MCCCCLXIX

Anno diCristo MCCCCLXIX. Indiz. II.
Paolo II papa 6.
Federigo III imperadore 18.

Dopo avere l'imperador Federigo soddisfatto alla sua divozione in Roma, e smaltiti i suoi affari col pontefice nel dì 9 di gennaio [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], congedatosi da lui, si rimise in viaggio alla volta della Germania. Giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 27 del medesimo mese, e il duca Borso con somma magnificenza lo alloggiò. Fu in quella città gran concorso di principi, d'ambasciatori e di nobiltà sì del paese, come forestiera. Fra gli altri ambasciatori si contò quello del re Ferdinando di Napoli, che da Roma sino a Ferrara non avea potuto ottenere udienza da esso imperadore. Quivi si presentò a lui con gran prosunzione e poca riverenza; e poi senza essere invitato andò a porsi a sedere a lato del medesimo Augusto: del che mormorò tutta l'assemblea. Nota l'autore della Cronica di Ferrara che sterminata fu la folla di coloro che si fecero crear conti, palatini, cavalieri, dottori e notai, con faccoltà di conferire ad altri i medesimi onorifici titoli, e di legittimare bastardi e spurii, e di ridurre al primo stato di buona fama i falsarii ed infami. Non si può dire quanto scialacquamento facessero allora di sì fatti privilegii gl'imperadori: tutto per empiere la borsa. Il cancelliere di questo Augusto sapea ben vendere caro quella mercatanzia di fumo; ed avrebbe voluto, se fosse stato possibile, scorticar que' corrivi, parte de' quali gli tennero anche dietro fino a Venezia. Nel dì 2 di febbraio s'inviò l'Augusto Federigo alla volta di Padova, dove ricevè inestimabili onori dalla signoria di Venezia. Era l'imperadore vecchio, e con pochi denti in bocca, ma clementissimo, cortese, e spezialmente dotato di religione e pietà, pregio ereditario dell'augustissima casa d'Austria. Si sconvolse ancora in quest'anno la quiete d'Italia per cagione di Rimini [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 5.]. Ne era, dopo la morte di Sigismondo Malatesta, rimasta in possesso Isotta, di bassa donna e concubina, divenuta sua moglie. Roberto bastardo di esso Sigismondo, giovane, secondo l'Ammirati [Ammirat., Istor. Fiorent. lib. 23.], di mirabil talento, pieno di valore, e d'altre belle doti ornato in una parola, affatto dissimile dal padre malvagio, si trovava allora ai servigli del pontefice sulle frontiere dello Stato ecclesiastico verso il regno di Napoli. Isotta, non credendosi abile a sostenere il suo dominio in Rimini, benchè non amasse Roberto a guisa delle altre matrigne, pure desiderò d'averlo a parte nel governo. Allora Roberto volò a Roma, e fatto credere al papa che, ottenuto il possesso di Rimini, lo rimetterebbe tosto alle sue mani, con ricavarne altri suoi vantaggi, impetrò licenza di venire. Giunto a Rimini, mandò a filar la matrigna, e conciliatosi l'amore di tutti, per fortificarsi meglio coll'aderenza di Federigo conte d'Urbino, prese una di lui figliuola per moglie.

Stavano i ministri del papa aspettando a bocca aperta che Roberto di dì in dì consegnasse la città, quand'ecco, con far prigione un suo confidente, che veniva da Napoli, portando gran somma di danaro, scuoprono aver egli fatta lega col re Ferdinando. Se ne turbò a maraviglia il pontefice, ed irritato non men contra di lui che contra del re, nel dì 28 di maggio fece lega offensiva e difensiva co' Veneziani, e tosto si accinse a far guerra al medesimo Roberto, non volendo sofferire che una città della Chiesa senza titolo venisse da lui occupata. Scelse per generale dell'armi sue Alessandro Sforza, valoroso signor di Pesaro, che volentieri assunse quell'impiego per isperanza, prendendo Rimini, d'impetrarne il vicariato dal papa. Spedite dunque le milizie pontifizie, e venuti rinforzi di cavalleria e fanteria dallo Stato veneto, condotti da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, Alessandro coll'arcivescovo di Spalatro nel mese di luglio si portò sotto Rimini, e sulle prime per inganno s'impadronì d'uno di quei borghi. Roberto virilmente si difese; sperava anche di far cose più grandi. Intanto i Fiorentini, sapendo, oppure fingendo di sapere, che il papa veneziano avea promesso ai Veneziani, poco loro amici, di lasciarli entrare in possesso di Bologna, città allora governata dai Bentivogli, spedirono in sussidio del Malatesta Roberto San Severino lor capitano con un corpo di gente. In persona ancora vi accorse Federigo conte d'Urbino, che non volea lasciar perire il genero. Venne inoltre inviato dal duca di Milano in aiuto di lui Tristano Sforza con secento cavalli. Quel che è più, arrivò Alfonso duca di Calabria, inviato dal re suo padre, con cinque mila cavalli, due mila fanti e quattrocento balestrieri: possente rinforzo al Malatesta, ma che acquistò al re Ferdinando un grave reato d'ingratitudine nel cuore di papa Paolo. Nel dì 23 d'agosto [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Jacobus Papiens., Ep. 338.] si venne ad un fatto d'armi fra queste due armate, e tutti menarono ben le mani. In fine se n'andò sconfitto il campo della Chiesa, ma con uccisione di pochi, perchè in questi tempi gl'Italiani faceano la guerra non da barbari, ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque, non potendo resistere, si rendeva. Tre mila furono i prigionieri; venne messo a sacco tutto il bagaglio, e preso insieme con alcuni cannoni il carriaggio dei vinti, e di assai mercatanti che seguitavano l'armata. Arrivò bensì, ma troppo tardi, Ercole Estense, spedito da' Veneziani con molte squadre, ed almeno servì a fortificare ed assicurar il campo dei Pontifizii, che s'andò poco a poco rimettendo in piedi. Roberto Malatesta colle sue brigate riacquistò più di quaranta castella nel distretto di Rimini e in quello di Fano. Fu creduto a Roma che a' Veneziani non piacesse nè la rovina del Malatesta, nè il maggiore ingrandimento della Chiesa in Romagna, provincia da essi amoreggiata.

Portata la nuova di questo infelice combattimento a Roma, riempiè di affanno l'animo del pontefice; ma non potè punto abbattere il di lui coraggio, nè la speranza di vendicarsi del Malatesta e del re Ferdinando, massimamente dappoichè ebbe ricevuto delle magnifiche promesse di assistenza dal senato veneto. Cominciò allora un trattato per far ritornare in Italia contra Ferdinando Giovanni duca d'Angiò, figliuolo del re Renato, e principe di gran valore, ma di poca fortuna, signore allora della Provenza, ed anche eletto per loro sovrano dai Catalani. Ma questo principe mancò di vita nell'anno seguente; e intanto i Turchi più che mai divenivano orgogliosi e potenti per le continue loro conquiste: tutti accidenti che sconcertarono le misure del papa, e il costrinsero infine ad accettar quelle leggi che vollero dargli i vincitori. Venne a morte nel dì 3 di settembre dell'anno presente [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.] Pietro de Medici figliuolo di Cosimo il Magnifico, che fortunatamente avea sostenuta fin qui la sua primaria autorità nella repubblica fiorentina, con restare di lui due figliuoli, cioè Giuliano e Lorenzo; l'ultimo de' quali, personaggio di maraviglioso ingegno e di nobilissimo genio, accrebbe di molto la gloria della casa de Medici. Tal polso di amici e aderenti in quella repubblica ebbero questi due fratelli, che non si mutò punto il governo; e restando in auge la lor fazione, quella de' fuorusciti vide andar deluse le sue speranze di rientrare con tal occasione nella lor patria.