MCCCLXXXIII

Anno diCristo mccclxxxiii. Indiz. VI.
Urbano VI papa 6.
Venceslao re de' Romani 6.

La guerra del regno di Napoli tuttavia durava, ma fiaccamente era condotta non meno dal re Carlo che da Lodovico duca d'Angiò. Ora papa Urbano VI, uomo focoso, non potendo sofferire così gran lentezza, determinò di passare alla volta di Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Raynald., Annal. Ecclesiast.]. Più nondimeno lo spigneva a quel viaggio la brama d'indurre il re Carlo all'osservanza delle promesse, giacchè questi s'era obbligato di conferire il ducato di Capoa e d'Amalfi con altre terre a Francesco da Prignano suo nipote, soprannominato Butillo [Theodoric. de Niem, Histor.]. A questa sua risoluzione s'opposero sei o sette de' cardinali; ma questo papa, sì pieno di pensieri secolareschi, era uomo cocciuto, nè volea consigli, nè chi gli contraddicesse. Fu a Ferentino nel settembre, e mandò ordine a que' cardinali che venissero a trovarlo, perchè volea continuare il viaggio a Napoli. Se ne scusarono con allegare la lor povertà, e la poca sicurezza delle strade infestate dai Bretoni, soldati dell'antipapa. Urbano, sempre pieno di diffidenza, prese questo rifiuto per un disegno di ribellione, e con una scandalosa bolla li minacciò di deporli, se non ubbidivano tosto. Portatosi ad Aversa, fu a fargli riverenza il re Carlo, il quale mal volentieri vide questa visita fatta a' suoi Stati, nè però mancò di onorarlo in tutte le maniere convenienti all'alta di lui dignità e sovranità. In quella stanza poco gusto ebbe il papa. Contuttociò unito col re entrò nel dì 9 d'ottobre in Napoli, ricevuto dal clero e popolo con gran solennità ed ossequio. Gli fu dato l'alloggio in Castel Nuovo, e sotto specie di onore gli furono posti molti corpi di guardia, acciocchè poco potesse trattar co' Napoletani, giacchè il re Carlo, conoscendo il di lui umore, poco se ne fidava. Tuttavia scrive l'autore de' giornali napoletani che il re promise allora, o confermò la dianzi fatta promessa di dare a Butillo nipote del papa il principato di Capoa, il ducato di Amalfi, Nocera, Scafato ed altre terre. Pareva al papa di star male e come in prigione in quel castello. Tanto si maneggiò, che gli fu permesso di passare all'arcivescovato. Avvenne dipoi che Butillo suo nipote, uomo perduto nella sensualità, e dato unicamente ai piaceri, rapì di monistero di Santa Chiara una nobil monaca professa, e seco la tenne per alquanti giorni. Fu processato, e citato d'ordine del re Carlo; e perchè non si presentò, uscì contra di lui la condannagion della testa. Il papa, che scusava il nipote per la sua giovanezza, tuttochè egli fosse in età di quarant'anni, ne fece gran doglianza. Andò perciò in nulla il processo. Butillo fu messo in possesso degli Stati suddetti, e il papa conchiuse ancora il maritaggio di due sue nipoti con due de' primi baroni. Queste erano le grandi occupazioni del pontefice!

Per conto della guerra poco sangue si sparse in quest'anno. Ma un'altra guerra si facea dalla peste, la quale nel precedente anno risvegliata in Italia, inferocì nel Friuli [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e portò al sepolcro nella sola Venezia circa cinquantasei mila persone. Provossi questo terribil flagello nell'anno presente in Padova, Verona, Bologna, Ferrara, Mantova e nella Romagna. Passò a Firenze, Siena e ad altri luoghi della Toscana, spopolando le terre; e strage non poca fece anche nel Piemonte, in Genova e nel regno di Napoli. Ne patì a dismisura l'armata del duca d'Angiò. Fra i più riguardevoli gran signori che perirono allora, non so se per la peste o per altro malore, si contò ancora Amedeo VI conte di Savoia, che militava in favor d'esso duca: il che sommamente conturbò l'Angioino, perchè egli era il principal suo campione in quella gara, principe per molte sue belle doti ed imprese stimatissimo dappertutto, ed uno de' più illustri di quella nobilissima casa [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.]. Accadde la sua morte nel dì primo ovvero nel dì secondo di marzo, con aver egli prima riconosciuto per vero papa Urbano VI. Ebbe per successore Amedeo VII suo figliuolo; e il corpo suo fu portato in Savoia. Gli tennero dietro le soldatesche sue. Per tali disavventure restò il duca d'Angiò smunto di forze; quel suo fioritissimo esercito era calato di troppo. Spedì dunque suoi messi a Carlo VI re di Francia suo nipote, pregandolo istantemente d'aiuto; e in vano non furono le sue preghiere [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn.]. Avendo la peste ridotta a mal termine la città di Ravenna, Galeotto Malatesta, signor di Rimini, Cesena ed altre città, valendosi del pretesto che Guido da Polenta avesse assistito il duca d'Angiò contra di Urbano papa, si avvisò di far buona caccia. Non ebbe già Ravenna, alla cui difesa accorse Guido signor della terra, ma bensì occupò al medesimo la città di Cervia. Pareva che dopo essere caduta in mano di Leopoldo duca d'Austria, principe potentissimo, la città di Trivigi, dovesse oramai essere sicura dagl'insulti di Francesco da Carrara signor di Padova [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Ma il Carrarese, oltre l'essersi impadronito delle castella del Trivisano, e all'avere in varii siti di quel distretto fabbricate delle forti bastie, era uomo di petto e di mirabil accortezza. Messosi in testa di volere stancare il duca, nell'aprile spedì le sue genti sino alle porte di Trivigi, e queste entrate nel borgo di Santi Quaranta, vi attaccarono il fuoco. Teneva il Carrarese occupata una torre in vicinanza di quella città, e di là recava ad essa continuamente molestia, ed impediva l'introdurvi vettovaglie. Venne in persona lo stesso duca Leopoldo con circa otto mila cavalli verso il fine di maggio, e condusse molte carra di viveri in Trivigi; prese la bastia di Nervesa, ma non potè espugnar la torre suddetta. Si trattò più volte di pace, e nulla in quest'anno si conchiuse. Il Carrarese troppo era innamorato di quella città, e la volea a tutti i patti. Se ne tornò il duca in Germania, lasciando più che mai Trivigi in cattivo stato. Le conseguenze di questa pugna le vedremo ben presto. Lungo tempo non potea durar la pace nell'inquieta città di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel marzo di quest'anno, perchè si volea mettere l'aggravio d'un denaro per libbra di carne, si sollevarono i beccai contra di Niccolò di Guarco lor doge, e contra del governo. Per più giorni tutta fu in tumulto la città. Parte del popolo, dopo aver preso il palazzo, e fatto fuggire il Guarco, acclamava per doge Antoniotto Adorno, che era corso a Genova. L'altra parte volea Leonardo da Montaldo legista. Prevalsero questi ultimi nel dì 7 di aprile, e, creato doge esso Leonardo, cessò tutto lo strepito popolare.