. Intanto i Genovesi s'erano impadroniti dell'isola di Tenedo, togliendola ai Greci, ed aveano dato il sacco ad altre loro terre: dopo di che passarono anch'essi il verno in quelle contrade. Nel dì 3 di giugno dell'anno presente passò all'altra vita Mastino dalla Scala signore di Verona e Vicenza, principe rinomato e temuto assaissimo in vita sua, e di cui, più che di altri, Giovanni Visconte cercò l'amicizia e paventò il valore. Lasciò, oltre a molti bastardi, dopo di sè tre figliuoli legittimi, cioè Can Grande secondo, Can Signore e Paolo Alboino. Era tuttavia vivente Alberto dalla Scala suo fratello, e questi si contentò che anche i nipoti fossero eletti e proclamati signori. Ma, o sia che al solo Can Grande fosse data la signoria con suo zio, oppure che gli altri suoi due minori fratelli cedessero: certo è che il governo restò in mano di Can Grande dopo la morte d'Alberto, la quale avvenne a dì 13 di settembre dell'anno seguente, senza che di lui restasse prole alcuna legittima. Riuscì nell'anno presente al pontefice Clemente VI, siccome già accennammo, di mettere pace fra il re Lodovico d'Ungheria e il re Luigi di Napoli: laonde gli affari di quest'ultimo cominciarono a prosperare, e i baroni a poco a poco vennero a riconoscerlo per loro signore.