MCCCLXXXVII
| Anno di | Cristo mccclxxxvii. Indiz. X. |
| Urbano VI papa 10. | |
| Venceslao re de' Romani 10. |
Era tutto sconvolto, siccome dicemmo, per la morte del re Carlo il regno di Napoli; crebbero nell'anno presente i guai in quelle contrade. Perciocchè avendo i Sanseverini ed altri baroni del partito angioino commosso il giovinetto Lodovico duca d'Angiò, che s'era già intitolato re di Sicilia, cioè di Napoli, a venire in Italia, promettendogli la conquista di quel regno, egli mandò innanzi Ottone, duca di Brunsvich e principe di Taranto, con grandi forze. Ottone, siccome pratico del paese, prese quell'assunto, meditando vendetta della morte data alla regina Giovanna già sua moglie dal re Carlo contra dei di lui figliuoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Nel dì primo di giugno, unito egli coi Sanseverini e cogli altri baroni della sua lega, e con un copioso esercito, marciò alla volta di Napoli, incoraggito dalle dissensioni che bollivano fra la regina Margherita e i governatori della città eletti da quella nobiltà e popolo. Fu permesso a' suoi soldati di entrare nella città a cinquanta e sessanta per volta per fornirsi del bisognevole. Ciò dispiacendo alla fazion del re Ladislao e della regina sua madre, si venne un giorno a battaglia, acclamando gli uni il re Ladislao e papa Urbano, ed altri il re Lodovico. S'inoltrò sì forte la briga, che la regina, temendo di sè e de' suoi figliuoli, nel dì 8 di luglio, dal castello dell'Uovo si trasferì a Gaeta, dove poi si fermò per anni parecchi. Venne Raimondo Orsino conte di Nola per sostenere la signoria della regina e la divozione a papa Urbano; ma essendo riuscito ad Ottone duca di Brunsvich d'entrare in Napoli nel dì 20 del suddetto luglio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], non passò quel mese che prevalse affatto il partito angioino. Furono spediti ambasciatori al re Lodovico e all'antipapa Clemente, di modo che fu obbligato in quella città chi teneva per papa Urbano e pel re Ladislao a tacere. Vendetta allora fu fatta contra di coloro che si credeano aver avuta parte nella morte data alla regina Giovanna. Dimorava intanto papa Urbano in Lucca, mirando con dispetto le rivoluzioni di Napoli, tutte contrarie a' suoi interessi [Theodericus de Niem, lib. 1, cap. 63.]. Detestava egli Lodovico d'Angiò suo nemico e protettore del falso pontefice; ma non per questo aderiva punto al re Ladislao e alla regina Margherita sua madre. Avendo egli già fulminata la sentenza contra del re Carlo, e dichiarato devoluto il regno, non sapea fare un passo indietro. Gli mandò bensì la regina Margherita a Genova ambasciatori, pregandolo d'avere misericordia de' suoi figliuoli, e di permettere che all'ucciso re suo consorte fosse data l'ecclesiastica sepoltura. Anzi, sperando maggiormente di placarlo, liberò dalle carceri Francesco Butillo nipote di lui, e gliel'inviò fino a Genova. Nulla si potè per questo ammollire il duro cuore d'Urbano, che più che mai seguitò a far processi, e ad aggiugnere condanne a condanne contra della regina e de' suoi figliuoli; levò anche loro il principato d'Acaia. Gli cadde poscia in pensiero di poter conquistare per la santa Sede il regno di Napoli in mezzo ai rivali partiti; e giacchè era stato ucciso in Viterbo dai Romani Angelo prefetto di Roma, ed era tornata quella città alla sua ubbidienza, da Lucca nel dì 23 di settembre si mosse egli, e trasferissi a Perugia, per essere più a portata dell'esecuzione de' suoi disegni.
Poichè non aveva potuto Francesco da Carrara indurre alla pace lo sconsigliato Antonio dalla Scala, non lasciò da lì innanzi via alcuna per atterrarlo affatto [Gatari, Istoria di Padova, tom. 18 Rer. Ital.]. Ebbe maniera di staccare da lui il conte Lucio, con promettergli dieci mila fiorini d'oro per regalo; e costui se n'andò. Quindi nello stesso mese di gennaio inviò l'esercito a' danni del Veronese sotto il comando di Giovanni d'Azzo e di Giovanni Aucud, due valenti e insieme accortissimi capitani, i quali per miracolo andavano ben d'accordo nel maneggio di questa guerra. Era con loro Francesco Novello da Carrara, primogenito del medesimo signor di Padova, con altri valorosi condottieri d'armi. Per lo spazio di quarantacinque giorni, dacchè furono entrati nel Veronese, continuarono a dare il guasto e saccheggio al paese. Ma usciti in questo mentre in campagna anche Giovanni degli Ordelaffi di Forlì e Ostasio da Polenta signor di Ravenna, capitani dello Scaligero, con armata più numerosa, cominciarono ad angustiar quella di Padova, con impedir le vettovaglie e levarle i foraggi; di maniera che furono obbligate le genti carraresi a ritirarsi a poco a poco per tornarsene sul Padovano. Grandi furono i disagi che patirono nel retrocedere, e si fu più volte vicino ad un fatto d'armi; ma gli avveduti generali de' Carraresi lo schivarono sempre per la debolezza in cui si trovavano le affamate loro milizie, tutto dì inseguite e molestate da' nemici. Allorchè furono essi giunti verso Castelbaldo al Castagnaro, talmente si videro incalzati e stretti dall'esercito veronese, che nel dì 11 di marzo convenne prendere battaglia. Vantaggiosamente si postarono i Padovani a un largo fosso, e quivi sostennero, anzi ributtarono più volte i nemici, essendo già da qualche tempo introdotto l'uso delle bombarde da fuoco, le quali faceano grande strepito e strage. Dacchè ebbero i saggi capitani de' Carraresi fatto calar la baldanza all'oste contraria, Giovanni Aucud passò il fosso co' suoi, e con tal empito e forza assalì i Veronesi, che andarono a terra le lor bandiere, e in rotta tutto il campo loro. Secondo la lista che ne lasciarono i Gatari, restarono prigionieri circa quattro mila secento venti uomini d'armi a cavallo, fanti ottocento quaranta, e i due generali dello Scaligero, cioè Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], con altri assai nobili capitani, che furono poi tutti trionfalmente introdotti in Padova. Ma neppure per questa sì grave sconfitta prese miglior consiglio Antonio dalla Scala. Nel suo maltalento il mantennero i Veneziani, che gli mandarono tosto quaranta mila fiorini d'oro, promettendone anche più. E però quantunque il Carrarese di nuovo mandasse ambasciatori ad offerirgli pace, più testardo e adirato che mai contra del Carrarese, serrò gli orecchi ad ogni aggiustamento, e deluse ancora le pratiche fatte da Venceslao re de' Romani per riunir gli animi loro. Costò caro ai Veronesi e Vicentini questa pazza ritrosia del loro signore, perchè entrata ne' lor territorii l'armata dei Padovani, portò il sacco e la desolazione sino alle porte di Verona.
Stava intanto con occhio cerviere mirando queste rotture Gian-Galeazzo signor di Milano, e da quell'astuto che era pensò tosto a rivolgerle in profitto suo. Avea già nel precedente anno spediti ambasciatori tanto allo Scaligero che al Carrarese, offerendo lega nello stesso tempo ad amendue. Molto più continuò questo giuoco nell'anno presente. Francesco da Carrara, tra perchè gli premeva di non aver per nemico il potentissimo Visconte, con cui lo Scaligero era come d'accordo, e perchè vantaggiose esibizioni erano a lui fatte dal Visconte, strinse in fine lega nel dì 19 d'aprile dell'anno corrente con lui. I patti erano, che vincendo toccasse a Gian-Galeazzo Verona [Corio, Istor. di Milano.], e al Carrarese Vicenza. Nel giorno stesso mandò il Visconte la disfida ad Antonio dalla Scala, allegando que' pretesti di muovergli guerra che non mancarono mai a chi colla voglia di conquistare può congiugnere le forze. Fu permesso a Giovanni d'Azzo di passare ai servigi del conte di Virtù, cioè dello stesso Gian-Galeazzo, che continuava a farsi chiamare così; e Giovanni Aucud anch'egli prese congedo dal signore di Padova. Restò nondimeno il Carrarese ben fornito di gente, e mentre il conte di Virtù mosse le sue armi contro lo Scaligero, e s'impadronì del castello di Garda, anch'egli spedì Francesco Novello suo figliuolo ed Ugolotto Biancardo suo generale sotto Vicenza. Fu molto bersagliata quella città, ma fu anche ben difesa, senza mai voler ascoltare proposizioni di resa. Di belle, ma simulate parole non di meno diedero que' cittadini, tanto che indussero l'esercito padovano a levar l'assedio, per attendere all'acquisto di varie terre tanto di quel territorio che del Friuli, giacchè Francesco da Carrara nello stesso tempo attendeva a quelle contrade [Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel venerdì santo, d'aprile, entrarono per forza in Aquileia le genti sue, uccisero quegli abitanti, orridamente saccheggiarono fin le chiese, con asportarne i vasi sacri e le reliquie. E nella stessa maniera s'impossessarono nel settembre di Sacile e d'altri luoghi. Trovandosi Antonio dalla Scala in mezzo a questi due fuochi, e senza soccorso de' Veneziani, ch'erano dietro a ricuperar la Dalmazia; allora fu che conobbe gl'irremediabili falli delle sue malnate passioni, e che l'ira di Dio era sopra di lui. Mosse il re de' Romani Venceslao a ripigliare i negoziati di pace, e vennero in fatti nuovi ambasciatori a trattare col conte di Virtù, il quale colle sue arti li tenne a bada, tanto che eseguì i segreti suoi maneggi. Erano questi un trattato tenuto da Guglielmo Bevilacqua nella città di Verona, che scoppiò nella notte del dì 18 d'ottobre. Troppo era stanco di quella guerra, e delle gravezze e de' saccheggi il popolo di Verona. Coll'aiuto d'alcuni cittadini traditori, dopo un fiero assalto dato alla porta di San Massimo, riuscì all'armi del conte di Virtù d'entrare in quella città. Antonio dalla Scala, consegnato il castello in mano a Corrado Cangier ambasciatore cesareo, se ne fuggì colla sua famiglia in barca per l'Adige a Venezia. Poco stette l'ambasciatore a far mercato del medesimo castello, e, ricevuta gran somma di danaro, se ne tornò col buon giorno in Germania.
Trovatisi poi quivi i segnali di tutte le fortezze, e di Vicenza stessa, il Bevilacqua tosto cavalcò a Vicenza con essi nel dì 21 del suddetto ottobre; e quel popolo fu ben istruito a rendersi a Caterina moglie del conte di Virtù, la quale, siccome figliuola di Regina dalla Scala, pretendeva al dominio di quella città; e con patto di non essere mai dati in mano del signore di Padova, troppo da loro odiato. Antonio dalla Scala dipoi rifugiatosi a Venezia, ma non sovvenuto dai Veneziani, e disprezzato dai Fiorentini e dal papa, per qualche tempo se n'andò ramingo. Finalmente, venendo con molti armati dalla Toscana nel mese d'agosto, sorpreso da malore (e fu detto per veleno) nelle montagne di Forlì, ossia di Faenza, miseramente terminò nell'anno seguente i suoi giorni, e tutto l'arnese suo andò a sacco [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.]. Lasciò un figliuolo maschio, tre figliuole e la moglie in istato poverissimo, a' quali fu assegnato il vitto dalla signoria di Venezia. Così quasi in un momento venne a mancare la signoria della famosa e potente famiglia dalla Scala per la pazza condotta di Antonio, nella cui caduta e morte parve al pubblico di riconoscere i giudizii di Dio per l'assassinio da lui fatto al fratello. Si credeva poi Francesco da Carrara di cogliere anch'egli il frutto della guerra con Vicenza, a tenore delle capitolazioni della lega; ma ebbe che fare con un più furbo di lui. Scusandosi Gian-Galeazzo di non voler pregiudicare alle ragioni della moglie, alla quale, e non a lui, s'era data Vicenza, ritenne ancor quella per sè, facendo dipoi intimazione al Carrarese di non molestar da lì innanzi quel territorio [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 18 Rer. Ital.]. Che confusione, che rabbia allora rodesse il cuore di Francesco da Carrara, si può facilmente intendere. Per isbrigarsi da un debile nemico, se n'era tirato addosso un più potente, e il principio della sua rovina. Non dovea egli avere mai letto cosa fosse la società leonina. La regina Margherita tenne in quest'anno la città di Napoli ristretta per mare. Era quel popolo senza vettovaglia [Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital.]. L'industria e il valore di Ottone duca di Brunsvich e principe di Taranto sostenne quella città in maniera che fu provveduta, e schivò il pericolo di rendersi. Ma inviato dal re Lodovico monsignor di Mongioia per vicerè e governatore di quella città, Ottone, di ciò disgustato, si ritirò colle sue genti a Sant'Agata, e passò ai servigi del re Ladislao. Il castello dell'Uovo restava tuttavia in potere della regina Margherita madre d'esso Ladislao. Voglioso intanto Gian-Galeazzo Visconte di conservare ed accrescere la sua parentela colla real casa di Francia [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.], diede nell'anno presente in moglie Valentina sua unica figliuola a Lodovico duca di Turena conte di Valois e fratello del re di Francia; parentado che egli piuttosto comperò, perchè diede in dote al genero ed immediatamente consegnò la città d'Asti con varie castella del Piemonte. Dicesi che ne furono malcontenti gli Astigiani. Se ne ricordi il lettore, perchè vedremo questo matrimonio origine di gravi sconvolgimenti nello Stato di Milano. Presso Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] si legge lo strumento dotale d'essa Valentina coll'enumerazione di tutti i luoghi ceduti dal Visconte ad esso Lodovico suo genero.