MCCCXCVI

Anno diCristo mcccxcvi. Indiz. IV.
Bonifazio IX papa 8.
Venceslao re de' Romani 19.

In quest'anno ancora molti passi furono fatti per tentare la riunion della Chiesa dai re di Francia, Inghilterra, Aragona e Castiglia. Il mezzo più proprio sembrava quello della cessione, cioè che amendue i pretendenti rinunziassero la dignità, per divenire all'elezione d'un solo. Ma abborrendo troppo l'oramai scoperto ambizioso antipapa Benedetto questo ripiego, l'università di Parigi appellò da lui al papa futuro legittimamente eletto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Furono anche spediti ambasciatori a papa Bonifazio per esortarlo alla cessione; trovarono anche lui più alieno dell'altro da questa risoluzione. Tornarono in quest'anno i Perugini all'ubbidienza d'esso pontefice, e in grazia di lui fu rimesso Biordo de' Michelotti, che avea occupata quella città, Orvieto ed altri luoghi. Vien ciò riferito da Sozomeno [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. Aretin. Hist. Florentin.], con aggiungere che Biordo ritenne Todi, Orvieto ed altre terre, con pagare l'annuo censo alla Chiesa romana. Seguitò nel regno di Napoli la guerra, ma senza impresa degna di menzione. In Sicilia il re don Martino giovane continuò ad abbassar la fazione contraria, che aderiva al partito di papa Bonifazio IX, giacchè quel re favoriva l'antipapa; ed essendo mancato di vita Giovanni re d'Aragona, Martino, padre d'esso Martino giovane, fu chiamato alla successione di quel regno; il che fu cagione che (non so se in questo o nel seguente anno) con quella corona di nuovo si riunisse la Sicilia. Giovanni dall'Aceto [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.] impadronitosi della città di Fermo, talmente colle sue crudeltà fece perdere la pazienza al popolo, che sul principio di giugno si mosse a rumore contra di lui. Rifugiatosi egli nel castello, chiamò aiuto dal conte di Carrara. Entrato questi nella fortezza, piombò poi addosso ai cittadini colle sue genti, e li mise in rotta, molti uccidendone. Il resto si sottrasse colla fuga al furore del tiranno: laonde quella città rimase desolata. Fu in quest'anno, nel dì 16 ovvero 17 di maggio, stabilita pace e lega in Firenze fra il duca di Milano, Fiorentini, Pisani, Sanesi, Perugini, Bolognesi, Lucchesi, il marchese di Ferrara, i signori di Padova, di Mantova, di Faenza e d'Imola, i Malatesti ed altri. Con questi artifizii Gian-Galeazzo cercava di tener a bada e addormentare chi poteva opporsi ai suoi segreti disegni; ma non gli venne fatto, come s'era figurato [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.]. Conchiusero i sempre vigilanti Fiorentini nel dì 24 ossia 29 di settembre una lega con Carlo VI re di Francia, in cui furono compresi gli altri lor collegati, cioè i Bolognesi, il marchese di Ferrara, e i signori di Mantova e di Padova. Pensarono con ciò di metter freno alle voglie di Gian-Galeazzo duca di Milano; e il re vi consentì volentieri, pel motivo che fra poco accennerò.

Neppure in quest'anno si provò quiete negli Stati del marchese di Ferrara [Delayto, ut supra.]. Francesco signor di Sassuolo, nemico di esso marchese, dopo essersi compromesso in Astorre de' Manfredi, e aver depositata in mano di lui quella nobil terra, per tradimento se la ripigliò. E Giovanni conte di Barbiano con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, assistito dai nobili Grassoni, venne fino a Vignola ed, essendosi impadronito di quella terra nel dì primo d'ottobre, coll'assedio forzò anche la rocca a rendersi a patti, senza però mantener egli la parola data a quella guarnigione. Maggiori furono le inquietudini in Toscana [Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital.], perchè fra i Lucchesi e Pisani seguirono varie ostilità. Erano i Lucchesi protetti ed aiutati dai Fiorentini, e stavano uniti con loro i Gambacorti banditi di Pisa. Laonde Jacopo d'Appiano signore ossia tiranno di Pisa, che stava attaccato forse al duca di Milano, gli dimandò soccorso. Fece vista il duca, colle sue solite arti, di licenziar il conte Alberico da Barbiano, e questi nel novembre con alcune migliaia di cavalli si portò nel territorio di Pisa [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Colà ancora passò pel Sanese il conte Giovanni di Barbiano con altre genti, di maniera che, comprendendo vicina la guerra, i Fiorentini assoldarono nuovi armati, ne ottennero dai lor collegati, e crearono general dell'armata loro Bernardone Spagnuolo, oppur di Guascogna, che menò seco seicento cavalli e ducento fanti. I fatti di Genova diedero in quest'anno molto da parlare all'Italia [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Antoniotto Adorno doge di quella repubblica, trovandosi in mezzo a varie fazioni e a molti avversarii, troppo ben vedea che traballava il suo trono. Teneva ben egli a' suoi servigi quattro mila fanti e mille cavalli, ma poco era questo al bisogno, stante il trovarsi egli mal sicuro in casa, ed essendo fuor di Genova continuamente in armi Antonio da Montaldo ed Antonio di Guarco, dogi deposti, e suoi fieri nemici. Il peggio fu che questi due ricorsero per avere aiuto a Gian-Galeazzo duca di Milano, principe che in ogni imbroglio d'Italia sapeva aver mano; e tanto più s'interessò in questo, perchè, sperando di arrivare all'acquisto di quella potente città, contribuì loro un grosso corpo di combattenti. Conobbe allora l'Adorno che a guarire i mali della patria sua occorreva un più potente rimedio; e questo altro non poteva essere che quel di sottomettere Genova a qualche gran principe, la cui possanza ed autorità, volere o non volere, riunisse i discordi animi de' cittadini. Co' suoi consiglieri dunque ed aderenti mise in consulta l'affare. Furono proposti Lodovico duca d'Orleans, padrone d'Asti, e il duca di Milano; anzi lo stesso duca, penetrato questo disegno, spedì colà i suoi ambasciatori per accudire al mercato. Ma le inclinazioni di Antoniotto Adorno erano verso il re di Francia Carlo VI, e la vinse in fine la di lui volontà.

Mandò egli a Parigi un suo deputato a farne l'offerta. Era Carlo VI principe dotato di bellissimi talenti, ma suggetto ad un deplorabil incomodo di sanità, perchè di tanto in tanto cadeva in alienazione di mente, anzi in frenesia, per cui, se non si fosse provveduto, avrebbe ucciso i suoi più cari. Godeva nondimeno degl'intervalli quieti, ne' quali si dava a conoscere savio ed amabilissimo principe. Fu accettata l'esibizione con patto segreto di pagare all'Adorno quaranta mila fiorini d'oro, e di dargli due castella in Francia, e con altri pubblici patti in favore della città, espressi nello strumento stipulato in Genova stessa nel dì 25 d'ottobre, che si leggono negli Annali Genovesi. Ora nel dì 27 di novembre Antoniotto Adorno, col rinunziare la sua dignità, lasciò entrare in possesso di quel dominio gli uffiziali del re di Francia, ritenendo nondimeno per qualche tempo ancora quel governo col titolo di governatore regio. Sommamente dispiacque a papa Bonifazio, e non meno increbbe al duca di Milano la risoluzion di quel popolo, al veder deluse le sue speranze, e di più a' suoi confini un sì potente monarca; ma gli convenne dissimular la rabbia con applicarsi a sfogarla altrove. Guerra fu in quest'anno [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital. Corio. Istor. di Milano.] fra Teodoro marchese di Monferrato ed Amedeo principe della Morea, assistito da Lodovico conte di Savoia. Durò essa un anno. Per tradimento fu occupata al Monferrato dal principe suddetto la bella terra di Montevico, oggidì appellata Monreale, città non più da lì innanzi restituita. All'incontro, Facino Cane Casalasco, che già avea cominciato ad acquistar grido nelle armi, tolse ai principi savoiardi due castella, ed inferì non pochi danni al Piemonte. Fecero poi questi principi nell'anno seguente un compromesso delle lor differenze nel duca di Milano, il quale differì molto, anzi non mai pronunziò alcun laudo, così esigendo la sua fina politica.