MCCCCLXVI

Anno diCristo MCCCCLXVI. Indiz. XIV.
Paolo II papa 3.
Federigo III imperadore 15.

Con somma tranquillità passava in questi tempi sua vita Francesco Sforza duca di Milano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.]. Per le molte obbligazioni che egli professava a Luigi XI re di Francia, il quale, trovandosi allora in una pericolosa guerra, a lui mossa dal duca di Borgogna, e da altri principi del sangue reale, faceva, in vigor della lega collo Sforza, istanza d'aiuti, gl'inviò Galeazzo Maria conte di Pavia suo primogenito in soccorso con quattro migliaia di cavalli e due mila fanti [Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], che fecero conoscere in quelle parti non vano il credito della milizia sforzesca. Per attestato di Tristano Caracciolo, dopo l'acquisto di Milano egli visse sempre inquieto pel timore che i Franzesi venissero coll'armi a far valere le lor pretensioni sopra quel ducato; e però si studiò sempre di tenerseli amici. Ma ecco la morte venire a metter fine al governo e alla vita del duca di Milano nel dì 8 di marzo. Quanto più si rifletterà alle azioni di questo invitto principe, tanto più si conoscerà non insussistente la credenza d'alcuni, che da moltissimi secoli in qua non avea l'Italia prodotto un eroe sì glorioso, come fu Francesco Sforza, in cui si unì un mirabil valore e un rarissimo senno. In ventidue battaglie che diede, sempre ne uscì vincitore, nè mai fu vinto da alcuno. Di bassissimo stato cominciò Sforza Attendolo suo padre la fortuna della propria casa; ma il figliuolo Francesco con passi giganteschi la condusse sì innanzi, che giunse in fine a signoreggiare il nobilissimo ducato di Milano, e la superba città di Genova colla Corsica, e a conseguir tal fama, che certo merita d'essere messo in confronto coi più gran capitani della antichità, e annoverato fra i personaggi più illustri nella storia d'Italia. Giovanni Simonetta, che ne scrisse diffusamente la Vita, ci lasciò ancora una dipintura de' suoi costumi e delle maniere del suo governo, ma con dimenticar nella penna gli eccessi della sua lussuria ed altri suoi difetti. Lasciò dopo di sè una figliuolanza numerosa, a lui procreata da Bianca Visconte, cioè Galeazzo Maria primogenito, Filippo Maria, Sforzino, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, oltre alle femmine e a varii bastardi. Ma niun di quei figliuoli ereditò il giudizio e le buone doti del padre; e però un sì ben piantato dominio cominciò in breve a traballare, e tutto infine precipitò. Trovavasi allora in Francia Galeazzo Maria suo successor nel ducato; ed avvisato con corrieri della morte del padre, si mise tosto in viaggio verso l'Italia, ma travestito, perchè non mancavano signorotti in questo secolo che faceano la caccia ai gran signori passanti per le lor terre, e bisognava che si riscattasse chi v'era colto. Niccolò III marchese estense e signor di Ferrara, siccome dicemmo, volendo, nell'anno 1414, passare in Francia, fu ritenuto da uno dei marchesi del Carretto, e molto vi volle a liberarlo. Corse un somigliante pericolo anche Galeazzo Maria alla Badia della Novalesa; ma ebbe la fortuna di salvarsi, e di arrivar sano sul Novarese, con far poi la sua solenne entrata in Milano come duca nel dì 20 di marzo. Per la buona provvision di sua madre non seguì tumulto alcuno interno nel ducato; nè movimento in contrario fecero le vicine potenze, ancorchè si dubitasse non poco de' Veneziani. A questa quiete contribuì ancora il pontefice Paolo II con lettere esortatorie ai principi, acciocchè non turbassero la pace d'Italia. Concorsero poi a Milano le ambascerie dei principi italiani e del re di Francia; ma non si vide, secondo alcuni, comparir quella de' Veneziani. Marino Sanuto non di meno attesta [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.] che vi mandarono; ed è poi certo avere il novello duca inviati loro i suoi ambasciatori per raccomandare a quella potente repubblica i suoi Stati, e n'ebbe dolci e buone parole.

Fu in quest'anno afflitto il regno di Napoli dai tremuoti [Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Avea ben perdonato il re Ferdinando colla bocca, ma non col cuore (cuore in cui bollivano sempre pensieri di vendetta), ad Antonio Santiglia marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, stato suo ribello nella guerra passata. Nell'anno presente, a dì 26 di gennaio, il fece imprigionare, maggiormente con ciò dando a conoscere che balorderia era il fidarsi di lui dopo averlo offeso. S'era cominciata a guastar in Firenze la nuova armonia fra i cittadini dopo la morte del magnifico Cosimo de Medici [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fra gli altri Lucca de' Pitti potente cittadino, o per invidia del ricco e felice stato della casa de Medici, oppure per zelo, parendogli pregiudiziale alla libertà della repubblica la prepotenza de' Medici, formò una fazione, per abbattere Pietro figliuolo d'esso Cosimo, e giunse anche a tramar insidie contro la di lui vita. Per tali sconcerti fu qualche movimento d'armi in Italia. Galeazzo Maria duca di Milano prese la protezione di Pietro de Medici, ed avea in Romagna più di due mila cavalli pronti ai bisogno. Era all'incontro assistito il Pitti da duca Borso Estense, signor di Ferrara, il quale avea spedito a' confini di Pistoia Ercole Estense suo fratello con mille e trecento cavalli e molta fanteria [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Ma in quest'anno nulla di più accadde per conto della guerra. In Firenze bensì prevalse la fazione de' Medici, in guisa tale che Luca dei Pitti andò a basso. Niccolò Soderini, Diotisalvi Neroni, Antonio Acciaiuoli ed altri partigiani de' Pitti furono mandati ai confini; e così per ora restò non già estinto, ma sopito quel fuoco. Attese in questi tempi il pontefice Paolo a riformare alcuni degli abusi della sacra sua corte, spezialmente con levare molti traffici simoniaci [Raynaldus, Annal. Eccl.]. E perchè l'uffizio degli abbreviatori era screditato per le esazioni esorbitanti che vi si commettevano, lo abolì; il che fece montare in collera Bartolomeo Sacchi Cremonese, cognominato il Platina, perchè nato in Piadena, terra del Cremonese, scrittor celebre, che era uno degli stessi abbreviatori. Scrisse egli perciò un'insolente lettera al papa, e ne disse poi quanto male seppe nelle Vite dei romani pontefici. Un gran flagello delle provincie cristiane, massimamente delle chiese e de' monisteri, erano da gran tempo i legati apostolici, che bottinavano a più non posso, dovunque si stendeva la lor giurisdizione. Con salutevol bolla mise il pontefice quel freno e rimedio che potè a sì fatto scandalo ed invecchiato disordine. Avvenne ancora che nel dì 28 di gennaio dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] da alcuni congiurati fu preso Cecco degli Ordelaffi signor di Forlì, odiato dai più per le molte sue ribalderie; e, ciò fatto, fu subito chiamato a quella signoria Pino degli Ordelaffi, fratello d'esso Cecco. Negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] solamente si legge che Cecco, dopo lunga infermità, morì nel dì 22 d'aprile. Cominciarono in questi tempi dei gravi dissapori fra papa Paolo II e il re Ferdinando. S'era messo in testa l'ultimo di voler che esso pontefice gli sminuisse il censo di Napoli. Trovò una testa forte che non volle punto condiscendere ai di lui voleri.