MCCCLXXXII
| Anno di | Cristo mccclxxxii. Indiz. V. |
| Urbano VI papa 5. | |
| Venceslao re de' Romani 5. |
Lodovico duca d'Angiò, che a tempo non era potuto venire in Italia per impedir la caduta e prigionia della regina Giovanna, si mise in quest'anno in cuore di liberarla dalle mani del re Carlo. A tale effetto raunò un formidabile esercito di Franzesi e d'altre nazioni. Costume è de' popoli, ed anche de' principi, siccome abbiam detto più volte, d'ingrandire a dismisura il ruolo delle armate. Oltre all'autore della Cronica di Forlì [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], il Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], vivente allora, giugne a dire che il di lui esercito ascendeva a sessantacinque mila cavalieri. L'autore degli Annali Milanesi [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.] gliene dà quarantacinque mila. Ma il Cronista Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e Matteo Griffoni [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital.] con più giudizio scrissero ch'egli entrò in Italia con quindici mila cavalli, e tre mila e cinquecento balestrieri; ed avea seco Amedeo conte di Savoia, principe di gran riputazione. Era questo duca d'Angiò, se si ha da credere al Gazata, uomo crudelissimo, e da tutti odiato in Francia. Vantavasi egli di venire in Italia per abbattere papa Urbano, giacchè egli riconosceva l'antipapa Clemente per vero papa. Rapporta il Leibnizio [Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 106.] un atto curioso d'esso Clemente, cioè una bolla di lui, colla quale instituisce e dona al suddetto duca d'Angiò e a' suoi discendenti il regno dell'Adria, formandolo colle provincie della marca di Ancona e Romagna, col ducato di Spoleti, colle città di Bologna, Ferrara, Ravenna, Perugia, Todi, e con tutti gli altri Stati della Chiesa romana, a riserva di Roma, Patrimonio, Campania, Marittima e Sabina. Dio non permise poi un sì grave assassinio allo stato temporale de' romani pontefici. Quell'atto vien riferito da esso Leibnizio nell'anno presente 1382. Ma ivi si legge: Datum Spelunga Cajetanae Dioecesis XV kalendas maji, pontificatus nostri anno primo: note indicanti l'anno 1379. Ma non par molto verisimile che, stando allora l'antipapa nel territorio di Gaeta, ideasse così di buon'ora uno smembramento tale degli Stati della Chiesa. Comunque sia, affine di potere sicuramente passare per gli Stati de' Visconti, Lodovico cercò l'amicizia di Bernabò, e si convenne che il Visconte darebbe in moglie Lucia sua figliuola ad un figliuolo d'esso duca, e gli presterebbe quaranta mila fiorini d'oro, con altri patti d'assistenza per la conquista del regno di Napoli [Corio, Istoria di Milano.]. Negli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] è scritto avergli Bernabò promesso ducento mila fiorini d'oro a titolo di dote: e lo stesso autore, siccome il giornalista napoletano [Giornal. Napolet., tom. 15 Rer. Ital.], ci conservarono il registro dell'insigne nobiltà e baronia che accompagnò esso duca d'Angiò a questa spedizione. Fece Bernabò quante finezze potè all'Angioino nel suo passaggio; passaggio ben greve ai territorii, che tanta cavalleria ebbero a mantenere, e sofferir anche lo spoglio delle case. Furono ben trattati i Bolognesi; e Guido da Polenta signor di Ravenna alzò le bandiere d'esso duca di Angiò [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.].
Aveva il re Carlo spedito il conte Alberico da Barbiano con trecento uomini d'armi per opporsi a questo passaggio. Per tale, benchè picciolo, aiuto Forlì e Cesena tentate dal duca si sostennero, e vi furono solamente bruciate alcune ville. Anche Galeotto Malatesta negò la vettovaglia. Ciò non ostante, e quantunque Alberico avesse dato il guasto a tutto il foraggio del paese di là da Forlì, pure l'armata angioina nel mese d'agosto passò oltre, ed essendosegli data Ancona, arrivò finalmente nel regno di Napoli. L'autore della Cronica di Rimini scrive [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] d'aver veduto passar quest'armata, e parve a lui e ad altri vecchi pratici della guerra di non essersene mai veduta una sì grossa, nè di più bella gente, di modo che comunemente si credeva che fossero più di quaranta mila cavalli. Intanto il re Carlo, sentendo qual turbine terribile romoreggiasse contra di lui, secondo la mondana politica credette non essere più da lasciare in vita l'imprigionata regina Giovanna. Sui principii la trattò egli con assai umanità, le fece anche delle carezze, sperando d'indurla a cedere in suo favore non solo il regno di Napoli, ma anche la Provenza [Tristanus Caracciolus, Opusc., tom. 22 Rer. Ital.]. Tale nondimeno era l'odio che in suo cuore covava essa regina contra di questo ladrone (così ella il chiamava), che mai non volle consentire. Arrivate le galee di Marsiglia, siccome dissi, troppo tardi in aiuto suo, allora il re Carlo rinforzò le batterie, acciocchè essa confessasse d'essere trattata da madre, e comandasse ai Provenzali di ricevere esso re Carlo per signore. Finse ella di acconsentire, ma come furono condotti alla presenza sua gli uffiziali di quelle galee, da donna magnanima disse loro quanto potè di male del re Carlo, ordinando che si sottomettessero, non mai a quell'assassino, ma bensì a Lodovico duca d'Angiò, eletto da lei per suo erede; e che per conto di lei ad altro non pensassero se non a farle il funerale, e a pregar Dio per l'anima sua. Da ciò venne che il re Carlo la fece chiudere in dura prigione; ed allorchè intese che con tante forze era per venire il duca d'Angiò per liberarla, nel dì 12 di maggio, siccome hanno i Giornali di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], oppure nel dì 22, come ha il testo di Teodorico di Niem [Theodoricus de Niem, Histor.], o col veleno, oppure, come fu voce e credenza più accertata, con laccio di seta la fece privar di vita, e poscia esporre il suo cadavero, acciocchè fosse veduto da tutti. Tal fine ebbe la misera regina, la cui fama di molto restò annerita per la morte del suo primo marito Andrea, in cui certo è che ebbe mano. Tristano Caracciolo, scrittore di gran senno ed onoratezza, da lì a cent'anni fece assai conoscere che nel resto delle azioni sue fu principessa giusta, saggia e degna di lode, benchè con fine sì ignominioso miseramente terminasse la vita.
Entrato il duca d'Angiò per la parte d'Abruzzo nel regno di Napoli, fu messo in possesso dell'importante città dell'Aquila, datagli da Ramondaccio Caldora. Ebbe Nola, Matalona, ed altre città e terre. Seco fu una gran frotta di baroni napoletani, che aveano tutti sposato il partito di lui e dell'infelice regina. Veggonsi essi ad uno ad uno annoverati dal Buonincontri ne' suoi Annali [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. E quindi nacque la fazione angioina, che lungo tempo durò poi, e tenne diviso quel regno. Per mediazione di papa Urbano condusse il re Carlo al suo soldo Giovanni Aucud con due mila e ducento cavalli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], che nel dì 22 d'ottobre giunse a seco unirsi. Così venne egli ad avere quattordici mila cavalli al suo servigio; ma il duca d'Angiò ne contava molte migliaia di più. Avrebbe il re potuto venire ad un fatto d'armi, siccome bramavano gli avversarii franzesi; ma, per consiglio del saggio conte Alberico da Barbiano, volle star sempre alla difesa, sperando che vedrebbe a poco a poco dissiparsi e venir meno le soldatesche del principe nemico, siccome in fatti avvenne. Portata al duca d'Angiò la nuova che l'Aucud era venuto a militare contra di lui, considerandolo tuttavia come capitano dei Fiorentini, ordinò che in Provenza fossero prese tutte le merci de' Fiorentini: ordine che fu puntualmente eseguito con grave danno di quella nazione [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Verità o finzione fosse, certo è che i Fiorentini l'aveano casso. Nel mese d'ottobre del presente anno mancò di vita Lodovico da Gonzaga signor di Mantova [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e andò a rendere conto a Dio dei due suoi fratelli Ugolino e Francesco uccisi per ordine suo. Aveva atteso a mettere insieme gran danaro. Gli succedette nel dominio Francesco suo figliuolo, che avea per moglie una figliuola di Bernabò Visconte. L'ultimo anno ancora della vita di Lodovico re d'Ungheria e di Polonia fu questo, cioè di un principe che abbiam veduto mischiato non poco negli affari d'Italia, e che lasciò dopo di sè una memoria gloriosa per la sua pietà e per le sue memorabili imprese [Cromerus et Bonfinius, de Reb. Hungar.]. Di lui non restò prole maschile. Solamente ebbe due figliuole, cioè Maria, che ereditò il regno d'Ungheria, e coronata prese il nome di re, e non di regina. Ad Edvige, altra sua figliuola, toccò il regno di Polonia. A questa grande eredità aspirava Carlo di Durazzo re di Napoli, pretendendo dovuti quei regni a sè, come maschio e parente stretto; ma per ora, trovandosi egli troppo occupato dalla guerra col duca d'Angiò, con dissimulazione se la passò. In vigor della pace fra i Veneziani e Genovesi, dovea essere consegnato ad Amedeo conte di Savoia l'importante castello di Tenedo [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Spedirono essi l'ordine, ma Zanachi Mudazzo capitano di quella fortezza si ostinò in non volerla consegnare. Creduto ciò un'invenzione de' Veneziani, fu fatta in Genova gran rappresaglia e sequestro delle merci che erano ivi de' Fiorentini, perchè questi erano entrati mallevadori della consegna e distruzione di Tenedo. I Veneziani, che operavano con sincerità, furono obbligati a spedire uno stuolo di galee e d'altri legni colà, che, assediato quel castello, l'astrinsero nell'anno seguente alla resa, e dipoi lo smantellarono, portando altrove tutti gli abitanti. Venne a morte nel dì 5 di giugno Andrea Contareno doge di Venezia [Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], principe glorioso per aver salvata la patria in mezzo a tanti pericoli. Ebbe per successore Michele Morosino, eletto doge nel dì 10 d'esso mese. Ma poco potè egli godere di quell'eccelsa dignità, di cui era sì meritevole per le sue rare virtù, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 15 d'ottobre. Però l'elezione di un altro doge, fatta nel dì 24 di novembre, cadde nella persona di Antonio Veniero.