MCCCLXXXVI

Anno diCristo mccclxxxvi. Indiz. IX.
Urbano VI papa 9.
Venceslao re de' Romani 9.

Dimorava tuttavia papa Urbano in Genova. Per soddisfare a quella repubblica [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che dicea d'avere speso sessanta mila fiorini nell'armamento delle dieci galee inviate per trasportarlo colà, pagò colla roba altrui, cioè diede loro sotto l'apparente titolo di pegno tre terre che erano del vescovo d'Albenga. Intanto teneva in dure prigioni rinchiusi i sei cardinali seco condotti. Racconta Lorenzo Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Sozomenus, Histor., tom. eod.], che essendosi, nel venire esso papa a Genova, fermato colle galee genovesi in Porto Pisano, Pietro Gambacorta, signore allora di Pisa, fu ad onorarlo, e insieme a pregarlo di mettere in libertà quegl'infelici porporati. Se li fece Urbano venire davanti: cadeano loro le vesti di dosso, erano squallidi e con barba lunga. Con aspre parole rinfacciò loro il delitto commesso; ma eglino protestarono d'essere innocenti, e il chiamarono al giudizio di Dio, cioè a rendere conto della crudeltà che loro usava. Diede nelle smanie il pontefice, e li rimandò in galera, con rispondere poscia al Gambacorta, non meritar costoro compassione, dacchè non voleano chieder perdono del loro reato. In Genova [Theodoricus de Niem, Hist.] alle forti istanze del re d'Inghilterra liberò il cardinale Adamo Eston Inglese. Gli amici degli altri cardinali, uno de' quali era genovese, fecero più istanze ed anche delle congiure per liberarli. A nulla servì. Stette saldo il papa, e in fine, sempre diffidando di tutti quei che entravano nel suo palazzo, arrivò a farli morire. Chi disse che furono affogati in mare entro dei sacchi; ma Gobelino scrisse [Gobelinus, in Cosmod.] che furono strangolati in prigione. Senza orrore non si possono leggere azioni tali, che pregiudicarono troppo alla fama di questo pontefice. E perciocchè la congiura poco fa accennata per mettere in libertà quei miseri fece sospettare al papa che ne fossero autori due de' suoi cardinali, cioè Pileo da Prata arcivescovo di Ravenna, e Galeotto Tarlato da Pietramala; amendue, conoscendo a che pericolo fosse esposto chi solamente cadeva in sospetto presso un pontefice sì violento, se ne fuggirono da Genova, e andarono da lì a qualche tempo ad unirsi coll'antipapa Clemente. Intanto i Genovesi poco rispetto portavano a lui, e gli usarono anche delle insolenze, tanto col non fare giustizia dei congiurati suddetti, quanto col mandare i birri a far prigioni alcuni della famiglia d'esso papa nello stesso suo palazzo [Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]. Il perchè Urbano, veggendosi strapazzato, determinò di mutar residenza; e nel mese di dicembre imbarcatosi, passò nella città di Lucca, dove nella vigilia del Natale con gran solennità, e coll'ossequio dovuto al vicario di Cristo, fu accolto.

Per la morte del re Lodovico d'Ungheria pretendea, siccome dicemmo, Carlo re di Napoli a quel regno. Appena dunque si fu allontanato dalle sue contrade papa Urbano, ancorchè restassero molti baroni e città in ribellione, pur volle accudire a quella conquista, sperando poscia colle forze degli Ungheri di poter più facilmente sbrigarsi da quei ribelli. E non gli mancavano frequenti e pressanti inviti dei principali baroni dell'Ungheria, dove egli stesso era stato allevato, e conservava non pochi amici. Fidatosi di così grandi promesse [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], nel dì 4 di settembre dell'anno precedente s'imbarcò, e con sole quattro galee e poca gente d'armi animosamente navigò verso il litorale dell'Ungheria. Quantunque la regina Maria, divenuta moglie di Sigismondo, fratello di Venceslao re de' Romani, possedesse quel regno, pure si trovava esso lacerato da diverse animose fazioni, volendo ognuna d'esse superiorizzare [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Bonfin., de Reb. Hung.]. Quivi dunque fu ricevuto il re Carlo con grande allegrezza e colle possibili dimostrazioni d'ossequio da ognuno, e nominatamente dalla regina Maria, e dalla regina Elisabetta sua madre, con passar fra di loro vicendevoli carezze. Andò tanto innanzi il maneggio, che di consentimento della maggior parte de' baroni Carlo fu coronato in Alba Reale re d'Ungheria. Portata questa nuova a Napoli nel dì 2 di febbraio, se ne fece gran festa; ma non tardò molto a seguirne il pianto. Le regine d'Ungheria, che aveano fin qui dissimulato il lor odio contra del re Carlo, sperando che andassero a voto i di lui disegni, allorchè si videro spossessate affatto del dominio, e passata in capo di lui la corona [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], tramarono col conte Niccolò da Zara, col vescovo di Cinque Chiese e con altri baroni di lor seguito la morte del re novello. Mentre egli dunque si trovava con esse in una camera, entrò un Unghero che mortalmente il ferì nel capo a dì 7 di febbraio, e poi se ne fuggì, mostrando intanto le regine grande smania per tal tradimento. Forse sarebbe egli guarito dalla mortal ferita; ma il veleno fece del resto, di maniera che nel dì 24 d'esso mese con sentimenti cristiani terminò il suo vivere. Seguirono poi terribili rivoluzioni in Ungheria per cagione di questo eccesso, e ne furono aspramente perseguitate le regine, e tolta anche la vita alla madre; ma non appartenendo alla storia nostra quegli affari, li tralascio. Di esso Carlo restarono due figliuoli, Ladislao e Giovanna, amendue, perchè d'età incapace al governo, sotto la tutela della regina Margherita lor madre. Ma, uditasi la morte del re, allora sì che il partito degli Angioini si rinvigorì, e tutti i ribelli alzarono il capo. Non tardò ad accendersi più che mai la guerra. Tutta la casa Sanseverina, i conti di Cupersano, quei d'Ariano, di Caserta ed altri baroni vennero fin sotto Napoli con quattro mila e settecento cavalli; castello Sant'Ermo si ribellò; Napoli stessa, senza voler ubbidire alla regina, volle governarsi coi proprii uffiziali. Ed intanto i Sanseverini spedirono Ugo della lor casa in Francia, per far venire il giovinetto duca d'Angiò, e signor di Provenza, cioè Lodovico figliuolo dell'altro Lodovico d'Angiò, morto nell'anno antecedente, come s'è detto, in Bari [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Perchè una nave veneta carica di preziose merci, ma conquassata da una tempesta, era giunta a Napoli, e ne fu occupato tutto il carico della regina Margherita, se ne seppero ben vendicare i Veneziani: cioè le tolsero l'isola di Corfù e la città di Durazzo, incorporandole col loro dominio.

Sempre più s'andava riscaldando la guerra insorta tra Antonio dalla Scala signor di Verona e Vicenza, e Francesco da Carrara signor di Padova e Trivigi. Dopo varie ostilità riuscì nel dì 23 di giugno [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Italic.] a Cortesia da Sarego, generale dell'armata veronese, e cognato dello stesso Scaligero, di superare i passi, e di entrar vittorioso sul Padovano, con far di molti prigioni, e stendere poi le scorrerie e i saccheggi sino alle porte di Padova. Quanto si ringalluzzì per questo felice colpo lo Scaligero, altrettanto restò piena d'affanni la città di Padova. Ma Francesco da Carrara, dopo aver confortato il popolo suo, ed animatolo a rifarsi del danno, mosse l'esercito suo contra dei nemici, che s'erano accampati alle Brentelle. Suo capitan generale era Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, maestro di guerra. Il vecchio Gataro vi mette anche Giovanni Aucud, Ugolotto Biancardo, Antonio Balestrazzo, Brogia, Biordo, Giacomo da Carrara, il conte da Carrara, fratelli naturali di Francesco. Ma il testo di quell'autore è qui difettoso; e s'ha da attendere l'altro del Gataro giovine, senza confondere le imprese dell'anno seguente col presente. Incontratesi dunque le due armate nel dì 25 di giugno, come ha anche il Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Italic.], vennero ad una general battaglia; e sul primo incontro furono rovesciate le schiere de' contadini padovani, e messe in fuga. Ma l'accorto Giovanni d'Azzo colle milizie veterane sì fieramente assalì le squadre nemiche, benchè molto superiori di numero, che le ruppe, e ne riportò un'intera vittoria. Restarono prigionieri lo stesso Cortesia da Sarego generale dei Veronesi, Ostasio da Polenta, ed un gran numero di altri nobili o conestabili, tutti registrati dai Gatari e dall'autore della Cronica Estense [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Diconsi ancora fatti prigionieri quattro mila e quattrocento sessanta soldati da piè e da cavallo, e tre mila quattrocento cinquanta di bassa condizione. Gran lunga meno ne dice il suddetto Cronista Estense, che merita in ciò, a mio credere, più fede. Degli uccisi o annegati ottocento ventuno se ne contarono; scrive il Gazata mille e ottocento, e che il fatto d'armi durò quindici ore. Tutto allegro veniva al campo Antonio dalla Scala, perchè sul principio volò a lui l'avviso che i Padovani erano già in rotta. Sopraggiuntagli dipoi la nuova della totale sconfitta de' suoi, in fretta se ne tornò a Verona, malcontento sicuramente di sè stesso e dei suoi. Dopo questa vittoria, la quale non so come viene posta dal sopraddetto Cronista Estense circa il dì 12 di maggio, spedì Francesco da Carrara ambasciatori a Verona per esortar lo Scaligero ad una buona pace, con offerir anche onesti patti. Non ne riportarono essi se non delle orgogliose risposte. Anzi si diede lo Scaligero ad assoldare più che mai gente, e condusse il conte Lucio Lando al suo servigio con cinquecento lancie e quattrocento fanti. Riscattò ancora con danari i nobili prigioni. All'incontro, il Carrarese spinse le vittoriose sue milizie sul Veronese, che vi recarono immensi danni, e presero la bastia di Revolone. Trasse egli ancora al suo soldo il famoso capitan di guerra Giovanni Aucud, e maggiormente rinforzò l'esercito suo. Per lo contrario, rimesso in forze lo Scaligero, e creato suo capitan generale il suddetto conte Lucio, portò la guerra sul Trivisano, e fece di molti progressi e danni. Continuarono dunque le ostilità con gran vigore, finchè il verno consigliò tutti a prendere riposo. Ebbero guerra nella primavera dell'anno presente [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.] i Bolognesi contra de' conti di Barbiano, ed assediarono quel castello. Al loro soldo si trovava il conte Lucio suddetto, che, secondo sua usanza, li tradì, e però nel dì 8 d'aprile si aggiustarono quelle differenze, restando il conte Giovanni padrone come prima di quel castello. Fecero i Bolognesi dipignere nel loro palazzo il suddetto conte Lucio, come traditore, impiccato per un piede. S'era costui ritirato a Faenza, ed, unitosi con Astorre dei Manfredi signor di quella città, tornò ad infestare ii territorio bolognese, e a tener mano coi Pepoli banditi per farli ritornare in Bologna: il che costò la vita o il bando a molti. Oltre a ciò, nel dì 15 di giugno cavalcarono con tutte le lor forze i Bolognesi fino alle porte di Faenza, ardendo e saccheggiando. Seguì poscia accordo fra essi ed Astorre de' Manfredi. Ma nel dicembre di nuovo il conte Lucio colla sua compagnia venne sul Bolognese per vendicarsi dell'affronto a lui fatto, e grandi ruberie ed incendii ne seguirono.