MCCCXCV

Anno diCristo mcccxcv. Indizione III.
Bonifazio IX papa 7.
Venceslao re de' Romani 18.

Con sommo zelo si adoperò in questo anno [Raynaldus, Annal. Eccles.] Carlo VI re di Francia coll'Università di Parigi per estinguere il pernicioso scisma della Chiesa di Dio, e spedì ambasciatori all'antipapa Benedetto, con proporgli varie maniere per giugnere alla riunione. Cercò l'astuto ogni sutterfugio per sottrarsi alla cessione, e solamente si appigliò al ripiego di abboccarsi e di trattare con papa Bonifazio, ben riflettendo che mai per tal via non sarebbe seguito accordo alcuno. In questi tempi il pontefice Bonifazio attese a fortificarsi in Roma, con ridurre lo stesso Campidoglio in forma di fortezza: del che mormoravano non poco i Romani. Ma i maggiori suoi pensieri erano rivolti a dar vigore al re Ladislao, per desiderio di veder detronizzato il nemico re Lodovico d'Angiò, signoreggiante in Napoli. Spedì pertanto ad esso Ladislao un gran rinforzo di galee ed assai brigate di combattenti, acciocchè si portasse allo assedio di Napoli [Theodericus de Niem, Histor.]. In premio di tai soccorsi impetrò che il re investisse del ducato di Sora i pontificii nipoti. Ora Ladislao, uniti che ebbe tutti i suoi baroni e le forze sue, nell'aprile di quest'anno si portò all'assedio di Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], strignendo quella nobil città per mare e per terra. Entro d'essa il re Lodovico, fornito di copiosa cavalleria niun timore, mostrava. Durò l'assedio sino al dì 15 di maggio, in cui, sopraggiunte quattro galee di Provenza, diedero la caccia alle pontificie, e furono cagione che Ladislao levasse il campo, e si ritirasse ad Aversa e poscia a Gaeta colle mani piene di mosche. Per maneggio de' Sanseverini l'almirante duca di Sessa di casa Marzano si staccò da lui, e si unì col re Lodovico. Nel dì 26 di dicembre Ladislao maritò con Andrea da Capoa Costanza di Chiaramonte, stata sua moglie, e ripudiata. Andando essa a marito, pubblicamente nella piazza di Gaeta piagnendo disse al novello sposo, doversi egli tenere per ben fortunato, dacchè avrebbe da lì innanzi per concubina la moglie del re Ladislao. Gran dispiacere e pietà recarono a tutti queste parole. Ma in tempi sì sconcertati le iniquità maggiori trovavano passaporto.

L'anno fu questo in cui Gian-Galeazzo, deposto il basso e miserabile titolo di conte di Virtù [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], prese quello di duca di Milano. Si procacciò egli questa onorevol dignità da Venceslao re de' Romani, per quanto fu creduto, collo sborso di cento mila fiorini d'oro. Il privilegio a lui conceduto da esso Venceslao in Praga nel dì primo di maggio dell'anno presente, vien riferito negli Annali Milanesi. Quivi egli è dichiarato duca di Milano a titolo di feudo con tutti gli onori e l'autorità competente a sì sublime grado. Nell'anno seguente, con altro diploma dato in Praga nel dì 13 d'ottobre, lo stesso Venceslao confermò al medesimo Gian-Galeazzo il ducato di Milano, e insieme la contea di Pavia, colle altre città e terre da lui possedute e dipendenti dall'imperio: cioè Brescia, Bergamo, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema, Soncino, Borgo San Donnino, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno, Bassano, Sarzana, Carrara, ed altre terre e ville con più ampia autorità. Non v'intervenne l'assenso degli elettori, i quali poscia fecero a Venceslao un reato di tal concessione. Ora nel dì 5 di settembre, o piuttosto, come ha il Delaito [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], nel dì 8 d'esso mese, festa della Natività della Vergine, si diede, con ammirabil sontuosità in Milano esecuzione alla grazia, avendo Benesio Camsinich, deputato da Venceslao, conferito il manto e le altre insegne ducali al nuovo duca [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Fu onorata questa magnifica funzione, di cui, oltre all'autore degli Annali di Milano, lasciò anche il Corio una copiosa relazione, da molti vescovi, dagli ambasciatori di quasi tutti i potentati d'Italia, e da innumerabil popolo, e festeggiata da suntuosissime giostre, tornei, conviti ed altri pubblici divertimenti; nè da gran tempo avea veduto l'Italia sì maestosi solazzi. Prese dunque il Visconte da lì innanzi il nome di Gian-Galeazzo duca di Milano e conte di Pavia [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Maggiori sforzi fece in quest'anno il marchese Azzo Estense contra del marchese Niccolò signor di Ferrara. Con promettere Comacchio e la riviera di Filo ad Obizzo e Pietro da Polenta, signori di Ravenna e Cervia, li guadagnò al suo partito. Allettò ancora con danari ed altre promesse Cecco degli Ordelaffi signore di Forlì. Ma sopra tutti s'impegnò in favore di lui Giovanni conte di Barbiano, uomo solito a pescare nel torbido. Raunato un esercito di Romagnuoli, nel dì 20 di gennaio s'inviarono questi alla volta di Ferrara. Ma quando men sel pensavano, essendo venute loro incontro le milizie e il naviglio di Ferrara, nel passare che essi faceano il Po di Primaro, furono sconfitti e obbligati a tornarsene indietro. Ora giacchè il marchese Azzo tuttodì andava ordendo nuovi tradimenti contro la persona del picciolo marchese Niccolò, e dei suoi consiglieri e tutori, venne in mente a questi ultimi di valersi de' medesimi mezzi per isbrigarsi una volta da guerra sì dispendiosa, credendo lecito tutto contra di un indebito perturbator dello Stato, già processato e condannato con taglia.

Pertanto, trovandosi il marchese Azzo nelle terre di Giovanni conte di Barbiano [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.] trattarono, con esso conte di farlo uccidere, promettendogli in ricompensa la ricca e nobil terra di Lugo, e quella di Conselice, oltre ad una buona somma di danaro, che si dice ascendesse a trenta mila fiorini d'oro. Seguì l'accordo nel mese di marzo; fu mandato Giovanni da San Giorgio, come persona fidata, da Ferrara, che si accertasse della morte di Azzo. Ma memorabil sempre sarà la truffa che il conte di Barbiano fece in questa occasione [Chronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon., tom. eod.]. Dacchè il marchese Azzo fu ben riconosciuto dal deputato ferrarese, si ritirò esso Azzo in una vicina camera, dove immediatamente fece vestir de' suoi abiti e del suo cappuccio un tal Cervo da Modena, familiare del conte, che gli si rassomigliava non poco. Scagliatisi poi addosso a questo misero innocente gli sgherri, a forza di pugnalate il tolsero di vita, avendolo specialmente ferito nel volto. Le grida e gli urli erano uditi dall'incauto messo ferrarese, che, dipoi entrato, vide steso a terra, e conobbe morto il creduto marchese Azzo. Dopo avere spedita la nuova a Ferrara, andò egli tosto coi segnali a lui confidati a dare il possesso delle terre di Lugo e Conselice a Giovanni conte di Barbiano, che le tenne per sè, ed anche per giunta fece prigioni le guarnigioni estensi, le quali poi convenne riscattar con danaro. Grande strepito fece per tutta Italia questo avvenimento; ma Iddio, che non paga ogni sabbato sera, raggiunse a suo tempo questo manipolator di tradimenti. Ne furono sì irritati i Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, e i signori di Mantova e di Padova, che tutti inviarono nuovi rinforzi di gente a Ferrara, co' quali gran guerra fu cominciata contro le terre d'esso conte di Barbiano, con dare il guasto a tutto il paese, e piantar bastie in più siti. Crebbero, ciò non ostante, le segrete cabale dei marchese Azzo; trovò in Ferrara non pochi disposti ad una gran congiura; passò nell'aprile con quanti armati potè ottenere dal conte di Barbiano sul Ferrarese; ed accorsero in servigio di lui a migliaia i villani, allettati da voce sparsa del secolo d'oro sotto di lui. Già egli s'inviava verso Ferrara, quando nel dì 16 d'aprile, arrivato alla villa di Porto, si vide in faccia l'esercito ferrarese, con cui volontariamente s'era venuto a congiungere Astorre de' Manfredi signor di Faenza seco menando secento uomini d'armi. Si attaccò una crudel battaglia; vi fu messo a fil di spada più d'un migliaio di que' villani; sterminata copia s'ebbe di prigioni, e contossi fra loro il marchese Azzo, preso dal conte Corrado di Altimberg Tedesco. Fecero il possibile i Ferraresi per averlo in mano, ma l'accorto Astorre il fece condurre nelle carceri di Faenza: con che respirò l'afflitta Ferrara. Si andava in questi tempi sempre più rinforzando di gente Gian-Galeazzo duca di Milano, con aver egli fra le altre provvisioni condotto al suo soldo il conte Alberico da Barbiano, famoso capitano, dopo averlo co' proprii danari riscattato dalla prigionia nel regno di Napoli. Continua gelosia davano questi ed altri segreti andamenti del duca ai collegati, e massimamente a Francesco signore di Mantova: il perchè neppur essi lasciavano di far preparamenti per difendersi dalle insidie di questo potente e industrioso avversario.