MCCCLXXXIV
| Anno di | Cristo mccclxxxiv. Indiz. VII. |
| Urbano VI papa 7. | |
| Venceslao re dei Romani 7. |
Il guasto grande che la peste avea fatto nell'armata del duca d'Angiò accrebbe l'animo a Carlo re di Napoli per finalmente uscire in campagna con tutte le sue forze: al che nello stesso tempo l'incitava papa Urbano, a cui troppo stava a cuore l'abbattere questo potente protettore dell'antipapa [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Maggiore impulso venne ancora dalle nuove che era in moto un altro esercito di cavalleria, che il re di Francia spediva in rinforzo del duca suo zio. Ascendeva l'armata del re Carlo a sedici mila cavalli e a molta fanteria; e seco erano assaissimi baroni napoletani, la lista de' quali si legge ne' Giornali da me dati alla luce. Nel dì 12 d'aprile arrivò il re Carlo con queste genti a Barletta, e fece prigione Raimondello Orsino, uno dianzi de' suoi più potenti e più prodi partigiani, probabilmente per sospetti di sua fede, ma non finì il mese stesso che questi ebbe la fortuna di fuggirsene e di passare all'armata del duca d'Angiò, il quale con grandi carezze il ricevette, e diedegli, mercè d'un matrimonio, il contado di Lecce. Ora trovandosi il re Carlo in Barletta, mandò nello stesso dì 12 al duca d'Angiò il guanto della disfida. Accettollo il duca di buon cuore, e diede per risposta, che fra cinque dì sarebbe alle porte di Barletta. Nulla più desiderava egli che di decidere la contesa con una battaglia. Ma il re Carlo, apprendendo poscia il rischio, a cui con quella disfida avea esposto sè stesso e la corona, fece venire al campo Ottone duca di Brunsvich, già marito della regina Giovanna, fin qui stato prigione nel castello di Molfetta, per consigliarsi seco, ben conoscendolo un capitano di rara sperienza e saviezza. Ottone, ben pesate le cose, fu di parere che il re tenesse a bada per alquanti giorni il nemico, e si guardasse da battaglia, perchè il duca d'Angiò non potea tener la campagna, e da per sè si andrebbe disfacendo. Però, a riserva di qualche scaramuccia vantaggiosa pel re Carlo, fatto di armi non seguì, e l'Angioino deluso e malcontento se ne ritornò indietro. Allora il re, per ricompensa del buon servigio, mise in libertà il duca di Brunsvich, e questi lieto se n'andò a trovare il papa.
Era passato da Napoli esso pontefice a Nocera, città di suo nipote, nel dì 16 di maggio, dove la sua corte patì di molti disagi. Nel giugno s'infermò di peste, o d'altro pericoloso male, il re Carlo, e con gran fatica la scampò. Ma per lo stesso malore essendo morto il contestabile del regno, conferì questa carica al conte Alberico da Cunio, ossia da Barbiano. Diversa ben fu la sorte del suo avversario, cioè di Lodovico duca d'Angiò, principe già intitolato re di Napoli. O sia che egli fosse attossicato, o preso dalla peste, oppure, come abbiamo dai giornali suddetti, ch'egli si riscaldasse troppo nel voler impedire il sacco già incominciato da' suoi soldati nella città di Biseglio, che spontaneamente se gli era data: certo è, aver egli terminata in Bari la carriera del suo vivere [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] nel dì 10 d'ottobre. Nella Cronica di Forlì [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.] è riferita la di lui morte a' dì 11 di settembre. Tramandò egli a Lodovico suo figliuolo di tenera età in questi tempi la signoria della Provenza e degli altri suoi Stati di Francia, e le sue pretensioni sul regno di Napoli. Per questo colpo d'inaspettata fortuna rimase senza maggior fatica il re Carlo vincitore, perchè le milizie angioine a poco a poco andarono sfumando per ridursi al loro paese, e non ne restò che una parte, la quale si mise sotto gli stendardi di Raimondello Orsino, valoroso continuator della guerra in quel turbatissimo regno. Erasi partito nella state dell'anno presente, siccome dianzi accennammo, per ordine del re di Francia Engerame sire di Cussì, ossia Coucy, con copiosa moltitudine d'uomini d'armi, per venire in aiuto del duca d'Angiò Lorenzo. Buonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] li fa ascendere a quindici mila cavalli; ma l'autore della Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] ed altri [Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] neppure contano la metà. Fecero costoro gran danno al Piacentino in passando, con avervi bruciate e saccheggiate varie ville. Per la via di Pontremoli passarono a Lucca. In gran timore ed affanno furono per questo i Fiorentini; ma il buon uso de' regali e di una ambasceria li difese. Altrettanto fecero i Sanesi [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. I nobili Tarlati da Pietramala cogli altri Ghibellini usciti d'Arezzo di tal congiuntura si prevalsero per levar la signoria di quella città a Carlo re di Napoli. Nella notte del dì 29 di settembre il sire di Cussì colle sue brigate, avendo scalate le mura d'Arezzo, v'entrò, e restò di nuovo messa a sacco quell'infelice città. Si ridussero bensì nel castello le genti del re Carlo e i Guelfi, ma immantenente furono quivi assediati dai Franzesi. Allora i Fiorentini, che non poteano mirar di buon occhio gli oltramontani in quel nido, trattarono di far lega co' Sanesi, Perugini e Lucchesi, e intanto spedirono l'esercito loro ad assediare la città di Arezzo. Ma eccoti giugnere la nuova che Lodovico duca d'Angiò avea chiusi gli occhi a questa vita: il che fece risolvere il sire di Cussì a vendere quella spopolata città, per ritornarsene alle sue contrade. Data l'avrebbe ai Sanesi par venti mila fiorini d'oro [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 15.]. Non seppero questi abbracciare così buon partito. I Fiorentini, più presti e sagaci, conchiusero essi il contratto colla spesa di cinquanta mila fiorini, e con far paura di guerra ai Sanesi, se non lasciavano quel maneggio. Così la città d'Arezzo, ma desolata, venne, ossia ritornò per suo meglio alle mani de' Fiorentini nel dì 20 di novembre, e da lì a pochi giorni anche il cassero, ossia la fortezza, fu loro consegnata da Jacopo Caracciolo vicario del re Carlo. Gran festa si fece per tale acquisto a Firenze [Gazata, Chron. Regiens., tom. 19 Rer. Ital.]. I Tarlati con un manifesto spedito a tutti i principi d'Europa pubblicarono per traditore il sire di Cussì, perchè contro ai patti e giuramenti avea venduta quella città.
Dimorava tuttavia in Nocera papa Urbano VI, e questa sua lunga permanenza nel regno dispiacea forte alla real corte di Napoli [Theodor. de Niem, Hist. Raynald., Annal. Eccles.], che temea (se pur non ne avea anche delle pruove) che un cervello sì ambizioso e fantastico facesse degl'intrighi per torre il regno al re, e darlo al suo caro nipote Butillo. Per farlo tornare a Roma, anche la regina Margherita gli avea usato delle insolenze, con impedire il passaggio delle vettovaglie a Nocera. Ora guarito che fu il re Carlo dalla sua lunga e pericolosa malattia [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], e tornato a Napoli nel dì 10 di novembre, informato del dimorar tuttavia il pontefice in Nocera, e de' sospetti che correvano, orgogliosamente gli mandò a dimandar la cagione perchè si fosse partito da Napoli, e a dirgli che vi tornasse. Doveva egli tener per meglio di averlo sotto i suoi occhi [Bonincontrus, Annal., tom. eod.]. La risposta d'Urbano fu, essere il costume dei re d'andare a' piedi del papa, e non già che il papa andasse ai re. A questo tuono aggiunse, che se Carlo desiderava di averlo per amico, liberasse il regno da tante gabelle. Replicò allora il re con più ardenza, ch'egli ne imporrebbe delle nuove; quello essere regno suo, conquistato coll'armi; e che il papa s'impacciasse de' suoi preti. Di qui ebbe principio una guerra scoperta fra il papa e il re Carlo. Rapporta il Rinaldi [Raynald., Annales Eccles.] una bolla di questo pontefice, data in Napoli nell'ultimo dì di novembre dell'anno presente, in cui, perchè era in collera con tutti gli ordini religiosi, proibì loro il poter confessare e predicare senza licenza de' parrochi. Suppone tal bolla tornato il papa a Napoli: il che non s'accorda coi giornali suddetti. Fece in quest'anno la peste molta strage in Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], ed ogni settimana circa novecento persone erano portate al sepolcro. Nel mese di giugno fu da essa colpito e poi rapito Leonardo da Montaldo doge di quella repubblica, per le sue virtù ed abilità degno di più lunga vita; e in luogo suo fu eletto doge Antoniotto Adorno, dianzi bandito da quella città. Avea nel precedente anno Francesco da Carrara [Gatari, Istoria di Padova, tom. 21 Rer. Ital.] talmente angustiata la città di Trivigi, con prendere tutto all'intorno le castella e fortezze, che Leopoldo duca d'Austria cominciò a gustar le proposizioni di pace, e di vendere quella città al Carrarese. In fatti seguì fra loro il contratto, e parimente per quello di Ceneda, Feltre e Cividal di Belluno, secondo il Gataro iuniore, Francesco da Carrara pagò sessanta mila fiorini d'oro al duca. Ma il vecchio Gataro parla di cento mila, aggiugnendo di più, che sì gran somma fu ricavata sotto nome di prestito dalle borse de' cittadini padovani: e però laddove quel popolo avrebbe dovuto rallegrarsi non poco per l'accrescimento della potenza, altro non s'udì che mormorazioni, altro non si vide che malinconia, rari ben essendo que' popoli che non paghino caro le conquiste fatte dai loro signori. Nel dì 4 di febbraio fu dato il possesso di quella città al Carrarese, il quale magnificamente lo prese, e attese da lì innanzi a procacciarsi l'amore di quel popolo, che tanto avea patito, con donar loro grani da seminare, coll'esentarli da molte gravezze, con prestar danari ai marcatanti [De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.], acciocchè tornasse a fiorire quella città; e in fine col conferir posti lucrosi ai Trivisani si studiò di amicarseli tutti. Mancò di vita in quest'anno nel dì 18 di giugno Beatrice, comunemente appellata Regina dalla Scala, moglie di Bernabò Visconte. Era, secondo il Corio [Corio, Istoria di Milano.], donna empia, superba e insaziabile in raunar tesori, e per ingrandire i figliuoli fu creduto che essa macchinasse contro la vita di Gian-Galeazzo Visconte signor di Pavia e d'altre città.